Notizie da un'isoletta, com'è vivere a Londra nel dopo Brexit

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Photo credit: Alan Brutenic / EyeEm - Hearst Owned
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Quando sono arrivata a Londra ero piena di sogni. Avevo 25 anni e la certezza di essere nell’America dell’Europa. Avevo trovato un lavoro in una casa editrice quando ero ancora in Italia con un colloquio fatto su Skype, e a tre giorni dalla conferma avevo preso il volo pensando: starò via un anno, massimo due.

Dieci anni dopo sono ancora qui. Con un compagno mezzo italiano e mezzo inglese, un figlio di quasi tre anni, un appartamento in una zona residenziale; come tanti altri, per ragioni di spazio fra qualche mese ci sposteremo in una casa grande un po’ più a nord, ma comunque non lontana dal centro.

In questi dieci anni Londra è stata più di quanto potessi immaginare. Mi ha dato la totale libertà di esprimermi, mi ha permesso di fare il lavoro di giornalista che sognavo grazie a una meritocrazia che in Italia spesso manca, mi ha fatto conoscere la rete di persone che oggi chiamo amici e mi ha dato un posto all’interno della comunità che mi circonda senza mai farmi sentire straniera. Londra per me è casa. E lo era anche quando, incredula, sentivo al telegiornale o leggevo sui tabloid che si iniziava a parlare di Brexit. Assurdo in un Paese dove “integrazione” è la parola d’ordine. Dove più della metà degli abitanti sono immigrati.

Photo credit: courtesy
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Ricordo il cartello appeso alla finestra dei vicini, in una delle tante bianchissime case georgiane con le colonne: “We vote leave” (noi votiamo per uscire dall’UE). Era il giugno del 2016: il giorno dopo la pubblicazione dei risultati del referendum su quella casa erano state lanciate decine di uova. A parte i miei vicini, non ho mai incontrato nessuno che fosse pro-Brexit. E non sono certa che loro stessi voterebbero di nuovo “leave”, visti gli sviluppi e le relative conseguenze che viviamo quotidianamente.

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Disegnare uno scenario in questo momento non è semplice, perché ad aggravare la situazione ci si è messa anche la pandemia, ma che molte cose stiano cambiando è un dato di fatto. Vero è che alcune delle notizie che si sentono al tg in Italia, e di cui i miei parenti mi chiedono conferma, talvolta sono un po’ esagerate. Come gli scaffali vuoti nei supermercati. Certo, spesso capita di trovare meno rifornimento, e nei giorni in cui i camion non consegnano ci sono meno frutta e verdura. Ma i supermercati sono comunque pieni nella maggior parte dei giorni della settimana. Osservando attentamente si nota che i prodotti freschi sono sempre più British, e le consegne sono sicuramente diminuite per la mancanza di trasportatori dovuta all’esodo di coloro che non hanno ottenuto il settled status (ossia il permesso di rimanere nel Regno Unito), e il tangibile aumento di dazi doganali e regolamentazioni per l’ingresso di merci in un Paese che è divenuto extracomunitario non facilita la situazione.


Photo credit: Estebanez/Getty - Hearst Owned
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Steve Murrells, chief executive di Co-operative (gruppo di vendita al dettaglio della Gran Bretagna), ha spiegato al Times che si tratta della carenza peggiore che abbia mai visto. E Richard Walker, il direttore della catena di supermercati Iceland, ha dichiarato al Guardian che il rischio è quello di “cancellare di nuovo il Natale”. Anche la moda, settore nel quale lavoro maggiormente, è in crisi. Modelle, fotografi e stilisti hanno bisogno di un visto per ogni Paese che visitano, il che crea ritardi e costi. Oltre 450 nomi della moda britannica, fra cui Paul Smith a Roksanda Ilincic, hanno inviato una lettera di protesta al Primo ministro Boris Johnson avvertendo che l’accordo su Brexit rischia di decimare il settore.

Ma oltre all’impatto che la situazione sta avendo sulle grandi realtà, è interessante capire come vivono quelle piccole. Una delle prime persone che ho conosciuto per lavoro quando sono arrivata qui è Gaia Enria. Torinese trapiantata a Londra, Gaia ha fondato Burro e salvia, un pastificio italiano a Shoreditch (una zona a est di Londra, giovane e super cool). Il suo progetto, che tuttora esiste, si è evoluto nel tempo. Da pastificio è diventato ristorante, laboratorio per workshop sulla pasta ed eventi e negozio di prodotti italiani di nicchia. Passo a trovarla per sapere come vanno le cose, e le chiedo di raccontarmi cosa sta significando per lei la Brexit.

