Perché Unplanned, il film sull'aborto, è stato boicottato in Italia e negli Stati Uniti

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Photo credit: Unplanned
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Il tema dell’aborto è sempre e comunque molto delicato, ma il cinema ultimamente sembra sensibile a questo argomento che riguarda il mondo femminile a livello internazionale.

Dopo il Leone d’Oro a La Scelta di Anne - L’Evenement di Audrey Diwan, a fine Settembre è uscito nelle sale Unplanned, un film ispirato a una storia vera che racconta l’avventura di Abby Johnson, una giovane donna che ha lavorato per molti anni in una delle cliniche Planned Parenthood in Texas, aiutando donne di tutte le età nella dura decisione di porre fine alla gravidanza.

Photo credit: Unplanned
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Diretto da Cary Solomon e Chuck Konzelman, Unplanned segue la carriera in ascesa di una dipendente determinata e dedita al proprio lavoro, nonostante la disapprovazione di amici e parenti. Abby è convinta di operare per il bene delle donne, per la loro libertà di scelta. Ma da semplice consulente, in breve tempo, si ritrova a dirigere la clinica che aggiorna alcune pratiche e protocolli, trattando con cinismo e avidità una pratica descritta come invasiva e disumana. Gli aborti producono denaro e gli interessi delle pazienti non sembrano sempre al primo posto.

Dagli Stati Uniti all’Italia sono girate voci su proteste e un boicottaggio dell’uscita nelle sale di Unplanned, visto l’argomento scomodo e la presa di posizione della produzione. Gruppi di attivisti avrebbero tentato di boicottare i cinema che ospitavano l’anteprima del film con mail e phone bombing, secondo quanto riporta il comunicato stampa ufficiale.

In America il film ha scosso gli animi, raggiungendo il quarto posto al box office, ma non può definirsi propriamente neutrale nell’esporre l’idea alla base della sceneggiatura. Si percepisce chiaramente una condanna all’aborto, o perlomeno al modus operandi di Planned Parenthood, questa potente organizzazione americana, proponendo allo spettatore diverse immagini disturbanti ed esplicite che evidenziano gli aspetti più brutali dei vari metodi adottati dal personale sanitario.

“Sono felice – ha affermato Federica Picchi, distributore italiano del film – di essere riuscita a portare Unplanned in Italia. I dati ci dicono che è già un successo. Non mi aspettavo diversamente dato che è una storia, autentica e toccante, raccontata in modo equilibrato, che gli italiani vogliono andare a vedere al cinema e conoscere nonostante il Covid e il green pass. Mi spiace, invece, constatare che, nonostante la fedeltà del film alla realtà dei fatti, la commissione censura del Ministero dei Beni Culturali abbia deciso di censurare la pellicola, applicando il divieto di visione ai minori di 14 anni. Parallelamente il Festival di Venezia celebra un film sullo stesso tema, ma dalla prospettiva opposta, basato su una storia di fantasia. Trovo, inoltre, inaccettabile che in un paese libero e democratico, alcuni cinema che hanno deciso di ospitare la pellicola siano stati sottoposti al tentativo di boicottaggio da alcune organizzazioni di attivisti. A queste sale, che consentono la libertà di espressione culturale, va tutto il mio sostegno”.

Sicuramente il cinema deve informare e ogni autore è libero di esporre il suo punto di vista su un determinato argomento, quindi la censura in questo caso è discutibile. Il pubblico è comunque libero di andare a vedere il film che preferisce, ma è anche vero che Unplanned a tratti ci va giù pesante e potrebbe ledere la sensibilità dei più giovani. Quindi è bene farlo vedere, ma qualche limite di età non è del tutto sbagliato. La politica del terrore e dell’intimidazione non è la via giusta per evitare che le giovani generazioni prendano decisioni sbagliate e la storia lo ha confermato più di una volta.

Photo credit: Unplanned
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La presa di coscienza della protagonista che, dopo aver lavorato in una clinica abortista, si pente di quello che ha fatto e passa all’opposizione, rende ben chiaro il messaggio del film. Oltre alla presenza costante di riferimenti alla religione, al senso di colpa e alla professione di quello che è giusto e sbagliato.

Insomma Unplanned non lo definirei imparziale; sembra piuttosto uno spot contro l’aborto, consapevole della sua idea, e gli autori sono liberi di condividere il loro pensiero con lo spettatore. Sta a quest’ultimo interpretare la storia come meglio crede. La maternità è una cosa così personale e intima che giudicare dall’esterno diventa un compito non difficile ma quasi impossibile.

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