Noi siamo con Chiara Appendino che ha qualcosa da dire su lavoro, maternità e quello che va cambiato

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Photo credit: Nicolò Campo - Getty Images
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"Quante donne, oggi possono realmente autodeterminarsi, nella scelta di percorrere una gravidanza?". A domandarselo in un post su Facebook è Chiara Appendino, sindaca di Torino ma anche un po’ tutte noi. Ce lo chiediamo quando temiamo che, se rimanessimo incinte, la nostra carriera ne risentirebbe, quando percepiamo che il nostro datore di lavoro non la prenderebbe bene, quando non abbiamo tutele, quando ci immaginiamo una vita dove tentare di far quadrare lavoro e impegni familiari. La sindaca del M5S è ormai al settimo mese di gravidanza e ha raccontato cosa ha significato per lei questa esperienza: il pancione che cresce e diventa ogni giorno più pesante, il bimbo che scalcia e si fa sentire, le difficoltà a dormire. “Io - ha scritto - “ho lavorato e sto continuando a lavorare, ma dipende molto dal tipo di lavoro. In generale si tratta di un processo, anche culturale, di 'normalizzazione' della gravidanza”. Un processo su cui dobbiamo ancora lavorare.

La sindaca ha sottolineato come sia impossibile parlare a nome di tutte le donne dato che l’esperienza della gravidanza varia molto così come le esigenze richieste dal tipo di lavoro che si svolge. "È davvero molto difficile far capire cosa significhi la gravidanza dal punto di vista dell’esperienza fisica e psicologica”, scrive, “per quanto non mi piaccia come affermazione, è una di quelle avventure che, per capire davvero, si devono vivere. Ognuna la vive a modo suo. C’è chi la rifarebbe subito dopo il parto e chi invece non ne vuole mai più sapere". Al di là dei singoli casi, però, Appendino critica soprattutto il modo in cui la gravidanza venga spesso patologizzata e la donna vista come totalmente annullata nell’esperienza della maternità. "Recentemente la legge ha dato la possibilità alle donne di lavorare fino al nono mese, a patto di avere un parere medico favorevole, spostando il congedo di maternità ai cinque mesi successivi al parto" scrive la sindaca definendolo "Un ottimo segnale, sia per le donne, sia per un mondo del lavoro che, colpevolmente, ha sempre visto la gravidanza come una condizione patologica, dando per scontato che una donna non possa creare valore in ciò che fa se aspetta un figlio". Il punto è che la narrazione sulla gravidanza ha per secoli alimentato determinati stereotipi che ora risultano difficili da smantellare nonostante studi e ricerche dimostrino che accumulare più “ruoli” non toglie tempo all’uno o all’altro ambito ma potenzia le competenze ad ampio spettro. Come ci ha spiegato Riccarda Zezza co-autrice del libro La maternità è un master che rende più forti uomini e donne, le qualità che derivano dalla generatività e dalla cura, nella nostra società vengono ignorate e così restano "sottoutilizzate" e persino "invisibili a chi le possiede". Quando una donna diventa madre vive enormi stravolgimenti (corporei e psicologici come scrive Appendino), si approccia a una sfida non da poco, inizia a progettare il futuro e a prendere decisioni, impara a delegare e mira a valorizzare un altro individuo. Queste sono soft skill importanti che però non emergono proprio perché la genitorialità nella nostra società viene presentata sotto un’altra luce. “Se il mondo del lavoro non chiede alle madri di portare questi aspetti di sé sul lavoro, le madri (e i padri e i caregiver) li terranno (a fatica, facendo uno sforzo inconsapevole perché questo accada) tra le mura della propria casa, a volte anche finendo col soffocarli” spiega Zezza, “Questa è la magia e lo 'spreco' delle risorse umane: basta vederle perché esistano, e non vederle perché spariscano".

Per cambiare le cose dobbiamo cambiare la narrazione, cambiare le leggi, cambiare il nostro approccio. "Vorrei un mondo dove ogni donna può vivere l’esperienza della maternità serenamente" scrive Appendino, "Dove non debba vivere con preoccupazione le ripercussioni sulla propria carriera lavorativa, il ricatto di domande inopportune ai colloqui di lavoro o, peggio, di dimissioni in bianco. Dove il mondo del lavoro accetta la maternità per quello che è: un momento del tutto naturale dove la donna - a meno di condizioni particolari - è nelle sue piene facoltà per continuare a dare il suo contributo nelle attività professionali. Vorrei un mondo dove ogni donna e ogni uomo hanno il diritto di diventare genitori in piena libertà, al riparo da ogni paura, con tutti gli strumenti normativi che uno Stato moderno può mettere a disposizione". Che dire: davvero lo vorremmo tutte.

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