"Ospedali troppo affollati, più test e cure a casa"

Alessandro De Angelis
·ViceDirettore
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26/08/2020 Roma, Domenico Arcuri, AD di Invitalia. Attualmente è il commissario straordinario per il potenziamento delle infrastrutture ospedaliere necessarie a far fronte all'emergenza COVID-19 (Photo: Alessandro Serrano' / AGF)
26/08/2020 Roma, Domenico Arcuri, AD di Invitalia. Attualmente è il commissario straordinario per il potenziamento delle infrastrutture ospedaliere necessarie a far fronte all'emergenza COVID-19 (Photo: Alessandro Serrano' / AGF)

Commissario Arcuri, lei una settimana fa ha annunciato il raddoppio dei tamponi. A che punto siamo?

Innanzitutto, i dati: Nei primi mesi dell’emergenza riuscivamo a fare circa 30mila tamponi al giorno, nell’ultima settimana ne abbiamo oltre150mila, cinque volte di più. Siamo tra i paesi al mondo che fanno più screening. A marzo il rapporto tra tamponi e contagiati era del 25 per cento, oggi è del 13 per cento. La metà. Non solo: la stragrande maggioranza dei contagiati è asintomatica. Queste considerazioni ci danno la percezione plastica della differenza tra la prima e la seconda ondata.

Sì, va bene, questo il quadro, ma il raddoppio annunciato?

Nelle prossime settimane metteremo le Regioni nelle condizioni di fare 200mila tamponi molecolari al giorno. Inoltre abbiamo acquistato 10milioni di test antigenici che si aggiungeranno portando fino a 300mila la capacità di screening giornaliera.

Saranno distribuiti anche ai medici di base? Diciamocelo, questo è stato il principale buco nero di questa storia.

In questo momento il principale problema della seconda ondata è l’affollamento degli ospedali. E non quello delle terapie intensive. Dobbiamo fare di tutto per testare il più possibile le persone ma, nello stesso tempo, curarle in casa. Perciò è davvero necessario un coinvolgimento totale dei medici di base e dei pediatri di libera scelta.

Commissario, sarebbe ora, sperando che, come si dice in questi casi, non sia troppo tardi.

Abbiamo detto loro che li stiamo dotando di tutte le attrezzature che servono e abbiamo chiesto di aiutarci ancora di più. Devono fare i test così da alleggerire le Asl e curare il più possibile i loro assistiti a casa, così da alleggerire gli ospedali. Non serve ricoverarsi solo perché si ha 38 di febbre, il sistema regge se si va in ospedale perché se ne ha davvero necessità.

Questa esigenza però cozza col fatto che le Regioni, almeno così hanno detto, non fanno più tamponi agli asintomatici. Come mai? Non avete abbastanza tamponi da distribuire?

Ieri in Francia c’erano 1.165.000 contagiati, in Spagna 1.046.000, nel Regno Unito 895.000, da noi 565mila, meno della metà che in Francia, la metà della Spagna e poco meno della metà del Regno unito. Nell’ultima settimana però abbiamo trovato 130mila contagiati. I tamponi disponibili sono più che sufficienti. La verità è che il sistema di tracciamenti rischia di non produrre più i suoi effetti. Per ogni contagiato, anche se asintomatico, si devono fare decine di tamponi a coloro con i quali è stato in contatto.

Cioè lei sta dicendo: con questi numeri la curva è fuori controllo, e siamo oltre il discorso di sintomatici e asintomatici. Ed è saltato il sistema dei tracciamenti.

Se posso risponderle con una immagine, nella prima ondata l’epidemia era più profonda, avevamo più decessi e più entropia nelle terapie intensive. Adesso è più larga, abbiamo assai più contagiati, spesso quale risultato degli screening, e più asintomatici con l’entropia degli ospedali. Se questi numeri continuano a crescere, come già accaduto negli altri grandi paesi europei, il sistema sanitario viene messo a dura prova. Non si potranno tracciare tutti. Nell’attesa che le misure che il governo ha messo in campo nello scorso week end producano i loro effetti.

