Ode a Hélène Gordon-Lazareff, la donna che 75 anni fa a Parigi fondò Elle

Di Françoise Tournier
·7 minuto per la lettura
Photo credit: New York Post Archives - Getty Images
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From ELLE

Una volta Hélène Gordon-Lazareff ha detto: «La mattina, quando mi sveglio, sono sempre molto felice». Non le piacevano le storie lacrimevoli, proprio come a Pierre, il marito, proprietario di France-Soir, che ripeteva continuamente al suo team: «Niente giri di parole. Voglio fatti. Fatti precisi».

Hélène, nata a Rostov sul Don nel 1909, aveva un grande intuito e un'enorme curiosità. E fu proprio questa voglia di conoscere che la portò, nel 1945, a "inventarsi" un nuovo magazine: Elle, che diresse fino al 1972. Durante una passeggiata in giro per negozi a New York, infatti, Hélène capì che doveva portare tutto quello che stava vedendo lì in Francia, dove si era ancora impegnati semplicemente a sopravvivere al dopoguerra.

Hélène era nata in una ricca famiglia ebrea. Suo padre possedeva diverse fabbriche di tabacco ed era anche proprietario di un giornale: l’editoria era già nel suo dna. Presto la giovane Hélène fu affidata a una governante inglese, miss Woodell, che la portò ad amare tutto ciò che proveniva dal mondo anglosassone. Quando dovette scappare in fretta dalla Rivoluzione di ottobre, un uomo sollevò Hélène da terra, la avvolse in uno scialle di lana e si mise a correre tenendola «come si tiene una valigia», la testa e le gambe ciondoloni: ne restò così traumatizzata che per tutta la vita pregò di non essere mai sollevata da terra. Di quel periodo ricordava solo che aveva 7 anni e che all'improvviso si trovò a Parigi.

Frequentò con ottimi voti il liceo Victor Duruy, si sposò dopo il diploma, ebbe una figlia e divorziò quando Michèle aveva tre anni. Hélène era affascinante, raffinata. Aveva occhi neri e scuri, come quelli del padre. Agli uomini piaceva al primo sguardo. E lei si rese conto presto che anche a lei piacevano gli uomini. Che le piaceva lavorare. Che le piaceva vivere.

Photo credit: Alain Dejean - Getty Images
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Con una laurea in Studi umanitari ed etnologia, rientrò da una spedizione di tre mesi in Mali, tra il popolo dei Dogon, con una serie di articoli piuttosto impegnati. Una sera, a casa di Paul-Émile Victor, esploratore ed etnologo francese, incontrò Pierre Lazareff. Era presente un altro giornalista, Hervé Mille, al quale lei era legata da una tenera amicizia, che raccontò: «Ho visto quando si sono incontrati. È stato magico. Entrambi erano originari delle steppe profonde. Erano una coppia perfetta. Fu amore a prima vista, istantaneo e reciproco». Questo accadde nel 1936. Pierre, che dirigeva France-Soir, affidò a Hélène la sezione infanzia. Contemporaneamente lei lavorava per Marie-Claire e per il Daily News. Sposò Pierre nel 1939. Si trasferirono in rue de Montpensier, nello stesso edificio in cui abitava Jean Cocteau. Allo scoppio della guerra, quando suonavano le sirene si rifugiavano nel bunker del quartiere con Colette e suo marito. Non appena la situazione si fece più pericolosa, volarono negli Stati Uniti. Lì Hélène lavorò anche per Harper’s Bazaar, il New York Times e incontrò i grandi nomi del giornalismo femminile dell’epoca: Carmel Snow e Diana Vreeland.

Nel 1945, tornata a Parigi, mentre Pierre faceva carriera a France-Soir, Hélène fondò Elle. Seduta sul tappeto dell'appartamento di avenue Kléber, lavorava alla prima bozza del giornale: la prima edizione uscì il 21 novembre del 1945. Fu subito un successo.

Elle diceva alle donne che la moda era ancora viva. Presto arrivarono un nuovo look, Dior, tessuti bellissimi. Le prime foto a colori furono scattate a New York. Il magazine raccontava storie incredibili. Alle donne che durante la guerra erano state costrette a usare sempre lo stesso paio di scarpe, si illuminavano gli occhi. Elle diceva loro: avete il diritto, avete il dovere di essere belle, perché l’amore non è morto in guerra. Quello che svolgete in casa è un vero lavoro. Basta lavare e stirare senza sosta. Niente più restrizioni. Niente più paura. Sei mesi dopo l’uscita del primo numero Hélène assunse Marcelle Ségal (che per 40 anni curò la rubrica Courrier du coeur) e la giornalista e scrittrice Françoise Giroud. Subito il giornale si trovò in prima linea. Partì con un vantaggio che riuscì a mantenere. Scuoteva le donne per spingerle a migliorarsi: «Abbiamo affermato che le nostre lettrici meritano di non essere più trattate come creature sentimentali ed emotive». Giroud le mandò a votare. Segal le mandò a lavorare.

