Perché gli uomini dovrebbero smettere di dire #NotAllMen. Subito. Punto.

Di Carlotta Sisti
·7 minuto per la lettura
Photo credit: Silvia Turra / EyeEm - Getty Images
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From ELLE

Poche cose generano disastri, quanto l'incapacità di capirsi, tra esseri umani. Qualche mese fa, quando era ancora possibile farlo, mi sono trovata a cena con cinque maschi, e, causa un brutto episodio accaduto alla fidanzata di uno di loro, si è finiti a parlare di violenza e molestie sessuali. Il loro punto di vista, compatto e radicato al punto da emergere come manifestazione del tutto naturale e scontata di un pensiero "giusto", era un poderoso "not all men", con un agguerrito plus dato dalla componente razziale. Non tutti gli uomini, mi veniva quindi spiegato, sono colpevoli di abusi sul sesso femminile, ma tra quegli altri, quelli che stanno dalla parte dei cattivi, beh, la maggioranza è sicuramente straniera, "che sappiamo bene come le trattano, loro, le donne". Ora, quando parlo di radicamento di questa visione delle cose, intendo proprio che dalla cadenza quasi mnemonica con cui certe frasi venivano ripetute, pareva che alla base di questa visione delle cose, ci fosse un credo dogmatico, cementificato da chissà quante altre cene, tra amici, colleghi, in famiglia, in cui quegli stessi concetti sono stati espressi, trovando conferma l'uno nell'approvazione degli altri, in un gioco di specchi perfettamente rassicurante. Quella sera, tuttavia, il gioco s'è rotto, poiché io, con loro grande sorpresa, ero l'elemento in disaccordo, ma, come si diceva in alto, come poche volte nella vita non c'è stato verso di capirsi. Ho un padre femminista e un marito che lo è anche di più, ma l'assoluta soggettività della mia esperienza non può diventare il mio orizzonte di riferimento, quando dialogo su una piaga come quella del femminicidio che in Italia, solo nel 2018, ha fatto 142 vittime, morte nell'85,1% dei casi per mano di famigliari. Detta in altro modo, ammazzate in casa loro. Posso pensare di ribattere, di fronte a questi fatti, che nella vita ho avuto culo e nessuno maschi che amo ha mai tentato di uccidermi? Eppure alla famosa cena, la risposta era, a martello, "non tutti", "non noi", "non io", in un soggettivismo estremo, che lascia più ultime e sole che mai le vittime, anche loro altro da noi, altrove rispetto alle nostre case così perbene, e via dicendo. C'è un pattern di incomprensione con conseguente corto circuito, quando a contrapporsi sono tutti coloro ai quali sta a cuore la causa della violenza di genere e i difensori del club dei ragazzi, e ve n'è prova nel dibattito che si è innescato sotto un recente post di Repubblica, che, dopo un post Instagram in cui si esponeva contro il femminicidio titolando "La gelosia non uccide, gli uomini sì", ha poi fatto un passo (in realtà centomila) indietro, modificando la frase in "La gelosia non uccide, alcuni uomini sì". Not all men, dunque, non sia mai che qualcuno si sia sentito offeso, esposto, in bilico, perché pure dopo millenni di privilegi, i ragazzi non sono ancora pronti, c'è da viziarli, rassicurarli, ancora un po', e lodarli, sì lodarli, se non menano la fidanzata, se non molestano le sconosciute, se non si stupiscono di avere sul lavoro un capo donna. "La storica discriminazione nei confronti delle donne - scrive Repubblica - ci impone una maggiore attenzione nei confronti di fenomeni come il femminicidio, in cui la vittima è colpevolizzata in quanto donna. Questo non significa che tutti gli uomini siano assassini, ovviamente. Ma non possiamo nemmeno trascurare la matrice patriarcale di questa specifica categoria di omicidi. Lo specifichiamo per i lettori che ce lo hanno chiesto".

