Nomadi urbani, chi sono e perché potremmo (o vorremmo) diventarlo anche noi

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Photo credit: COURTESY
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Uno stile di vita indipendente e una buona connessione wi-fi. Non hanno bisogno d'altro, sulla carta, i nuovi nomadi urbani. Sono sulla trentina, viaggiano da almeno sei anni e l'85 per cento di loro non ha fatto ritorno a casa nell'ultimo anno. Tra i mille scenari emersi dal burnout post pandemico, quello di un mondo a portata di laptop è forse il più affascinante, perché unisce, nel segno della circolarità, l'inizio e la fine di una carriera da manuale: un lavoro retribuito e un luogo paradisiaco in cui spaparanzarsi al sole.

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Gli esperti la chiamano workation, ed è qualcosa di più di un'estrema accelerazione dell'ormai familiare smart working. Si sta via per mesi, se non per anni, e ci si tara sul fuso orario del datore di lavoro (per lo più qualcuno a cui si fornisce una remunerativa consulenza). Più che le mete esotiche, però, gli urban nomads – ormai distinti dall'acronimo UN – prediligono le grandi città: vivere a Tokyo, Londra o Los Angeles non fa per loro una gran differenza.

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Carlos Grider, pioniere della categoria e fondatore del blog A brother abroad, si è preso la briga di effettuare un sondaggio che ne descrivesse a fondo i gusti e le abitudini, tracciandone, in qualche modo, la prima carta d'identità mediatica. In circolazione, stando ai dati, ci sarebbero ormai 35 milioni di nomadi urbani, in grado di spendere qualcosa come 787 miliardi di dollari all'anno per i più svariati acquisti. Tutti insieme formano il 41simo Paese al mondo, e si piazzano al 38simo posto quanto a reddito pro capite. La parità di genere, per loro, è praticamente dietro l'angolo: le donne sono oltre il 49 per cento, gli uomini poco più del 50. Otto su dieci sono liberi professionisti, due invece sono dipendenti da remoto. Sono ipertecnologici, attenti alla sostenibilità, non hanno auto proprie e oltre la metà di loro sostiene di essere autodidatta.

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Tutti li coccolano: a Dubai godono di una corsia preferenziale sui vaccini, la Repubblica Domenicana offre loro visti a lunga durata, Airstream ha disegnato un modello – il Flying Cloud 30 FB Office – che unisce casa e ufficio, l'agenzia di viaggi virtuale Jubel si è specializzata nel creare pacchetti workation per techpats sofisticati, Samsung ha lanciato il suo nuovo Digital cockpit 2021 (una consolle su misura per lavorare durante gli spostamenti in auto) e l'isola di Madeira ha inaugurato il primo Digital Nomad village, con tanto di spazi gratuiti di co-working e wi-fi spot a disposizione di tutti. Il tutto mentre le più prestigiose catene alberghiere mettono loro a disposizione camere e pacchetti diurni a uso ufficio, e una compagnia di crociere – la Ocean Builders – ha convertito una delle sue navi più prestigiose in un immenso ufficio galleggiante per UN da diporto.

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E la moda? Certo non sta a guardare. Gli zaini di Balenciaga, gli scialli materasso di Kenzo, i loom multiaccessorio di Loewe, i corsetti funzionali di Gucci Aria rispondono alle crescenti necessità di una tribù che vuole avere sempre appresso casa e ufficio. Anche se, poi, il motivo che li induce a tornare al "nido" è il solito: stando lontani si finisce per sentirsi soli. Almeno in questo, ci sentiamo come loro.

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