I numeri lo confermano: in Italia la vera forza inespressa sono ancora le donne

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Photo credit: Luis Alvarez - Getty Images
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Ha incominciato dicendo che "le parole sono potenti", Linda Laura Sabbadini, direttora, come desidera essere chiamata, centrale dell'Istat, nel suo intervento sulla situazione italiana dell'occupazione femminile. Non possiamo, da persone che con le parole ci lavorano tutti i giorni, che essere d'accordo, ed è per questa consapevolezza che su certi temi torniamo il più possibile, perché vanno tenuti caldi, perché devono essere prioritari, perché ripetersi può essere un modo per cercare di andare a catturare l'attenzione di chi, magari, la volta scorsa era distratto. In Italia quello che non è più trascurabile è un obiettivo che non si riesce a raggiungere, e cioè l'uguaglianza di genere, obiettivo 5 dello sviluppo sostenibile. E qui per uguaglianza di genere, com'è scritto nel manifesto di OSM 3 (gli OSM sono tutti gli obiettivi del millennio stilati dalle Nazioni Unite) si intende la parità di opportunità tra donne e uomini nello sviluppo economico, l’eliminazione di tutte le forme di violenza nei confronti di donne e ragazze (compresa l’abolizione dei matrimoni forzati e precoci) e l’uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione. E se la cronaca di questi giorni ci sta brutalmente ricordando come la violenza sulle donne sia una tragedia in atto contro la quale non si stanno mettendo in campo sufficienti risorse, anche sul fronte occupazione non c'è da stare allegri.

Solo lo scorso agosto, infatti, vi avevamo raccontato come in Italia vada male per le giovani donne senza figli, e peggio per le madri, con una pandemia che pare aver dato la spallata finale a un equilibrio già precario che non ha retto il colpo della crisi sanitaria ed economica. I dati delle ultime ricerche Eurostat ci dicono, infatti, che in Italia nella fascia delle 20-34enni il 35% è Neet, ovvero non studiano e non lavorano, tendenzialmente non tanto per scelta, quanto per desertificazione dello scenario che sta loro attorno. Oggi, a ripeterci che qualcosa va fatto e va fatto subito, è appunto Sabbadini, che sia nel suo discorso al festival della politica di Mestre che in una lettera aperta pubblicata su Repubblica, ha ribadito come le parole non bastino "se non si trasformano in priorità politiche. Se non si accompagnano ad atti concreti e investimenti cospicui. Rimangono parole morte e non vibranti di forza generativa e di cambiamento".

Dopo le parole, i numeri, cardine del lavoro della direttora dell'Istat. Una sfilza di cifre e percentuali da far chinare la testa in un misto di incolpevole imbarazzo e profonda rabbia, ma vediamoli, ancora oppure di nuovi: "Meno della metà delle donne lavora - scrive Linda Laura Sabbadini -Penultimi in Europa. Ultimi per il tasso di occupazione delle donne da 25 a 34 anni. Fanalino di coda dei Paesi avanzati. E non è un problema di Covid. La pandemia ha solo peggiorato una situazione già grave. Dieci punti in meno di donne laureate tra 25 e 34 anni rispetto alle europee. Un Paese che non ha mai avuto un Presidente del Consiglio o della Repubblica donna. Solo 11 Presidenti di Regione in 51 anni, il 5%. Un Paese in cui solo il 15% dei sindaci è donna. Dove nonostante la grande maggioranza del personale sanitario sia donna, meno del 20% dei primari lo è. E questo 20% risuona troppo spesso anche per i professori ordinari, per i consiglieri regionali. Tutto ciò ha a che fare con una parola. Monopolio (...) E ha anche a che fare con una seconda parola, resistenza culturale della politica.". Il vuoto e la vaghezza, l'immaterialità ma pure la sciatteria con cui le azioni, o meglio non azioni, politiche del nostro paese sfiorano la questione senza affrontarla mai, hanno più che esasperato. E sì, l'assenza quasi totale di una leadership femminile può essere tranquillamente una delle cause prime di questo problema. Tutto ciò al netto del fatto che lo scorso anno il Center for Economic Policy Research e il World Economic Forum ha pubblicato uno studio basato sull'analisi di 194 paesi e i risultati confermano ufficialmente come, per esempio, le donne leader abbiano reagito in modo più rapido all'emergenza pandemica. La resistenza politica e culturale, che produce ancora diffidenza verso le donne che ambiscono a posti di potere decisionale, è un fatto, e ripeterlo, ripetercelo è un modo per far riflettere chi, quella stessa diffidenza, l'ha introiettata, senza neppure farci troppo caso (ma su questo, confido, i Gen Z ci salveranno).

Conclude, Sabbadini, con un messaggio inequivocabile e per nulla accomodante, che sottoscriviamo: "C’è chi gioisce - scrive - per pochi giorni in più di congedi di paternità. Oppure perché è pur sempre qualcosa aumentare una percentuale di bimbi che vanno al nido di 7 punti nei prossimi 6 anni per arrivare all’obiettivo europeo per il 2010, cioè di 17 anni prima. Io no. Ma non perché sono massimalista. E non apprezzo gli sforzi. Ma perché penso che dobbiamo tutti guardarci nelle palle degli occhi e riflettere su una questione centrale. La politica dei piccoli passi è fallita per le donne. Serve una vera spallata. Bisogna cambiare strategia. Bisogna investire seriamente nelle politiche sociali, le prime che si tagliano, le ultime su cui si investe. Perché tanto ci sono le donne per la cura di tutti gratuitamente. Ma le donne hanno pagato un caro prezzo per questo. Bisogna cambiare radicalmente strada su servizi educativi per l’infanzia e assistenza di anziani e disabili. La cura della comunità deve diventare priorità dell’azione pubblica". Serve una spallata, dice la direttora dell'Istat, ma la spallata deve essere data insieme, che, ed è anche questo è un concetto ripetuto perché lo riteniamo prezioso, abbiamo bisogno di alleati e alleat*. Il momento, ce lo mostra l'Europa, è arrivato, il tempo è scaduto da un pezzo, e dobbiamo sentirci dire dai maschi che sono disposti a riconoscere come, da soli, non siano in grado di (ri) "generare" futuro.

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