Questa è Repubblica, ma in Italia gli esempi su quanto la narrazione dei media in fatto di violenza di genere sia, perdonate il termine un po' tranchant, balorda e deludente, sono tantissimi, dal recente caso del capo redattore del Sole 24 Ore che ha dipinto Alberto Genovese, imprenditore accusato di stupro da una 18enne, come un grande uomo la cui strabiliante carriera "dovrà, almeno per il momento, prendersi una pausa" ai titoli che ancora oggi fanno passare l'eccesso di passione come una sorta di attenuante all'ammazzamento di una donna. C'è,però, una componente tanto più sinistra, nella teoria "not all men", e sta tutta nella sua capacità di attrarre, convincere, galvanizzare in modo trasversale molte più persone, perché nella sua banalità ed inutilità dice qualcosa di inconfutabile: non tutti gli uomini uccidono le donne, né le violentano, né le molestano. Possiamo smentirlo? No. E questa impossibilità fa sì che sia cavalcata come risposta, che sia diventata il jolly da tirare fuori all'occorrenza, quando, per esempio, si parla dei numeri da spavento che ci racconta la rete di centri antiviolenza D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, quando dice che 2867 donne si sono rivolte ai centri antiviolenza dall’inizio del lockdown, con un incremento del 74,5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Ribattere a questi dati dicendo che non tutto gli uomini sono colpevoli per essi, e non farlo, per esempio, quando in ballo ci sono altri tipi di crimini, è tanto più significativo. Nonostante, infatti, il sesso maschile primeggi anche in altri "settori" che hanno a che fare con la violenza (l'Istat ci dice, infatti, che l’82,1 per cento degli imputati di crimini violenti in Italia sono uomini e solo il 17,9 per cento sono donne) non esiste un equivalente del "not all men" in nessun ambito. La stessa frase, se ci badate, non viene tirata fuori come difesa della categoria maschile tutta, quando il caso del giorno non riguarda le donne, come a dire che l'importante è smarcarsi da quel confronto specifico, ovvero maschi contro femmine, per non far passare queste ultime come vittime di un sistema che le danneggia dalla notte dei tempi. Brad Chillcot a capo della White Ribbon Campaign , che si concentra sull'incoraggiare gli uomini a fare campagne contro la violenza maschile, ha scritto sul Guardian, spiegando perché ha deciso di prendersi un simile incarico, che "la disuguaglianza di genere è violenza strutturale. Crea lo spazio per atti di violenza di genere normalizzando la mancanza di rispetto poiché socializza l'idea che un genere è più prezioso o capace di un altro. La violenza di genere inizia con l'idea che hai diritto all'obbedienza, al sesso, all'autorità o a un diverso insieme di libertà perché sei un uomo. Che hai il diritto intrinseco di trattare qualcun altro in un modo in cui non saresti trattato. Si esprime in un controllo coercitivo, esercitando potere sulle finanze, sulla vita sociale, sui vestiti, sulla carriera del partner o riducendo in altro modo il loro libero arbitrio. Dobbiamo assumerci la responsabilità dei modi in cui creiamo l'ambiente che consente agli uomini di credere di avere diritto a una quota maggiore di potere nella società e nelle relazioni - e spesso esercitare quel potere per danneggiare gli altri. L'abuso di potere è violenza, qualunque sia la forma che assume. Se, poiché sei un uomo, pensi di avere il diritto di essere obbedito, di prendere tutte le decisioni, di essere il capo di una casa, di avere una quota ineguale di potere, o addirittura di essere pagato di più, di avere di più libertà sociali, che la tua opinione è più importante, allora sei un promotore della disuguaglianza di genere. Se usi qualsiasi forma di controllo coercitivo sul tuo partner per far rispettare quel privilegio, allora sei un autore di violenza di genere". Da noi lo ha scritto benissimo Attilio Palmieri, sul suo profilo Instagram, quali sono le pericolosità del "not all men"-pensiero, scrivendo, tra le altre cose, quanto sia "fondamentale dunque ascoltare, aprirsi in prima persona alle esperienze delle donne e delle persone appartenenti a categorie marginalizzate, così da rendersi conto della quantità di privilegi di cui godiamo noi maschi". Ascoltare, aprirsi, capirsi, tutto inizia da qui, a volte, forse spesso, è difficilissimo, ma stiamo iniziando ad avere dei compagni di battaglia davvero preziosi, al nostro fianco.