Non ci sono più i bambini di una volta, per questo le mamme faticano di più

Di Paola Maraone
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Photo credit: Malte Mueller
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From ELLE

Non ci sono più i bambini di una volta. Quelli abituati a trascorrere ore sotto il tavolo della cucina, invisibili e silenziosi, ascoltando i discorsi dei grandi. Oggi i bambini sono impegnati, assertivi e pure ingombranti. Esserlo è un loro diritto, complementare a quel che abbiamo cominciato a percepire come dovere: i bambini desiderano essere visti, noi crediamo sia giusto guardarli.

Del fatto che le cose, negli ultimi decenni, siano mutate è però opportuno avvisare chiunque sottostimi la fatica, per via del filtro (fallace) dei ricordi della propria infanzia; certamente è necessario avvisare le aspiranti mamme. Sulle spalle delle quali ancora pesa la maggior parte dell’attività di cura dei figli. Sebbene i giorni di paternità “obbligatoria” siano aumentati fino a 10 (!), restano una manciata rispetto a quelli di maternità. Quanto al congedo facoltativo, in Italia lo sfrutta solo il 10 per cento degli uomini.

"I figli sono delle mamme": questo antico proverbio ci danneggia. Nel 2019, su 51.000 dimissioni volontarie, oltre 37.000 sono state presentate da neomamme (dati dell’Ispettorato del lavoro). La maternità mette le donne in una posizione di svantaggio. Meno autonome degli uomini – ai quali, comunque, è bene chiedere di fare la propria parte – hanno minori possibilità professionali e pochi aiuti (nei nostri asili nido c’è posto per un bambino su quattro). Non è un caso se in Italia i figli sono pochi e arrivano tardi: 1,3 per donna, età media del primo parto 32 anni.

Photo credit: Baldini+Castoldi
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Bambini meno numerosi e più esigenti, dunque, o percepiti come tali: negli Usa hanno coniato l’espressione “genitorialità intensiva”. Laddove il pensiero dominante delle madri è: devo far bene ovunque. Dentro e fuori casa. Curare allo stesso modo mio figlio e la mia carriera (e incidentalmente anche la casa, e il matrimonio). Ma ecco la verità, come da acuta notazione di Rachel Cusk in Il lavoro di una vita (il suo memoir sulla maternità, da poco ripubblicato da Einaudi): «Per essere una madre devo ignorare le telefonate, lasciare il lavoro a metà, venire meno agli impegni. Per essere me stessa devo lasciar piangere mia figlia, anticipare le sue poppate, abbandonarla per uscire la sera, dimenticarla per pensare ad altro. Riuscire a essere l’una significa fallire nell’essere l’altra». Secondo uno studio statunitense, oggi le donne che lavorano fuori casa dedicano in media cinque ore alla settimana a ciascun figlio. È poco? È tanto? Prima di rispondere, sappiate che nel 1975 questo tempo era di un’ora e 45 minuti.

Che una donna lavori oppure no, le sue limitazioni cominciano nel momento in cui il ginecologo le intima di stare alla larga dal prosciutto crudo e dall’alcol. Poi vengono il baby monitor, l’allattamento al seno, le chat di classe, le feste di compleanno, accompagnare i figli all’alba alla partenza per la gita, andarli a prendere alle tre di notte fuori dalla discoteca. Nulla di quel che pensavamo prima si rivela vero, dopo: essere una mamma "elettrica" (cfr. il nome di questa rubrica) significa nel migliore dei casi avere l’aspetto di una tarantolata che ha infilato per sbaglio un dito nella presa scoprendo in quell’istante che il salvavita non funziona. Eppure, per via di quell’attività sotterranea che guida, spesso in modo insondabile, i comportamenti delle persone, dopo il primo figlio succederà che ne vogliamo un altro. O addirittura altri due. Pesando attentamente i pro e i contro, oggi posso dire: per quel che mi riguarda, ho solo sbagliato i tempi. Fossi nata un decennio dopo, ai miei figli avrei potuto dare anche il mio cognome. Una bella soddisfazione.