Come stiamo messi con le terapie intensive? Lei e Boccia, una settimana va, avete criticato le Regioni dicendo che mancavano all’appello circa 1600 terapie intensive. È stato recuperato questo ritardo?

All’inizio dell’emergenza c’erano 5179 posti letto in terapia intensiva, noi in questi mesi abbiamo distribuito loro 3159 ventilatori. Le Regioni alla fine della prima ondata ne avevano smontati una parte, in queste ore li stanno riattivando tutti. Su questo non c’è più nessuna polemica. Ci siamo confrontati e abbiamo condiviso i numeri veri.

E perché li avevano disattivati? Allora lo vede che è fondata la critica che in questo paese c’è stata un’euforia estiva, come se tutto fosse finito.

Perché la curva epidemiologica si era clamorosamente ridotta e tendeva a zero. Non servivano più nelle terapie intensive. Però noi oggi ne abbiamo pronti altri 1450 che serviranno già da domani per evitare crisi nelle terapie intensive. Che ancora non ci sono: ieri il 19,9 per cento dei posti letto in terapia intensiva erano occupati da malati Covid. Quanto all’euforia estiva cosa debbo dirle: neanche prima della pandemia frequentavo il Billionaire.

Quindi il problema non sono le terapie intensive ma gli ospedali. E allora, come si fa: state attrezzando degli ospedali da campo?

Si mettono in campo una pluralità di azioni: meno ricoveri quando non sono necessari, più attrezzature per le terapie intensive, più capacità degli ospedali per i ricoveri con strutture provvisorie e ospedali da campo, come abbiamo già fatto durante la prima ondata. E si riprende il sistema di collaborazione tra le Regioni per trasferire i malati nei luoghi dove c’è più disponibilità in modo da non bloccare quelli dove le disponibilità si stanno esaurendo.

Ricapitolando: più ventilatori, più test, più ospedali da campo. È evidente che siamo dentro un salto di qualità.

Sono certo lei ricordi che a marzo in Italia non si produceva neanche una mascherina. Andavamo in giro per il mondo a cercarle, e a combattere una terribile guerra commerciale con gli altri paesi che avevano le stesse nostre necessità. Dal 14 settembre tutti i giorni mandiamo, unico paese nel mondo, 11milioni di mascherine chirurgiche gratuite a tutti gli studenti, i docenti, il personale di tutte le scuole d’Italia. Ora è necessario un altro salto di qualità.

Arcuri, proprio questo è il punto. A marzo eravamo davanti all’ignoto. Ora davanti a ciò che era largamente prevedibile. È inutile che ci giriamo attorno. La questione è come vi siete preparati alla seconda ondata. Quello che lei ha descritto, anche sui tamponi, è la fotografia di un ritardo.

Nel frattempo questa estate abbiamo sentito chi diceva, con qualche presunta autorevolezza, che il virus era scomparso. Chi, più conservatore, aggiungeva che la carica virale si era abbassata. Chi incitava al tana libera tutti. Sono più o meno gli stessi che oggi denunciano i ritardi. La realtà è che noi ci siamo preparati ad una recrudescenza del virus ma non ci aspettavamo che fosse così tumultuosa. E che riusciamo a gestirla solo se, come mi sembra negli ultimi giorni, gli italiani ritrovano la responsabilità che hanno dimostrato. Nessun paese al mondo con la sola forza dei governi riesce a gestire queste curve.

Mi perdoni commissario ma questo discorso sulla responsabilità è accettabile solo dopo che si sono acclarate le vostre di responsabilità. Si rende conto che state consegnando i banchi alle scuole chiuse?

Noi siamo responsabili di aver portato l’Italia dall’essere il secondo paese al mondo per numero di contagiati all’essere il quattordicesimo.

