Ora o mai più, Emma Bonino ancora in prima linea con le donne e per le donne

di Ilaria Solari
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Photo credit: Getty Images
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From ELLE

A 42 anni dalla legge sull’aborto, battaglia che segnò l’esordio della sua militanza politica e una delle più grandi conquiste del movimento femminista, la nuova impresa di Emma Bonino, paladina dei diritti, la più pugnace delle nostre politiche, di sicuro la più internazionale, si chiama Half of it. Promossa dall’europarlamentare tedesca Alexandra Geese e raccolta dalle colleghe di altri Paesi membri, la campagna di sensibilizzazione chiede di destinare alla promozione dell’occupazione femminile e dei diritti delle donne almeno la metà dei fondi stanziati dalla Comunità europea ai Paesi colpiti dalla pandemia. Come ogni volta, Bonino ha scelto senza reticenze di schierarsi e farsi volto e bandiera di un fitto schieramento trasversale che comprende le esponenti del movimento per il Giusto mezzo e tante altre associazioni e che è stata sottoscritta da amministratrici, economiste, intellettuali, e in maniera piuttosto inedita anche da molti uomini. Tanto convinta che questa «sia forse la partita più importante e urgente in Italia»‚ ha spiegato a Elle, da prendere personalmente parte alla stesura di un libro-manifesto intitolato Donne per la salvezza, che verrà presentato il prossimo 17 gennaio e che contiene un’indicazione molto precisa per il governo su capitoli e voci di spesa prioritari su cui investire.

In questi mesi l’occupazione femminile è calata del 4 per cento. Quanto ha tolto questa crisi alle donne?

Ha portato al pettine nuovi problemi ed elementi strutturali di grande debolezza del nostro Paese. Donne e uomini, in particolare nella sanità, si trovano a lavorare in condizioni difficilissime, soprattutto nelle prime linee. Il governo si ostina a non prendere in considerazione l’utilizzo del Mes che con la recrudescenza di questa seconda ondata di Covid sarebbe cruciale per rafforzare ospedali, assistenza, fare assunzioni. Da rilevazioni recenti dell’Oms risulta che ben il 70 per cento degli operatori sanitari nel mondo è donna, sono principalmente loro a lottare quasi a mani nude in questa emergenza, e il dato è simile in Italia, ma solo il 25 per cento dei ruoli di vertice è ricoperto da professioniste. Questo per inquadrare bene chi fa cosa in questo momento: in questa pandemia lottano uomini e donne, ma come sempre non proprio alle stesse condizioni.

E poi ci sono le seconde linee, scuole, servizi e famiglie.

Per le famiglie trovare chi ora possa occuparsi di bambini, con le scuole chiuse, con regole spesso incerte su riaperture e chiusure, non è facile. Non è semplice trovare personale che si prenda cura dei propri cari, anziani e non autosufficienti. È un sistema sempre meno organizzato che alimenta situazioni paradossali. La pandemia ha ridotto interazioni sociali e reso più farraginosa la burocrazia: chi cerca urgentemente qualcuno che assista fatica a trovare, perché i canali sono ancora informali; chi è disponibile, come molte donne immigrate, non riesce a segnalare la propria disponibilità.

Photo credit: Emanuele Cremaschi - Getty Images
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Accade anche in altri Paesi europei?

Le difficoltà ci sono per tutti, con l'enorme differenza che gli altri hanno più strumenti per combattere la disoccupazione, far incontrare domanda e offerta, e partono da una condizione dell’occupazione femminile diversa. Chi è più avanti, anche con enormi difficoltà, resiste meglio.

Cosa l’ha convinta a schierarsi in prima linea in questa mobilitazione?

Siamo davanti a uno strumento straordinario messo a disposizione dall’Europa, una di quelle occasioni che non capitano due volte. È essenziale usarlo al meglio. Se c’è una cosa che tutta la letteratura economica e studi recenti ci dicono, da Ocse a Banca d’Italia, è che senza donne occupate e incluse nella vita economica del Paese, non si va da nessuna parte. Con molte amiche e colleghe, ma anche uomini per fortuna, ci siamo interessati alla campagna Half of it, perché ci convince il principio di prestare particolare attenzione a come vengano spesi i fondi europei partendo da una valutazione di genere. Abbiamo ritenuto che si dovesse fare un ulteriore sforzo per dire come questi fondi andassero spesi. Idee rigorose e precise su cosa fare, come e perché.

Quello che si chiede è “half of it”, la metà di questi fondi. È un modo di dire: basta accontentarsi delle briciole?

Non solo, anche se a furia di raccogliere briciole siamo diventate peggio di Pollicino. Dobbiamo dire chiaramente che le briciole non servono a noi e fanno male al Paese e all’Europa.

Avete chiamato il vostro manifesto Donne per la salvezza: sono parole forti.

Perché in Italia la partita è ancora più urgente. È un “ora o mai più” sull’occupazione femminile, che potrebbe essere letteralmente la salvezza italiana. Il Paese ha bisogno di noi, anche se a volte non è disposto ad ammetterlo. Già prima non cresceva più, ora è in una pesantissima recessione. Le donne sono la salvezza per la crescita sostenibile, per il Pil, per una nuova economia della cura, per la sanità, per un contributo decisivo anche nelle materie Stem.

Quali sono gli investimenti cruciali su cui chiederete al governo di puntare?

Innanzitutto sui nidi, per una copertura almeno del 60 per cento. E dove non arrivano i nidi, dei servizi di cura. Si parla di assegni unici familiari, ma non sarebbe meglio riparlare di buoni o voucher per i servizi universali di cura e assistenza? Poi investimenti su formazione a ogni livello, dalla cura, appunto, alle materie Stem. Sarà un mercato del lavoro sempre più complicato ed è bene essere ben equipaggiate. Non basterà il Recovery fund, servirà una riflessione sulle risorse statali ordinarie o straordinarie. Incentivi alle assunzioni, sgravi o altro ancora, andranno discussi in capitoli a parte.

Vede modelli in Europa a cui ispirarsi?

Ho sempre guardato con attenzione ai Cesu francesi, voucher universali per i servizi di cura e assistenza, ma è utile anche il modello tedesco, su asili e capillarità della cura. Non pretendo di ispirarci ai Paesi scandinavi che hanno altri servizi, altre tassazioni, altri numeri.

A proposito di materie Stem, la partita qui è anche culturale, non a caso il Recovery Fund è definito Next Generation Eu: per combattere gli stereotipi di genere si parte dai bambini.

Cultura significa scuola, formazione, media e molto altro. Ognuno deve fare la sua parte. Già nel mondo scolastico sono molti i programmi sulla parità o contro la violenza di genere, ma vanno incrementati. La tv ha fatto qualche passo in avanti, così il mondo dell’advertising. Ma occorre vigilare. Anni fa ottenemmo l’osservatorio Rai contro gli stereotipi di genere. Riprendere e ampliare quel concetto a vecchi e nuovi media non guasterebbe.

Tra le vostre istanze c’è la richiesta di un organismo nazionale di garanzia per l’equità di genere al di sopra dei governi e dei colori politici.

Che qualcosa non abbia funzionato è sotto gli occhi di tutti. Con alcune ci lavorammo già diversi anni fa. Fiorella Kostoris, Valeria Manieri, Agnese Canevari e io ipotizzammo di raccogliere l’invito di una direttiva europea che chiedeva ai Paesi membri di adeguare i propri organismi di parità a logiche di indipendenza dal potere politico, a cui ancora oggi non abbiamo risposto adeguatamente. L’obiettivo è provare a immaginare una sorta di autorità garante, un po’ come un antitrust per le donne. Gli step sono complessi ed esigono studio. Ma da qualche parte occorre pur iniziare.

Era tempo che non si assisteva a uno schieramento così fitto e trasversale, che comprende finalmente molti uomini.

È un’esperienza che ho vissuto anche sul tema delle mutilazioni genitali femminili in Africa o sulla campagna contro le spose bambine, a cui parteciparono dagli imam ai giuristi: non ha niente a che fare con inciuci e strategie di palazzo e devo dire che funziona.

Photo credit: Vittoriano Rastelli - Getty Images
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La politica la emoziona ancora?

Per me la politica è una passione, non un lavoro, quando mi alzo la mattina non mi viene proprio da dire: vado a lavorare. Se non avessi questa spinta forse sarei stata anche meno determinata.

Quando è così diventa difficile chiuderla fuori dalla porta di casa.

Dalla passione è difficile scollegarsi, ma non pensate a noi come alle vestali della politica: come tutte, abbiamo una vita privata, più o meno felice. Siamo persone normali, diciamo così, che affrontano i problemi che hanno tutti, proprio per questo sappiamo identificarci bene. Spesso per me sono stati importanti gli incontri, come quello con Luca Coscioni e Piero Welby. Incrociare la loro strada ha innescato una rivoluzione dentro di me: mi sono accorta che ero passata chissà quante volte accanto a un fenomeno drammatico senza neanche vederlo.

La sua battaglia sull’eutanasia e il fine vita ha politicamente lasciato il segno.

Non solo politicamente. Ha lasciato un segno profondo anche sulla mia vita: per un mio privilegio non avevo mai affrontato il tema della malattia. È successo che, quando è toccato a me, mi sono trovata pronta, soprattutto nel sostenere che se uno si ammala, se deve affrontare una battaglia che non ha cercato né voluto, non per questo è un cittadino di serie B. Non si chiama fuori dal gioco. Mi è venuto spontaneo dichiarare che io non sono il mio tumore, quella è una cosa che attiene al mio polmone sinistro, ma ho ancora tutti gli altri organi sani e attivi, dalla testa a un po’ di umanità, un po’ di senso di legalità, e diverse altre cose.

Quali sono stati gli altri incontri importanti?

Quello con Altiero Spinelli, che ha cambiato la mia percezione del mondo, forgiato in me un sentimento e un’idea che ignoravo completamente, quella dell’Europa.

In un discorso che ha fatto il giro del mondo, Kamala Harris si è rivolta alle ragazze, incitandole a essere ambiziose.

Per un tenace stereotipo, quando è attribuita a una donna, l’ambizione ci fa sembrare tutte parenti strette de Il diavolo veste Prada. Mentre per un uomo diventa l’essenza della virilità. Personalmente, ho sempre coltivato un’ambizione: quella di cambiare un poco, per tutto quello che posso, il mondo in cui vivo.

E lei cosa direbbe ai ragazzi di oggi?

Ai ragazzi ricordo sempre che se sono nati in Europa dopo la guerra, e non in tempi e in Paesi più difficili, non è per merito o impegno, ma per destino. Chi ha questo privilegio, deve esserne consapevole e restituire un po’, in termini di cittadinanza, di impegno, che sia la politica, l’ambiente o altro. La libertà comporta diritti e doveri. Le ragazze hanno una responsabilità in più, rispetto a se stesse: come diceva Mandela, per cambiare il mondo devi prima cambiare te stesso, è la cosa più difficile. Devono ricordare che sono loro le autrici del proprio destino, niente viene regalato. Senza mai lasciarsi dire da nessuno cosa fare, come essere.

Lei cosa voleva fare da grande?

Non l’ho saputo finché il destino non ha deciso per me, quando mi sono ritrovata a 26 anni a fare un aborto illegale: lì è scattata la mia prima ribellione, il mio impegno su quel fronte e infine l’incontro con la politica radicale. Ma prima non avevo davvero in mente niente.

Ci sono cose che non rifarebbe?

Veramente non so, per carattere non ho la tendenza a voltarmi indietro, mi piace molto di più guardare avanti. Rimorsi non ne ho, forse qualche rimpianto. Ma anche quelli non sono utilissimi. Anzi: non lo sono per niente.