Photo credit: Dani Maiorano - Hearst Owned
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«Innanzitutto ci tengo a dirti che quando è stata votata la Brexit tantissimi clienti anglosassoni sono venuti a scusarsi, come se si sentissero di aver offeso un business come il nostro», dice Gaia. «Questo dal punto di vista umano fa sicuramente piacere. Dal lato business invece ci ha salvato la nostra natura flessibile. Quando non possiamo aprire il ristorante rimaniamo comunque un negozio, e viceversa. Però noi lavoriamo con importatori e distributori e ovviamente questo non è un periodo facile. Nonostante i prezzi delle merci estere non siano aumentati quanto temevamo (si parlava inizialmente del 30-35 per cento e invece l'aumento reale è stato intorno al 5 per cento), il problema è legato soprattutto agli alcolici. Noi acquistiamo vini e liquori provenienti da Italia, Spagna, Francia e stiamo affrontando ritardi, settimane di attesa ed esaurimenti di merci dovute alla mancanza di un’organizzazione sui controlli doganali. Un’altra area di crisi è il packaging. I fornitori delle nostre scatole e dei nostri sacchetti aumentano da mesi i loro prezzi e, contemporaneamente, riducono i formati di produzione. Poi anche da noi manca il personale. Le cosiddette sfogline, ovvero le persone che sanno fare la pasta. Ma anche camerieri, lavapiatti, aiuto cuochi. Sono mesi che non ricevo un curriculum, nonostante sul nostro sito siano presenti annunci di ricerca di personale. Il nostro chef, Mitchell Damota, è canadese e per fortuna ha un permesso di soggiorno, altrimenti, non saprei davvero come fare». Penso a una notizia letta su un quotidiano giorni fa, che raccontava che la pizzeria Zia Lucia ha creato corsi di formazione ad hoc per pizzaioli inglesi. Ognuno qui si salva come può.

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Un’altra realtà è quella di Pisu Sapori Italiani, bar e negozio di alimentari italiani in fondo alla strada, dove andiamo regolarmente. «Il nostro obiettivo era quello di essere un negozio di vini, ma la situazione è difficile», mi spiega Giorgio Pisu, il proprietario. «I nostri fornitori consegnano costantemente in ritardo, non solo vini, ma anche acqua frizzante e le birre. Ichnusa e Moretti non le riceviamo da settimane, abbiamo solo Peroni. I prezzi dei prodotti sono aumentati, le tasse doganali anche. Qui hanno detto che il mercato si riprenderà a ottobre. Chissà... Per non parlare del personale, una vera caccia al tesoro: trovare un cameriere è difficilissimo. Prima facevamo sette, otto colloqui alla settimana. Oggi dobbiamo incrociare le dita. Londra non è più un posto per giovani ambiziosi che arrivano dall’Italia per fare fortuna».

Mi fermo a riflettere su questa frase. Penso a quanto sarebbe difficile se dieci anni fa fosse oggi. La mia vita avrebbe preso una piega del tutto diversa, certamente non sarei potuta arrivare qui. Come le migliaia di giovani studenti europei che oggi, a causa del triplicarsi delle rette universitarie decidono di non venire a studiare nel Regno Unito. Il numero totale degli iscritti alle università inglesi provenienti dai Paesi della Ue è sceso da 27.750 lo scorso anno a 11.700 per l’anno accademico 2021-2022, secondo lo Universities & Colleges Admission Service. Questo significa meno talenti per il Paese. Meno risorse, meno futuro. Anche le ragazze alla pari sono diventate una rarità, perché per arrivare qui adesso hanno bisogno di un visto speciale e di una lauta sponsorizzazione da parte delle famiglie. Incredibile, se penso a Elena, Ilaria, Emma e Ludovica, che abbiamo arruolato dall’Italia e sono state la mia salvezza da quando è nato Giancarlo. È proprio vero che la Brexit colpisce tutti. Le grandi aziende e le piccole, le famiglie, i giovani, chi se ne va e chi vorrebbe rimanere.

Noi viviamo alla giornata. Ogni volta che andiamo al supermercato acquistiamo sempre un po’ più di pasta, biscotti, latte, per paura di non trovarli la volta dopo. Abbiamo fatto un accordo con un produttore locale che ogni settimana ci consegna casse di frutta e verdura organiche sull’uscio di casa, e molti dei regali di Natale per il nostro bambino, nipotini e figli di amici li abbiamo già acquistati (perché si parla di una crisi in arrivo nel settore giocattoli). Quando dobbiamo mandare una lettera con qualche foto in Italia, non basta più il francobollo ma serve la dichiarazione del contenuto, come fosse un pacco, e spedire costa di più. E adesso che dobbiamo arredare la nuova casa, i carpentieri ci hanno detto che i tempi di attesa per ordinare pezzi o far realizzare delle parti su misura saranno di almeno sei mesi. Lo stesso tempo che occorrerà prima di ricevere la macchina che vorremmo acquistare.

Gaspare De Luca che nel 2005 ha fondato Tentazioni UK, il primo cash and carry a Londra di prodotti italiani importati, conferma: «Il dramma per noi è la carenza di autisti», mi spiega. «La documentazione legata ai dazi doganali ha rallentato tutto. I piccoli trasportatori indipendenti che utilizzavamo da anni hanno venduto i loro mezzi e hanno cambiato attività, perché incapaci di sostenere questo nuovo sistema burocratico. Da ottobre anche i prodotti ittici e caseari avranno bisogno di certificazioni per ogni singola fornitura, perciò avremo carenza di prodotti freschi». In quella che chiamano “l’era Post Brexit” è impossibile pianificare un futuro troppo lontano, ma la vecchia, cara Inghilterra per adesso resta un ricordo.

Curiosità: quanto pesa un'oncia?

Pollice, oncia e pinta sostituiranno a breve centimetri, grammi e litri. Con multipli e sottomultipli annessi: piede, miglio, libbra, gallone... Siamo nel Regno (ancora) Unito in modalità post Brexit, sotto la guida di Boris Johnson, pronto a mantenere la promessa di abbandonare il sistema metrico decimale imposto dall’UE e ripristinare le tradizionali “misure imperiali”. Non bastava la guida a sinistra, oggi bisognerà anche allenarsi a convertire un etto di bacon in 3,5274 once, un litro di buona Ale in 1,75975 pinte imperiali. Per i millennial cresciuti con il sistema europeo, questo è certo, sarà un po’ più duro.

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