Mi pare che si candida a risalire rapidamente la classifica.

La sola classifica che vorrei vedere in risalita è quella della Roma nel campionato. Quanto ai banchi, in due mesi abbiamo fatto produrre e stiamo distribuendo una quantità di banchi che in Italia si fa in dodici anni e mezzo. Quando le poche scuole che sono chiuse riapriranno, avranno anche loro attrezzature più moderne. E speriamo che per sostituirle, tra dieci anni, non debba esserci una nuova epidemia. Lo sforzo che è stato fatto per la scuola, mi creda, non ha pari in nessun altro paese simile al nostro.

Arcuri, qui stiamo parlando di soldi messi su una cosa del tutto secondaria ai fini del contagio e di un clamoroso ritardo sulla prevenzione: la app immuni, le code per i tamponi indegne di un paese civile, altro che “modello italiano”.

L’Italia è un paese organizzato in una sorta di federalismo di fatto. Noi compriamo nel più breve tempo possibile tutto quello che serve nelle quantità maggiori possibile. Poi se ci sono i drive in o le code chilometriche possiamo solo supportare le Regioni, per ridurle o proporre altre forme di somministrazione dei tamponi.

Se è così, i dpcm varati dal governo che scaricano molte responsabilità sulle Regioni sono una toppa peggio del buco. Non è più semplice ammettere che il problema delle Regioni nasce anche dalla confusione a livello centrale?

È esattamente il contrario con buona pace di coloro che hanno sostenuto, fino a qualche settimana fa, che bisognasse considerare conclusa l’emergenza. La pandemia oggi non è più concentrata in un pezzo del paese ma distribuita purtroppo da per tutto. Il governo detta le regole e ha condiviso che le Regioni possano solo renderle più restrittive. E poi non mi faccia dire delle Regioni quello che non penso. Anche per loro gestire una fase così ampia, prima che così profonda, è difficilissimo. Nelle ultime settimane il clima di collaborazione è assolutamente tornato.

Mi spiega la ratio di chiudere i ristoranti e non toccare i trasporti?

L’obiettivo è evitare il più possibile la mobilità superflua delle persone. L’80 per cento dei contagi ora avviene nelle case e qualcuno il virus nelle case lo porta perché si contagia fuori.

Appunto, su un autobus. Non pensa che un super-commissario all’emergenza avrebbe dovuto avere anche poteri sull’affitto di mezzi privati per il trasporto pubblico? Demandarla agli enti locali non ha funzionato, evidentemente.

Io non devo pensare, ma attuare al meglio quello che mi viene richiesto. L’ho fatto, credo con qualche risultato e una straordinaria collaborazione col ministro Azzolina per la scuola. Lo faccio dall’inizio con una altrettanto straordinaria collaborazione per gli approvvigionamenti sanitari col ministro Speranza.

Mi pare evidente che, se dopo queste misure la curva continuerà a salire, il prossimo passo sarà il lockdown. Sbaglio?

E allora intanto lavoriamo tutti, istituzioni e cittadini, perché la curva si fermi. Non è un luogo comune: dipende solo da noi. E non vivremo più quelle giornate spettrali e dolorose che resteranno solo un pezzo indimenticabile della nostra memoria.

È d’accordo che il lockdown è un fallimento della politica?

No, una politica alta ha il dovere di considerare il diritto alla salute per quello che è: un valore assoluto e non negoziabile. Se per preservarlo ha dovuto introdurre il lockdown, è stata tutt’altro che fallimentare.

Ma, in coscienza Arcuri, ha qualcosa da rimproverarsi o pensa che si è fatto tutto il possibile per evitare di arrivare fin qui?

Sono abituato a dare conto di quello che faccio io. E una cosa da rimproverarmi ce l’ho: ho fissato il prezzo calmierato delle mascherine con qualche settimana di ritardo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.