Per colpa di Elon Musk e dei suoi satelliti non vedremo più le stelle come prima

Di Simone Cosimi
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Photo credit: ArisSu - Getty Images
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From Esquire

Arriverà un momento in cui avvistare un satellite artificiale non sarà più granché entusiasmante? Così la pensa Samantha Lawler, astronoma, che su The Conversation racconta il rischio dell’invasione di minisatelliti a opera di Elon Musk e del suo pachidermico progetto Starlink: “Stiamo per attraversare una drammatica transizione nella nostra esperienza dei satelliti – scrive l’esperta – non accadrà più di andarsene in campeggio fuggendo dalle città e osservare liberamente le stelle: dovremo scorgerle in una rete di satelliti luminosi e striscianti e non importerà quanto sia remoto il luogo in cui ci troviamo”.

Delle megacostellazioni satellitari ne abbiamo parlato in diverse occasioni. Ma ora stanno diventando realtà e in prospettiva potranno trasformare il cielo notturno in una “trafficata autostrada di luci in movimento, oscurando le stelle”. La Federal Communications Commission statunitense ha infatti autorizzato qualcosa come 12mila satelliti del programma Starlink, che ha sottoposto la richiesta per altri 30mila satelliti. Ma molte altre società hanno progetti di questo tipo per le comunicazioni, internet globale, controllo e scopi militari - ce ne sono anche di segreti lanciati dal Pentagono, il programma si chiama Blackjack - e così via. Al momento di satelliti in orbita ce ne sono 3mila, almeno questi sono quelli attivi. Ma gli Starlink attuali sono il 99% più brillanti degli altri perché posizionati nell’orbita bassa, molto più vicini alla superficie del pianeta e più riflettenti di quanto gli stessi ingegneri del gruppo prevedessero.

Photo credit: Kilian Baumgartner / EyeEm - Getty Images
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In pratica ogni due settimane, più o meno, SpaceX spara in orbita una sessantina di satelliti. Entro Natale – il prossimo, non del 2021 - quelli del gruppo guidato da Musk saranno un migliaio. “A occhio nudo, osservare il cielo da una località isolata consente di avvistare circa 4.500 stelle. Farlo da appena fuori una città riduce questa opportunità a circa 400 – spiega l’astronoma – le simulazioni mostrano che da 52 gradi Nord, la latitudine di Londra, centinaia di satelliti Starlink saranno visibili per circa due ore dopo il tramonto e prima dell’alba e dozzine di questi rimarranno visibili tutta la notte nei mesi estivi”. Insomma non avremo più modo di sfuggire a un’altra delle emergenze ambientali, quella dell’inquinamento luminoso, perché spostarci non servirà a nulla: il problema sarà – anzi, è già – in orbita terrestre bassa. Un problema particolarmente significativo per le osservazioni in Canada, alle latitudini settentrionali degli Stati Uniti e in gran parte d’Europa.

Se SpaceX e Amazon - il suo Project Kuiper prevede per ora 3.236 satelliti, autorizzati dalla Fcc giusto la scorsa estate - stanno collaborando con astronomi professionisti su come trovare un modo per mitigare l’effetto di migliaia di satelliti riflettenti in particolare per le osservazioni sugli oggetti celesti interstellari, cioè tutti quelli slegati da un sistema con un proprio “sole” di riferimento. Basti pensare agli asteroidi, specie i cosiddetti “neo”, near Earth object più pericolosi, che potrebbero sfuggire all’astronomia professionale così come agli astrofotografi amatoriali che spesso li scovano consentendo di metterli sotto osservazione. Come noto SpaceX ha provato ad avvolgere i suoi mezzi con un rivestimento oscurante, anche se i primi test non sembrano promettenti (e intanto i lanci continuano a tamburo battente con i soliti Starlink).

Photo credit: Starlink
Photo credit: Starlink

Che poi il sistema Starlink possa davvero fornire connettività a internet a tutto il globo, anche e soprattutto ai luoghi più remoti del pianeta, rimane un argomento tutto da provare: quanto costerà quella connessione? Sarà davvero accessibile a tutti o non, piuttosto, l’ennesima alternativa per i mercati ricchi al costo di devastare l’osservazione del cosmo?

Molte altre società stanno seguendo le tracce di SpaceX. E questo solleva, specie nella totale assenza di regole per le orbite satellitari, rischi in termini di collisioni singole o multiple e soprattutto di recupero dei detriti, semmai fosse possibile occuparsene in modo economico (al momento non lo è). La spazzatura spaziale è già oggi un problema enorme, potenzialmente destinato a crescere attraverso le diverse generazioni di questi satelliti, che alla loro disattivazione saranno abbandonati a se stessi perché nessuno può obbligare le compagnie private a recuperarne i “resti”.

La prospettiva è paradossalmente critica per lo stesso business spaziale. Potrebbe infatti dare vita alla cosiddetta sindrome di Kessler. Uno scenario catastrofico che vale la pena spiegare nel dettaglio. Nel 1978 il consulente della Nasa Donald J. Kessler mise in allerta su uno scenario nel quale la quantità e il volume dei detriti spaziali che si trovano in orbita bassa intorno alla Terra diventino così elevati da generare continue collisioni. Fino a innescare una spaventosa reazione a catena, un effetto domino con incontrollata moltiplicazione dei detriti, aumento degli impatti probabili e la sostanziale impossibilità, per decenni, non solo di lanciare ulteriori satelliti ma anche di pensare a qualsiasi tipo di esplorazione spaziale con equipaggio o meno. Una prospettiva che appare più probabile con sonde e satelliti piazzati su orbite basse, i cui detriti tendono anche a rientrare verso la Terra, ma d’altronde intorno al nostro pianeta c’è ormai di tutto a ogni altitudine.

Photo credit: Yuri Smityuk/GETTY
Photo credit: Yuri Smityuk/GETTY

C’è poi un problema più profondo, quasi filosofico, sollevato da Lawler. La nostra intensa connessione con le stelle (non a caso siamo fatti di materia proveniente da antichissime stelle, come scriveva Carl Sagan quarant’anni fa): la metà degli atomi che formano i nostri corpi è materia prodotta fuori dalla Via Lattea. I miliardi di miliardi di particelle di base che compongono corpi e oggetti, confermò uno studio di tre anni fa, sono materia intergalattica spinta dai venti galattici prodotti dalle supernove che ha percorso centinaia di migliaia di anni luce. Alla fine, al verificarsi di alcune condizioni, si è riunita e compressa dalla sua stessa gravità. Siamo pronti a rinunciare alla nostra fonte di vita?

“Le grandi corporation come SpaceX e Amazon risponderanno solo alle leggi, molto lente specialmente su scala internazionale, e alle pressioni dei consumatori – conclude l’astronoma – disporre di una nuova possibilità di connessione a internet vale il prezzo di perdere l’accesso a un cielo senza ostacoli? Davvero vogliamo perderne l’accesso per il profitto di poche, grandi compagnie?”.