Hélène capiva subito chi si trovava di fronte. Aveva un’abilità incredibile nell’individuare, nelle persone, caratteristiche di cui loro stesse non erano consapevoli. Sostavi sul pianerottolo, passavi attraverso l’anticamera delle segretarie, poi entravi nel sacrario: il suo ufficio. Sei paia di scarpe sotto la scrivania. Lei socchiudeva gli occhi per guardarti meglio. Se le piacevi venivi ammessa subito nella sua cerchia, uno spazio che lei sembrava disegnarsi intorno con il gesso. Se non le piacevi, non c’era niente da fare. Se non apprezzava l’articolo che avevi appena scritto, lo spostava con il dito spingendolo verso il cumulo di semini di uva e mandarini che mangiucchiava tutto il giorno. Odiava gli articoli e le persone piatte.

Photo credit: courtesy
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Il suo era un potere assoluto: decideva da sola cosa pubblicare sul suo giornale, che anno dopo anno ospitava un numero sempre maggiore di articoli su donne di carattere. Donne che iniziavano ad avere opinioni su sesso, contraccezione, aborto, lavoro, politica, moda. E che intendevano esprimerle. Hélène continuava a camminare scalza in ufficio, con il suo passo leggermente saltellante. Si entusiasmava quando le raccontavamo che il ministro tal dei tali aveva portavo l’attrice tal dei tali nella foresta di Fontainebleau e se ne era innamorato. A Hélène brillavano gli occhi, le piacevano le storie d’amore. Amava Sagan. Scoprì Bardot. Appoggiò Chanel. Lanciò Courrèges. E le top model: Bettina Graziani, Sophie Litvak, Sylvie Gélin, Twiggy e Nicole de Lamargé. Se era invitata dalla duchessa di Winsdor ne approfittava per farsi raccontare tutto sull’arte della tavola e del giardinaggio. Se incrociava un piccolo circo viaggiante, quindici giorni dopo ne faceva la location di uno shooting di moda.

Durante la settimana Elle prendeva vita in rue Réaumur, ma nel fine settimana si trasferiva a Louvenciennes, dove c'era il cottage di Hélène e Pierre. Gli ospiti andavano e venivano senza sosta durante i famosi pranzi della domenica, dove scrittori, accademici, ministri, magnati hollywoodiani, politici, attori stranieri e non erano trattati tutti allo stesso modo. Ci si ritrovava fianco a fianco di Onassis, Callas, Bourghiba, Brando, Luther King, Signoret, Kissinger... Il figlio adottivo di Pierre ed Hélène, Patrick, ricorda di aver guardato Il dottor Zivago tra Chanel e Hélène in lacrime: era bastato il suono di una balalaika, due lupi che ululavano alla luna e tre fiocchi di neve per far riemergere la Russia dalle profondità della sua infanzia. Per le grandi feste serali chiamava a esibirsi violinisti e gitani, e c'erano blini, vodka e caviale. Gli ospiti si scioglievano per l’emozione. Lei si riprendeva in fretta. La tenerezza, per lei, non era un’emozione sincera.

Lo stile di Elle, piano piano, stava diventando un modo di vivere. Più serio. Più maturo. Una volta un sondaggio rivelò che uno su quattro dei lettori era uomo, e subito l’informazione fu utilizzata a vantaggio della rivista. Gli articoli cominciarono a essere più espliciti. Sulla contraccezione, per esempio. A Hélène non piaceva. Non era molto femminista. Ma sull’argomento la redazione spinse tanto: a volte fino al limite. E con lei era come giocare alla roulette russa. Dato che amava il suo lavoro, alla fine concordò che era una buona idea pubblicare foto iperrealistiche di parti cesarei e chirurgia femminile, per esempio.

Poi arrivò il maggio del '68. La Francia fu messa sottosopra. Noi volevamo uscire in edicola per informare le donne di quanto stava accadendo. Hélène era seduta nel suo ufficio. Quando vide che alcune di noi indossavano i pantaloni – lei li aveva proibiti – si rese conto che si trattava di un’assemblea popolare e capì che, quella volta, non sarebbe riuscita a far passare i suoi editti. Prese una sigaretta: non riusciva ad accenderla perché le tremavano le mani.

Lavoravamo come matte. Attraversavamo Parigi a piedi per fare le nostre inchieste e consegnare gli articoli. Creavamo un giornale nel quale dichiaravamo: «C’è ovunque un grande fermento. Sta accadendo qualcosa di enorme. Noi dobbiamo parlarne. Voi dovete pensare liberamente». Costituimmo un’associazione di giornalisti e fondammo anche un sindacato. Due anni dopo, nel 1970, organizzammo gli Stati generali delle donne a Versailles, che ebbero risonanza mondiale. Fu allora che arrivò la notizia dell’Alzheimer che stava consumando Hélène. Non avevamo intenzione di diventare sentimentali. Eppure...

Hélène, non preoccuparti. Andrà tutto bene. Oggi Elle ha molte edizioni, oltre a quella francese: Usa, Inghilterra, Spagna, Italia, Hong Kong, Giappone, Grecia, Svezia, e non è finita. Fai ruotare l’anello sul palmo della mano, come facevi quando volevi propiziare la buona sorte. Hai avuto davvero una buona idea quel giorno, a Broadway. Ti mandiamo tanti baci, Hélène.