Non è "solo" una protesta per l'aborto, in Polonia non solo le donne chiedono la fine di un'era

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: Omar Marques - Getty Images
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From ELLE

In Polonia i giovani sono arrabbiati, i membri della comunità LGBT+ sono arrabbiati e le donne - soprattutto le donne - sono arrabbiate. La sentenza di qualche giorno fa che ha proibito l'aborto anche in caso di malformazione del feto - rendendo di fatto quasi impossibile ricorrere a un'interruzione volontaria di gravidanza - è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso e infuriare la popolazione dando il via a manifestazioni, scioperi e scontri con la polizia. Il governo di Andrzej Duda negli ultimi anni ha mostrato senza filtri il suo volto conservatore e intransigente snocciolando una serie di dichiarazioni e provvedimenti volti a ridurre i diritti delle minoranze e a controllare i corpi delle donne. Qualche esempio? La proposto di vietare esplicitamente le adozioni da parte di coppie omosessuali nella Costituzione polacca, la scelta di uscire dalla convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e le numerose dichiarazioni in cui il presidente ha descritto la comunità LGBT+ e la fantomatica "ideologia gender" come minacce per la sopravvivenza dei valori nazionali. Le proteste quindi continuano (con il sostegno della comunità internazionale) e dietro c'è molto, molto di più del - già di per sé fondamentale - diritto all'aborto.

Photo credit: NurPhoto - Getty Images
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"Quella per l'aborto non è solo una protesta delle donne, ma una rivoluzione della società", ha dichiarato a Repubblica la leader femminista Klementyna Suchanow, "È una rivoluzione non violenta dei giovani della società civile che vogliono vivere da europei. La gente è stufa ormai e chiede un cambiamento". Secondo la classifica dell'ILGA (l'International Lesbian and Gay Association) la Polonia è l'ultimo paese in Europa per i diritti delle persone LGBT+, un terzo del territorio nazionale (circa 100 comuni nella zona sud-est del Paese) negli ultimi anni si è dichiarato con orgoglio "LGBT free" e gli arresti arbitrari durante le manifestazioni sono all'ordine del giorno. Per le donne, poi, la situazione non è migliore: il governo polacco subisce una forte influenza religiosa, difende la "famiglia tradizionale" e ha nel mirino i diritti riproduttivi e qualsiasi cosa sovverta (a suo dire) l'eteronormatività e i tradizionali ruoli di genere.

Vista la situazione, l'Unione Europea sta valutando di prendere dei provvedimenti (a livello di sospensione dei finanziamenti e del diritto di voto) dato che all’articolo 2 del Trattato sull’Unione si parla di valori fondanti quali "il rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze", evidentemente messi a rischio dalle politiche del governo polacco. "Essere te stesso non è un’ideologia", ha dichiarato a settembre la Presidentessa della Commissione europea Ursula von der Leyen con un chiaro riferimento alla Polonia, "è la tua identità e nessuno può portartela via. Voglio essere molto chiara: le zone 'LGBTQ free' sono zone libere da umanità e non trovano posto nella nostra Unione".

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Intanto venerdì, circa centomila manifestanti sono scesi per le strade di Varsavia, dando vita alla più grande manifestazione di rabbia popolare contro il partito di destra Legge e giustizia (PiS) da quando è entrato in carica nel 2015. Ci sono stati scontri violenti e arresti, ma l'ondata non sembra fermarsi. Il primo ministro Mateusz Morawiecki ha fatto appello ai manifestanti perché smettessero di protestare, dato che la Polonia ha registrato un record di 21.628 casi di COVID-19: "Non vi chiedo di dimenticare il conflitto sull'aborto", ha dichiarato venerdì pomeriggio, "ma di metterlo da parte per un altro momento". Ma il punto è che ormai è troppo tardi per chiedere pazienza e giudizio: la "rivoluzione" di cui parla Suchanow è già iniziata.