Perché i centri per aiutare gli uomini autori di violenza contro le donne sono ancora così pochi?

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Photo credit: Armin Staudt / EyeEm - Getty Images
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Quando si parla di violenza di genere il focus è sulla vittima. Certo, si parla anche dell'aggressore (Chi era? Era un brav'uomo? Era un mostro? ) ma l'attenzione è soprattutto sulla donna. Con i femminicidi in costante aumento è logico e doveroso preoccuparsi delle vittime di violenza, fornire loro aiuto e sostegno, ma, sul lungo periodo, non si può far finta che si tratti di un problema principalmente maschile. Sono gli uomini che, ad ogni femminicidio che si aggiunge alla lista, si trasformano in carnefici: è a loro che dovremmo guardare per capire cosa sta succedendo e come cambiare le cose. Eppure, nonostante il piano nazionale sulla violenza di genere 2017-2020 prevedesse anche l'attivazione di percorsi di rieducazione e nonostante il Codice Rosso preveda dal 2019 che la partecipazione a dei programmi di aiuto possa essere un'alternativa alla pena o comportare una sua riduzione, i centri per uomini violenti sono ancora scarsamente presenti sul nostro territorio. Secondo i dati del 2017 (gli ultimi disponibili) in Italia sarebbero meno di settanta, troppo pochi.

Sabina Pignataro ha intervistato per Repubblica Mario De Maglie vicepresidente del C.A.M, Centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze, il primo servizio in Italia dedicato agli autori di comportamenti violenti nelle relazioni affettive. Secondo De Maglie non basta "migliorare la formazione nei tribunali; creare nuovi strumenti di protezione per le donne che denunciano; incrementare il sostegno offerto ai genitori e ai figli delle donne vittime di femminicidio", è fondamentale focalizzarsi anche sugli autori di questi gesti. "Se la società non aiuta gli uomini a individuare e disinnescare quei meccanismi che alimentano la violenza di genere, allora ogni sforzo è destinato a fallire", spiega. La sua esperienza al C.A.M è positiva: il centro aiuta gli uomini in primis a comprendere quegli episodi che li hanno portati a mettere in atto e dei comportamenti violenti, poi, si inizia un percorso per riflettere sulle conseguenze della violenza in contesti relazionali e familiari e infine li si accompagna nel tentare di prevenire nuovi episodi. "Il nostro staff", spiega a Repubblica, "è composto da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri ed educatori, sia donne che uomini. Dopo quattro o cinque colloqui individuali, che si svolgono perlopiù al telefono, questi uomini iniziano un percorso di gruppo, in presenza, che dura minimo sei mesi ma che può raggiungere anche i due/tre anni. L'elevata variabilità dipende (anche) dal grado di motivazione con cui accedono allo sportello".

Secondo il vicepresidente, il 40% degli uomini contatta il C.A.M spontaneamente, altre volte a chiamare sono persone preoccupate dall'uso della violenza da parte di una persona conosciuta, ma la maggior parte degli uomini arriva su indicazioni di un magistrato o di un ispettore di polizia. Una volta iniziato, il percorso di gruppo risulta essenziale per entrare in contatto con queste persone, capire le dinamiche che si instaurano nelle loro famiglie e relazioni e provare a smantellare le sovrastrutture machiste. "È proprio all'interno di questi contesti di condivisione, di solidarietà, di non giudizio", spiega De Maglie, "che gli uomini riescono a parlare delle loro debolezze senza provare imbarazzo". Il problema, però, è che realtà come il C.A.M sono troppo poco diffuse: manca il sostegno economico e soprattutto politico. "Sono convinto", conclude il vicepresidente, "che non sia sufficiente limitarsi a sostenere l'empowerment femminile e insegnare alle donne che non sono costrette a stare con un uomo che le maltratta. Il lavoro con gli uomini è essenziale". Speriamo che qualcosa venga fatto.

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