Per la maestra di Torino non c'è stato solo revenge porn, ma anche mobbing pesantissimo

Di Carlotta Sisti
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Photo credit: Westend61 - Getty Images
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From ELLE

Dopo il revenge porn, arriva anche il mobbing. Ricorda moltissimo un'altra storia, accaduta a Brescia e con un pattern praticamente identico a quello con cui è stata brutalizzata la maestra di Torino. Anche là una donna, una lavoratrice, una professionista, venne licenziata dallo studio dentistico in cui operava, con il pretesto del "danno d'immagine", causato, badate bene, non da qualcosa di cui lei era stata artefice, ma da un atto osceno di cui era e rimane vittima, ovvero la diffusione e condivisione non consensuale di materiale erotico privato, sintetizzata in "revenge porn", contro cui, finalmente, anche in Italia abbiamo una legge. Quasi un anno dopo, nulla è cambiato, e una maestra d'asilo è stata costretta a dare le dimissioni, perché un criminale (che, ribadiamo, di reato e non di goliardia si tratta, e lo ha spiegato molto bene proprio un uomo, che risponde al nome di Claudio Marchisio) ha buttato nella "chat del calcetto" video intimi di loro due. E dato che siamo ancora una repubblica fondata sul maschilismo, lui ha ricevuto pacche sulle spalle dai compagni di chat, e lei un benservito dalla scuola in cui lavorava. E su quest'ultimo punto, proprio in queste ore si sono aggiunti dettagli che rendono lo scenario tanto più insopportabile: la dirigente scolastica, infatti, è stata registrata in un audio, fatto ascoltare in udienza nel processo che vede la stessa preside al banco degli imputati.

La dirigente, oggi accusata di violenza privata per aver "costretto" la vittima di revenge porn a licenziarsi, ha mandato un messaggio a tutte le altre maestre"Allora ragazze - si sente nell'audio, come riportato dai quotidiani torinesi - ho pensato di fare un vocale: domattina mi darete tutti i cellulari perché ho paura che lei possa prendere come pretesto qualsiasi cosa per danneggiarci. Per favore, cercate di indurla a fare qualcosa di sbagliato: qualsiasi cosa succeda mi chiamate e io lo prendo come pretesto per mandarla via. Fatemi sta cortesia, io non più cosa fare". E se la dirigente, finora, aveva sempre sostenuto di aver lasciato a casa la maestra "per proteggerla", quest’ultima ha, invece, sempre sostenuto che si sia agito solo per proteggere il “buon nome” della scuola. Tesi, quest'ultima, che sembra confermata da quanto sentito in aula. C'è, infatti, poco margine per la libera interpretazione: i messaggi della direttrice esprimono la volontà di mandare via a tutti i costi la donna. Per questo, emerge da alcune testimonianze, la direttrice avrebbe persino suggerito alle colleghe di affidarle i bambini più problematici da gestire, in modo da indurla ad andarsene, o quanto meno "farle fare qualcosa di sbagliato".

Ecco, c'è ancora qualcosa da dire, proprio sul fronte delle testimonianze, perché, nonostante l'evidenza delle intenzioni della preside, perfettamente espresse dal suo vocale, le colleghe della maestra torinese paiono restie ad esporsi in suo favore. Tanti, riportano i cronisti, sono i "non so" "non ricordo", mentre una testimone avrebbe ripercorso i fatti appena precedenti le dimissioni dicendo che "per quella storia la collega stava male, era sconvolta. Noi cercammo di consolarla, di starle vicino, manifestammo il nostro affetto con abbracci e pacche sulla spalla. La dirigente le consigliò di prendersi un periodo di riposo e la lasciò libera di decidere se dimettersi o meno. Era la nostra collega, dopo la riunione, a volersi dimettere: disse che non se la sentiva di guardare in faccia i genitori e i bambini". Una versione che stride rispetto a quella raccontata dalla stessa vittima di revenge porn nella scorsa udienza, quando ha raccontato di essere stata convocata a scuola e di aver subìto un processo sommario da parte della dirigente e delle colleghe che l’avrebbero umiliata, dandole della svergognata e di fatto costringendola a dare le dimissioni. Ne sapremo certo di più con le prossime udienze, per quello che si preannuncia già come un processo duro e faticoso, ma nel quale, permettete, chi sia la vera vittima, e non certo solo di "danno d'immagine", non può essere messo in discussione.