"Non si è trattato davvero di recitare, ma rivivere il dolore non ci ha guariti"

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Micheál, il più grande dei suoi due figli, aveva solo tredici anni quando, nel 2009, la moglie, l’attrice Natasha Richardson, perse la vita a causa di un incidente sugli sci. A distanza di undici anni, Liam Neeson, dopo tanti ruoli d’azione, torna protagonista di un film diretto da James D’Arcy che mescola commedia ed elementi tragici: è Made in Italy, ambientato tra i borghi della Val d’Orcia patrimonio dell’Unesco, con diversi italiani nel cast, a partire da Valeria Bilello, dal 18 giugno sulle principali piattaforme di streaming. 

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Il ruolo è quello non casuale di un artista vedovo che affronta un viaggio verso un incantevole borgo toscano in compagnia del figlio, per restaurare una villa lasciata in eredità dalla moglie. Accanto a Neeson, nei panni del figlio, proprio il ragazzino di allora, Micheál, che dopo la tragedia ha deciso di portare il cognome della madre, quello di una celebre e folta dinastia di artisti (i nonni materni sono Vanessa Redgrave e il regista Tony Richardson). Da allora Neeson ha confessato di non aver passato un giorno, al netto delle trasferte sui set e della pandemia, senza recarsi sulla tomba della moglie, per parlarle dei figli, per interrogarla sulle grandi domande dell’esistenza: «Non che lei risponda». Non stupisce dunque che ora la star irlandese si ritrovi ad ammettere che, soprattutto nelle scene che ha condiviso col figlio Micheál, «non si è trattato davvero di recitare».

Photo credit: Courtesy Photo
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Per questo ha accettato?

Ho messo a punto un principio: lo chiamo la regola della tazza di tè. Non lo considero un buon segno se, subito dopo aver letto le prime pagine di un copione, sento il bisogno di alzarmi per prepararmi del tè. Ma la sceneggiatura di Made in Italy l’ho letta senza fiatare: mi ha commosso la sua umanità e ho pensato che sarebbe stato meraviglioso se mio figlio Micheál fosse stato preso in considerazione per il ruolo principale. È successo. Dopo ore e ore di casting, sono venuti a dirmi che funzionava. Ero entusiasta: è una bella storia, come la vita, mescola momenti comici e tragici. Stiamo vivendo un periodo orribile e voi in Italia lo sapete bene: penso che faccia piacere a molti riconoscersi in un film che parla dei valori della famiglia. 

E com’è andata con suo figlio sul set?

Prima di girare l’ho avvertito: “Micheál, c’è un solo regista sul set, ed è James D’Arcy. Se vuoi farmi qualche domanda, chiedimi tutto alla fine delle riprese, ma sul set comanda lui”. 

Era questa la strada che si augurava per lui?

No, quando mi ha detto che voleva fare l’attore, la mia reazione istintiva è stata negativa. Tra Gran Bretagna, Irlanda e America, per parlare di Paesi che conosco, il 65 per cento degli attori è disoccupato. Devi confrontarti di continuo con il trauma del rifiuto. Ho un sacco di amici, a cominciare da Meryl Streep, che ci hanno fatto i conti a lungo: le loro storie le farebbero venire i capelli ricci. Volevo risparmiargli queste umiliazioni, ma ha insistito e quindi gli ho dato il benvenuto nel club. 

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James D’Arcy è un attore famoso ma qui è al suo debutto come sceneggiatore e regista.

E la sceneggiatura è in parte autobiografica, anche per questo mi sono fidato di lui. Ci siamo trovati. Lui ha perso il padre, io mia moglie e Micheál sua madre: avevamo una sorta di familiarità. Ho messo mio figlio nelle sue mani e la mia fiducia è stata ripagata. 

Il film parla di lutti difficili da elaborare.

Non credo che si possa mai superare la perdita di una persona molto amata. Impari a conviverci, ad affrontarla, e questo in qualche modo ti rende più forte, ti fa apprezzare molto di più la vita e le tue relazioni, sia con gli uomini che con le donne. Ma il dolore resta sempre lì, accanto a te. 

A qualsiasi età?

La paura di venire abbandonati, lasciati soli, non si arresta certo davanti all'età. Di recente ho perso mia madre, aveva 94 anni, ma avverto il dolore di quella ferita ogni giorno. A 69 anni non riesco ad abituarmi all'dea di essere orfano: sono in giro per lavoro, o per le solite incombenze quotidiane, e all’improvviso quel dolore si rifà sentire, è così pungente. Anche per questo non abbiamo avuto bisogno di discutere col regista di certe scene che avevo con Micheál, né di intellettualizzarle troppo: i fantasmi erano già tutti presenti, sufficientemente evocati. Le abbiamo girate e basta. 

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Farlo vi ha in qualche modo aiutati?

In qualche intervista devo aver dichiarato che è stato catartico. Non so perché l’ho fatto, devo aver pensato che fosse una bella cosa da dire. Ma non lo penso davvero: la verità è che è un copione scritto terribilmente bene e io mi sono sentito in grado di raggiungere quelle emozioni in scena con una certa facilità. Mettiamola così. 

Era il suo primo set in Toscana?

Sì ed è stato incredibile. Abbiamo avuto un tempo orribile per le prime tre settimane. Poi gli dei del cinema sono riusciti a riportare il sole sopra di noi. È stato allora che i suoi raggi hanno potuto illuminare, rendere visibile ai nostri occhi tutta la magnificenza del paesaggio e l’umanità straordinaria della gente: ho finalmente capito perché tutti i grandi artisti del Rinascimento erano attratti da quella parte di mondo. La vita in quei posti è stupefacente.

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