Otto cose che abbiamo imparato dalla vicenda di Monica Lewinski

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Abbiamo titolato definendo l'oggetto di questo pezzo come "la vicenda Lewinski", ma la sua protagonista, che oggi è una donna che fa la psicologa e appare risolta come poche, preferisce definirlo con il nome dell'altro personaggio centrale, e cioè l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Insomma, Monica Lewinski quando parla di quanto accaduto 25 anni fa alla Casa Bianca, parla dello "scandalo Bill Clinton", con il preciso intento di addossare la responsabilità sull'uomo di potere che, invece, in quello che è ovviamente diventato uno dei processi mediatici più enormi della storia, è stato allora ampiamente scagionato, dal suo partito ma pure da quello avversario.

La villain della situazione era lei, ai tempi 22enne ma vista come più scaltra e sgamata del presidente della più grossa potenza mondiale. Quale onore, verrebbe da dire, se non fosse che la lettura più condivisa della vicenda, che, ricordiamo, riguarda la relazione tra il 49enne Clinton e la poco più che ventenne Lewinski, fu che la ragazza era un'arrivista, una squilibrata, una manipolatrice, una poco di buono, una sgualdrina. Sullo sfondo, opacissimo, il fatto che quello del rapporto trai due fosse anche un momento in cui Clinton era accusato di molestie sessuali a un'ex dipendente statale dell'Arkansas.

Oggi, 25 anni dopo l'affaire che per poco non portò alla caduta dell'allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, Monica Lewinsky torna a parlare dello scandalo che nel 1998 travolse la Casa Bianca e della crisi politica che ne scaturì, e lo fa attraverso una serie tv dal titolo Impeachment: American Crime Story, in Italia dal 19 ottobre su Fox, diretta da Ryan Murphy, nome tutelare della fiction d’oltreoceano, al suo terzo capitolo della saga dedicata ai più importanti processi (sì, anche mediatici) della storia americana. Alla base del progetto, c’è l'idea di Murphy di ricostruire lo scandalo-Clinton dal punto di vista delle donne che ne sono protagoniste. Cominciando col nominare capo progetto una sceneggiatrice, Sarah Burgess, attenta a calarsi nel punto di vista femminile della storia. E poi chiamando la stessa Monica Lewinsky come consulente della serie, dandole voce in capitolo nell’allestimento delle scene principali di quella vicenda. In attesa di vedere il dramma in 10 parti (che negli States è già in onda e sta raccogliendo critiche molto divisive), ecco una riflessione su alcune delle lezioni che abbiamo tratto dal più impattante scandalo sessuale della politica americana.

Lo slut-shaming era una prassi, negli anni Novanta, e non faceva niente per nascondersi. Anche prima, molto prima, che venisse a galla qualsiasi verità nella faccenda, Lewinsky divenne bersaglio di odio. Descritta dai media mainstream come una "predatrice che aveva messo gli occhi sul presidente", problematicamente promiscua e ricattatrice, nelle parole, come ricorda Zoe Williams sul Guardian, del presentatore di talkshow Bill Maher, e in un'approvazione traversale tanto dai democratici quanto dai repubblicani, era "pazza di potere, malata di grandiosità e narcisismo". Questo era il modo consueto di screditare una donna, che avrebbe potuto rivelare le scorrettezze sessuali di un uomo che occupava la più alta carica pubblica. C'era un'implacabilità impressionante, negli attacchi a Lewinsky, e se la maggior parte di questa preoccupante ambiguità che le aleggiava intorno derivava, ovviamente, dal fatto che Clinton non stesse dicendo la verità, anche dopo che la menzogna del presidente fu sbugiardata, il crudo odio per Lewinsky non si dissipò. Non abbiamo ancora visto quegli stessi soggetti che hanno maciullato Lewinski, usare, oggi, un decimo di quella violenza nei confronti di Bill Clinton, amico e frequentatore piuttosto abituale degli incontri organizzati da Jeffrey Epstein sulla sua isola degli orrori.

La comprensione delle dinamiche di potere era estremamente sottostimata. Clinton era potente, forse come nessun altro al mondo, mentre Lewinsky era una stagista ventenne. Tuttavia, la differenza tra le loro posizioni e quale sfruttamento avrebbe potuto prosperare in quel baratro, allora non è stata quasi per nulla esaminata. Durante la vicenda, era terribilmente raro persino veder esprimere preoccupazione per quanto fosse giovane Lewinksy, per non parlare del fatto di chiedersi cosa significasse "consenso" in questo contesto.

Se sei una donna intrappolata nella dicotomia Madonna-puttana, prova a non essere né l'una né l'altra (e buona fortuna). Il tasso di popolarità di Hillary Clinton, in una dinamica opposta rispetto alla spirale d'odio riversata contro Lewinski, ha raggiunto il massimo storico all'inizio del processo di impeachment, quando è stata percepita come donna che stava adempiendo al dovere supremo di una moglie: la lealtà. Semmai, gli attacchi contro di lei sono più gravi ora, che s'è defilata dal ruolo di comprimaria del marito per dedicarsi alla sua carriera politica, di quanto non fossero negli anni '90. Santa l'una, p....a l'altra, in una polarizzazione del discorso intorno a ciò che deve o può essere una donna, che sopravvive, a sprazzi, anche oggi.

Il corpo delle donne è sempre dibattuto, quello degli uomini no. C'è bisogno di riassumere quante parole, battute, barzellette (oggi impazzerebbero meme) siano state prodotte sulla fisicità di Lewinski e quante (zero) su quella di Clinton? A lei è stato fatto pesare tutto, in particolare che fosse "grassa", su Bill nemmeno un rigo. Che cosa è cambiato, oggi, è una domanda dolorosa.

Il mondo ha fatto passi avanti, ma non tanto quanto vorremmo. È difficile dire se il trattamento riservato a Lewinsky sarebbe stato diverso, se la storia fosse accaduta oggi. Certamente la ferocia dei media mainstream sarebbe stata molto minore, ma va detto che ora ci sono correnti altamente misogine che popolano l'online, il che fa pensare che l'odio sarebbe se non pari, quasi. I fatti recenti ci dicono che è ancora un grosso rischio accusare un uomo potente di cattiva condotta sessuale. E sembra anche che sia ancora un gioco di numeri. La nostra ottimistica e condivisa, sensazione che il movimento #MeToo sia stato veicolo di un cambiamento reale, seppure ancora fortemente in divenire, della società, è in parte illusoria. E a dircelo, quattro anni dopo che tutto ebbe inizio, sono i numeri. Perché rispetto alle migliaia di uomini (e qualche donna) accusati di reati sessuali, le condanne sono state davvero molto limitate. Sette per la precisione, una delle quali, quella di Bill Cosby annullata il 30 giugno, ma non per una comprovata innocenza dell'attore accusato da 60 donne di averle o drogate e poi stuprate, o molestate sessualmente, bensì a causa di un vizio procedurale. Raramente, dunque, si crede alla parola di una sola donna; 50 potrebbero farcela (basti dire che ci sono volute 87 accusatrici per abbattere Harvey Weinstein); 150 è l'ideale: questo è infatti il numero di donne e ragazze che hanno accusato Larry Nassar, il medico delle ginnaste statunitensi. Qualcosa è cambiato, non abbastanza.

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