Non è stress e nemmeno burnout è karoshi ed è la sindrome (pericolosa) da troppo lavoro

·4 minuto per la lettura
Photo credit: Courtesy of Unsplash - Jezael Melgoza
Photo credit: Courtesy of Unsplash - Jezael Melgoza

Il Giappone è una delle superpotenze mondiali: culturalmente attivissimo ed economicamente stabile, è anche una delle mete più ambite per turisti occidentali alla ricerca dell'esotico Lontano Oriente. Dietro all'immagine della nazione florida che tutti conosciamo c’è però una grande ombra: si chiama karōshi ed è una piaga sociale dovuta all'esaurimento per il troppo lavoro. Ne è morto il responsabile marketing dei prodotti di Sony che, in trasferta negli Emirati Arabi nel 2018, ha avuto un collasso cardiaco: sul cartellino c'erano più di 80 ore mensili di solo straordinario. La stessa sorte è toccata a una reporter della NHK (una stazione radiofonica e televisiva pubblica nazionale) che, nel 2013, è stata trovata morta nel suo appartamento con il cellulare in mano: soltanto quel mese aveva ben 146 ore di straordinario. O ancora la ragazza che nel 2015, dopo soli 9 mesi dall'inizio del nuovo impiego presso Dentsu (una nota azienda pubblicitaria), era così in debito di sonno e riposo da abbandonarsi alla depressione: si suiciderà la mattina di Natale dello stesso anno dal tetto del dormitorio della compagnia. Queste sono solo alcune delle storie di karōshi: le centinaia di casi riconosciuti ogni hanno hanno spinto il governo a dare l'allarme e creare iniziative quali il "Premium Friday" (poter uscire dall'ufficio alle 15 dell'ultimo venerdì del mese) o a istituire un numero verde specifico per chi soffre a chi soffre di questo esaurimento da troppo lavoro. Vediamo insieme l'origine di questo pericolosissimo fenomeno sociale e qualche consiglio di letture per approfondire l'argomento.

Karōshi: l'origine dell'esaurimento da lavoro

Il Giappone esce dalla Seconda Guerra Mondiale sconfitto. Ne è duramente colpito anche il suo orgoglio – punto cardine del tessuto sociale e culturale giapponese. La disastrosa disfatta porta infatti il Paese a dover fare tabula rasa e ricominciare a ricostruire da zero: se da una parte gli Americani misero certamente il loro zampino nella politica giapponese (mettendo mano alla nuova costituzione), c’è anche da sottolineare come questi contribuirono alla rinascita del Paese. Pian piano lo yen divenne più solido e questo permise il cosiddetto "miracolo economico giapponese" – in un certo senso, simile al boom economico provato in Italia nel dopoguerra. È lecito dire, insomma, che la ricostruzione veloce e capillare del Giappone abbia permesso di ridargli una posizione di vantaggio tra le potenze mondiali. Sì, ma a quale prezzo? La cultura giapponese, fortemente ancorata a valori quali l'orgoglio, il sacrificio e la felicità come conseguenza della produzione, ha creato un'intera società fondata sul duro lavoro: lavorare non basta per vivere, ma bisogna lavorare oltre i normali orari – oltre, anche, a quello che l'equilibrio psicofisico potrebbe sopportare. I lavoratori sono quindi vittime del loro stesso successo: se gli stipendi sono certo alti, lo sono parallelamente anche gli affitti – Tokyo era al 3 posto delle città più care nel 2020 e scende di una sola posizione nel 2021.
Pensate, si individua il primo caso di karōshi addirittura nel 1969, con la morte per ictus di un impiegato di soli 29 anni. Qualche anno dopo, si trova il termine di questa ombra che dilaga ormai in tutta la società giapponese: nel 1978 gli scrittori Tajiri Shunichiro e Uehata scrivono un libro intitolato "karōshi, prevenzione e riconoscimento delle malattie cardiache e cerebrali in ambito lavorativo", portando il termine sui dizionari correnti. È però solo 9 anni dopo, nel 1987, che il governo inizierà seriamente a preoccuparsi delle statistiche allarmanti: già allora ben 1/4 dei giapponesi sembra lavorare settimanalmente ben 20 ore in più del normale (arrivando tranquillamente alle 60 ore).

Difficile da comprendere per noi occidentali, vero? Eppure alzi la mano chi non ha mai sentito i propri genitori definire una persona come valida perché "grande lavoratore" o chi non abbia visto amici o colleghi esaurirsi di lavoro, incapaci o impossibilitati a uscire dalle porte dell'ufficio secondo gli orari prestabiliti e concordati! O, ancora, chi con la situazione di smartworking dovuta alla pandemia non si ritrova a lavorare non stop: in pausa pranzo, la sera, la mattina prestissimo – o addirittura il weekend.
Insomma: è importante informarci su questi fenomeni sociali che, sebbene così geograficamente lontani da noi, rischiano di essere presi come esempi di virtù sul lungo andare.

Photo credit: Courtesy of Unsplash - Alexander Schimmeck
Photo credit: Courtesy of Unsplash - Alexander Schimmeck


Per approfondire: l'angolo della lettura

Come di consueto, vi proponiamo due letture per approfondire il tema: nel primo, Raimondo Volpetti propone racconti ancorati nella società iperconsumistica contemporanea, popolata da individui esausti, insoddisfatti e che si muovono con difficoltà tra i rapporti interpersonali. Nel secondo (disponibile in inglese), Robert Kodama parla dei mental health issues derivati dal troppo lavoro: la pressione di fare di più, di eccellere e di sacrificare per questo la propria vita personale dei protagonisti (Persephone a Londra e Rei a Osaka) li porta a dover far fronte all'evidente tabù sociale. I protagonisti dovranno quindi rimettere ordine alle priorità e ammettere e proteggere il delicato equilibrio mentale che può portare l'esaurimento da troppo lavoro.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli