"Ora parlo solo alle persone gentili": Alessandro Gassmann si racconta a Elle

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Photo credit: Riccardo Ghilardi - Hearst Owned
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Dopo aver salutato il pesante costume e i 40 gradi all’ombra del set de Il Pataffio, commedia medievale tratta da Luigi Malerba e in gara per stramberia con il mitico Brancaleone di papà, Alessandro Gassmann si rimette in forma nel mare di Grecia in attesa di sbarcare a Lido, alle Giornate degli autori, con il suo nuovo film da regista Il silenzio grande. Entusiasta, allegro e insieme serissimo come è lui, che ama definirsi “un po’ secchione”, è consapevole di aver raggiunto negli ultimi anni maturità e autorevolezza, grazie alle regie, teatrali e cinematografiche, a ruoli speciali come in Non odiare, ai successi popolari, a campagne green e social usati bene.

Oggi affronta il passo difficile di tradurre in film il bel testo teatrale da lui messo in scena nella stagione pre-covid, co-sceneggiatore lo scrittore Maurizio de Giovanni, protagonisti Massimiliano Gallo con le mirabili Margherita Buy e Marina Confalone. E naturalmente Villa Primic, dove tutto accade, anche ciò che è imprevedibile per moglie, governante e figli stretti attorno al capofamiglia, intellettuale famoso, ma incapace di vedere che il mondo intorno crolla, che si deve vendere tutto, anche la casa. E se non ci fosse l’anziana cameriera a ricordarglielo non saprebbe neppure che i piccoli silenzi possono diventare grandi e separarci. C’è anche un fantastico twist finale, naturalmente da non svelare, in questo film quieto, innamorato delle persone eppure un po’ feroce. Gassmann dietro la macchina da presa è sempre una sorpresa.

Da regista, lei fa ogni volta un film diverso, gioca in modo libero.

Nel lavoro con Maurizio De Giovanni la libertà è totale. Il silenzio grande nasce da una nostra chiacchierata in una pausa sul set della seconda stagione dei Bastardi di Pizzofalcone: gli ho chiesto di scrivere un testo teatrale che mi permettesse di parlare di relazioni e di una famiglia fuori dal normale. “Non voglio che riguardi strettamente la mia” l'ho avvertito “l’ho già affrontata nella regia precedente, Il premio, ma è una materia che conosco e posso metterla in scena bene”. Il testo finale di Maurizio mi ha commosso e dalle sue parole io sono poi partito con alcune divagazioni, le visioni del protagonista, la Confalone che fa la diva, io in ritrattini autoironici sull’attore bellone e mattatore.

Photo credit: Riccardo Ghilardi - Hearst Owned
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A teatro scendevano degli schermi, qui tutto è girato nella villa di Posillipo, dal vero, non ho voluto effetti speciali, è un film di attori tutti straordinari, compresi i due giovani ragazzi, Emanuele Linfatti e Antonia Fotaras. Ho fatto tantissimi provini, esiste una nuova generazione italiana di interpreti molto interessante, Antonia mi ricorda la giovanissima Morante, quel modo di pronunciare le parole, il lungo collo, quella grazia lì…».

L’idea di trarre un film dalla pièce teatrale è arrivata subito?

No, non ci avevo pensato. Poi ho visto quanta violenza ha generato la pandemia, siamo in una società aggressiva, incazzata, giustamente spaventata e mi è venuta voglia di fare un film diverso, che fosse come una carezza a me stesso e al pubblico, un film sui sentimenti e le emozioni dolci, con cui spero di far nascere il desiderio di vivere con quella famiglia perché sono simpatici nonostante i dilemmi che li attraversano. A che pubblico ho pensato? Alle persone gentili che non parlano solo per farsi sentire e che si meritano luoghi, e anche opere, dove il loro stile di vita sia rappresentato. Il film è ambientato nel 1965, che è il mio anno di nascita, ma anche un’epoca senza cellulari e social, dove parlarsi era l’unico modo per cercare di capirsi, di amarsi, di odiarsi. È un film sulle cose non dette e sul desiderio di parlare e di ascoltare, in un momento in cui questo è molto difficile, o perché non ti fanno esprimere o perché, se lo fai, vieni insultato, aggredito. A me manca molto quell’Italia lì, del 1965, che poi è l’Italia di mio padre.

L’attore protagonista, Massimiliano, è figlio di un altro mattatore, il popolare cantante Nunzio Gallo. Quanto avete usato le vostre biografie?

Sappiamo cosa vuol dire avere quei padri, non avevamo bisogno di parlarci o giocare su questo. L’unica allusione a Vittorio è il cameo in cui appaio vestito da attore e dico enfatico: “La parola è una freccia, seguila e troverai te stesso”. È una frase che mio padre buttava sempre lì ai suoi studenti di teatro. Suonava bene, pensosa, ma in realtà non voleva dire niente… (ride).

Silenzi piccoli o grandi. Con suo padre sono rimaste cose non dette?

No. Ricordo bellissimi viaggi, lunghi anche 6000 chilometri. Lui guidava, non diceva una parola, io tacevo, scorrevano i paesaggi. Era però un silenzio rassicurante, stavamo bene e basta, eravamo fatti così. Con mio figlio Leo, al contrario, mi sono imposto da subito attenzione e ascolto, sono importanti le domande e lo sono le risposte. Non dialogare mi fa paura.

Quel “Good morning terrestri” che lancia ogni giorno da Twitter è diventato un cult. Che cosa augura agli abitanti della Terra?

Che questa maledetta pandemia sia in qualche modo formativa. Io me lo chiedo tutti i giorni: “Ho imparato qualcosa?”.

E cosa si risponde?

Che ho imparato a stare un po’ fermo, a riflettere e leggere di più, soprattutto la poesia, grande passione ritrovata. E a fare un passo indietro rispetto a un certo cinema pop che non farò più.

Questa è una notizia!

Sì, spero di continuare ad avere lo stesso tipo di successo facendo cose che mi divertono di più. Nel terzo episodio di Ritorno al crimine non ci sarò per mia scelta, non rinnego quello che ho fatto con colleghi bravissimi e divertendomi, ma dopo questo periodo così difficile non credo di poter continuare a far ridere con quel tipo di cinema. Tutto è cambiato, sono cambiato io, sono cresciuto, sto invecchiando, ho 56 anni e sono pronto a fare cose più interessanti: finora ho lavorato sempre, adesso ho deciso di tenermi 150 giorni liberi l’anno per le mie vere passioni. Voglio interpretare e dirigere film che mi assomiglino, ho acquisito coraggio anche attraverso gli errori, ne ho fatti tanti e adesso ho bisogno di preoccuparmi della mia persona.

È un addio all’attore sexy e brillante, dobbiamo crederci?

(ride) Tranquilli, questa è la fase di passaggio, in autunno mi vedrete tanto in tv con I bastardi di Pizzofalcone 3 e con la serie Un professore, dove faccio l’insegnante di filosofia, io che a scuola ero una capra. Ma prima di allontanarmi da tutto, ci sarà la mia ultima interpretazione come attore d’azione in un revenge violentissimo, Il mio nome è vendetta per Netflix, dove sono praticamente una belva. Mi sto allenando in vacanza per rimettermi in forma. Ma è l’ultima volta, promesso, poi mi lascio andare! Basta con gli addominali, sarò semplicemente un ultracinquantenne, bellissimo perché pieno di passioni. |

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