Once Upon a Time in 2020 ci ha mostrato la pandemia a Milano e le nostre più grandi contraddizioni

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Photo credit: Fabrizio Spucches - Once upon a time in 2020, Scalo Lambrate, Milano
Photo credit: Fabrizio Spucches - Once upon a time in 2020, Scalo Lambrate, Milano

La pandemia ha s-mascherato le nostre più grandi paure, senza riuscire a mascherare la voglia ancora più atavica di vivere. Quella forza di resistere, fino al prossimo tampone e l’ultimo respiro. Anche alla distanza emotiva che lascia senza fiato più del virus, alla strumentalizzazione dalla politica e la spettacolarizzazione dai mass media, strategie di marketing e stimoli subliminali globalizzati. Reagire all'inerzia da lockdown che ci ha rallentato, destabilizzato, impoverito (non solo economicamente), senza impedire a nessuno di assecondare la propria natura e a qualcuno di ritrarla, usando lo stesso linguaggio abusato da informazione, branding, mercato dell’arte e dell’intrattenimento.


Working Class Virus di Fabrizio Spucches, nasce in modo analogo, guardando in faccia il volto della pandemia e fotografando 'come lavora' sulle nostre esistenze. Un ritratto corale della sottile ironia e profonda contraddizione che popola Milano. Quanto qualunque altra città? Non solo durante il primo lockdown? Upon a Time in 2020 arricchisce il ritratto di nuove prospettive, tra quarantene a mezzo servizio e zone a colori alterni, mentre Once Upon a Time in 2020, nel 2021 ne espone ben quattro negli spazi riqualificati dello Scalo Lambrate di via Saccardo, inaugurandone il progetto di rigenerazione urbana e nuova socialità alla ferrovia nord est di Milano.

Photo credit: Courtesy autore /  Scalo Lambrate, Milano
Photo credit: Courtesy autore / Scalo Lambrate, Milano
Photo credit: Courtesy autore /  Scalo Lambrate, Milano
Photo credit: Courtesy autore / Scalo Lambrate, Milano
Photo credit: Courtesy autore /  Scalo Lambrate, Milano
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Un anno dopo l’inizio della pandemia, il progetto espositivo di Once Upon a Time in 2020, costretto dall’ennesimo picco di contagi e lockdown, a chiudere e posticipare la sua durata dopo un solo giorno di apertura, replica simbolicamente le sorti di tutti i suoi protagonisti. Fotografati in tempi, quarantene e prospettive differenti, mettendo a frutto la passione per i visionari che sfiorano l’unico realismo che possiamo permetterci, insieme alla strategia di comunicazione di un mentore controverso come Oliviero Toscani, resa professione da Fabrizio Spucches e studio insieme alla compagna e producer Andrea.

Il primo lockdown nazionale di Working Class Virus, arriva in mostra con una selezione di stampe di grande dimensione d'individui di ogni genere e condizione, a partire dallo stesso Spucches. Vicini conosciuti per la prima volta nel condominio di casa e sconosciuti incontrati tra gli scaffali del supermercato, sempre aperto come le edicole. Incrociati passeggiando in strade deserte, attraversate da food racers diffidenti e ambulanze sempre trafelate, cani che consentono di uscire, senza tetto che ci vivono, ministri di culto da convincere ed escort che hanno richiesto l’investimento del bonus di 600 euro concesso alle partite IVA. Tutto il sacro e profano che riusciamo a toccare, sbirciando tra le onde del destino che travolgono le nostre spoglie mortali e l’acqua santa, quella di Lourdes nella bottiglia silhouette della sua Madonna di diversi formati, tenuta in bagno insieme all’Amuchina.

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Photo credit: Courtesy autore / Scalo Lambrate, Milano
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Una prospettiva amplificata dal flusso di coscienza dei cinque minuti di video-documento dei suoi protagonisti intervistati e le pagine del volume omonimo, curato da Denis Curti con la prefazione di Oliviero Toscani. Un'opera a tiratura limitata e numerata, stampata su materiali di pregio alla vecchia maniera da Il Randagio Edizioni di Giovanni Scafoglio, devolvendo il profitto alla comunità delle Suore della mensa di Milano.

Le altre prospettive esposte con oltre 100 opere e altrettanti sguardi diretti che la mascherina non copre, cambiano sfondo, stile e approccio continuando a ispirarsi al tessuto emotivo e quotidiano sperimentato da Spucches e il suo approccio alla comunicazione, con tutta l’ironia amara necessaria alle contraddizioni del contemporaneo. Quando mette a nudo i corpi insieme ai nuovi tabù, pronti a scatenare il pubblico ludibrio alla mancanza di mascherina e protezione. Lo stesso stigma che accomuna gli extracomunitari imbavagliati dal tricolore e non salva i bianchi dalle scottature, i giovani adepti di Tik Tok, i cultori/culturisti dell’amuchina o il Babbo Natale esangue, nei ritratti formato fototessera/santino su sfondo azzurro (che ricordano quelli dei criminali serbi?).

Su sfondo bianco, decontestualizzando i ritratti di diversi benestanti di via Montenapoleone e di meno abbienti della mensa dell’associazione laica Pane Quotidiano, Spucches scatta anche la visione più eloquente delle similitudini delle distanze non toccate dalla pandemia, variando di poco o nulla lo sguardo e le condizioni socio-economiche di chi vive grande agio e totale disagio. Tutto quello che resta in mezzo e in mostra, esplora prospettive differenti di cliché, immagini simbolo e speculazioni mass mediatiche, nel vecchio deposito dello scalo ferroviario di Lambrate, restaurato rispettando i principi di sostenibilità ambientale per promuovere quella sociale e culturale. A vegliare sull'esposizione curata da Nicolas Ballario, promossa dal Comune di Milano e organizzata dall’Associazione Formidabile, anche una sorta di monito cromatico che replica l'alternanza delle zone a rischio, senza contemplare il via libera del verde o speranza per il lieto fine di quel Once Upon a Time, paventato anche dalle favole più oscure. Riscrivere le sfumature più sublimi del presente in fondo tocca a noi.

Photo credit: Courtesy autore /  Scalo Lambrate, Milano
Photo credit: Courtesy autore / Scalo Lambrate, Milano
Photo credit: Courtesy autore /  Scalo Lambrate, Milano
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