Perché la storia di Carla Lonzi ci insegna tanto sul femminismo in Italia (e perché va letta e riletta)

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Photo credit: Carla Lonzi - Wikimedia Commons
Photo credit: Carla Lonzi - Wikimedia Commons

In una foto, Carla Lonzi sorride stretta un un cappottino. Ha in capelli raccolti e le braccia incrociate, il suo volto è dolce, anche se nel suo sguardo si legge determinazione. Alle sue spalle, la ruota di una luna park. Forse è un'immagine che non ci aspetteremmo da una donna che ha scritto saggi che hanno fatto la storia del femminismo, che ha dedicato la sua intera esistenza all'affermazione dell'autocoscienza femminile. Eppure è così: Carla Lonzi era una donna decisa, determinata, rivoluzionaria. Ma non era una donna arrabbiata. Ecco perché, ancora oggi, può insegnarci tanto. Nata nel 1931 a Firenze, cresce in una tipica famiglia della borghesia toscana: padre piccolo industriale, madre insegnante. Già da bambina si oppose ai canoni di una famiglia tradizionale: a soli nove anni infatti decise spontaneamente di andare in collegio, dove vi rimase per tre anni. Finito il liceo, si trasferì a soli vent'anni a Parigi, ma alcuni problemi di salute la costrinsero a tornare a casa. Si laureò in Storia dell'Arte a pieni voti, facendosi notare dal mondi accademico, che tuttavia già cominciava a starle stretto perché dominato dagli uomini. Fu in questi anni che avvenne l'incontro con la politica: si iscrisse e cominciò a militare nel PCI, facendosi tra le promotrici del nascente movimento femminista. Quando conobbe Mario Lena, chimico e militante del PCI, fu amore a prima vista. Si sposarono, ebbero un figlio, Battista Lena (oggi un importante e prolifico musicista), ma ben presto la vita matrimoniale cominciò a stare stretta a Carla. Per lei il matrimonio era conflitto, vittoria della cultura patriarcale, gabbia. Per questo, non poteva fare altro che scappare.

Photo credit: Isola d'Elba, Carla Lonzi, 1979
Photo credit: Isola d'Elba, Carla Lonzi, 1979

Alla base della vita (e del pensiero) di Carla Lonzi, c'è sempre un teorema: devo contare solo sulle mie forze. Ce l'ha in testa quando lascia la famiglia, quando guarda con disinteresse a una carriera universitaria, quando lascia il marito. Sa che deve lavorare, duramente, e lo fa. Per oltre dieci anni svolge il lavoro di critica d'arte, presso importanti riviste e gallerie. cura mostre dei più importanti artisti italiani e stranieri, li intervista in una maniera inedita per l'epoca: registra le conversazioni che ha con loro. Così nasce Autoritratto, il libro che la consacra al gotha della critica d'arte. In quel periodo, si era trasferita con l'artista Consagra a Minneapolis: è come se, oltre l'Oceano, la critica vedesse tutto più chiaro, come se fosse più ispirata. Durante una queste conversazioni, avvenne probabilmente l'illuminazione: Carla scelse di intervistare una donna, artista e amica: Carla Accardi. Carla veniva dalla Sicilia, si era trasferita a Roma dove aveva fondato, insieme ad altri artisti (tutti rigorosamente maschi) il Gruppo Forma 1, di ispirazione marxista. Di sicuro l'arte e la politica fecero da collante all'amicizia tra le due donne, ma c'era sicuramente dell'altro: in quelle conversazioni c'era la presa di coscienza del significato di essere donna, di essere un'artista, di essere una figura "marginale" che doveva fare mille sforzi per emergere. Da questo momento, Carla Lonzi si allontana sempre più dal mondo dell'arte - ancora una volta, territorio quasi esclusivamente maschile - per dedicarsi anima e corpo al femminismo.

Photo credit: Carla Lonzi
Photo credit: Carla Lonzi

Se la sua scelta non fosse stata così radicale, la storia del femminismo in Italia non sarebbe stata la stessa. Insieme a Elvira Banotti e Carla Accardi fonda il gruppo Rivolta Femminile e insieme danno vita il Manifesto di Rivolta Femminile: è il 1970 e questo testo diventa il punto di partenza per i primi gruppi femministi italiani. Da questo momento, un saggio segue l'altro: Sputiamo su Hegel, primo atto di una presa di coscienza della scrittrice riguardo alla condizione della donna nel mondo; La donna clitoridea e la donna vaginale, saggio in cui si sviscera la sessualità della donna, considerando l'orgasmo vaginale simbolo della cultura patriarcale al contrario di quello clitorideo, simbolo invece di un piacere esclusivamente femminile e pertanto libero di retaggi culturalmente obsoleti come la visione del sesso come atto di procreazione. Carla Lonzi ci parla attraverso il sesso, partendo dal signor Freud per poi smontarlo. Indaga le tipologie di piacere femminile, addirittura facendo riferimento al Kamasutra, per indicare alle donne la strada da percorrere per prendere coscienza di sé. Carla aveva capito quanto il corpo possa parlare e quanto sia importante ascoltare e riconoscere la sua voce; aveva compreso che il suo è un linguaggio universale, che si sottrae alle sovrastrutture. Ma non solo: capisce l'importanza di conoscere sé stessi. Per questo pubblica Taci anzi parla. Diario di una femminista, il diario tenuto tra il 1972 e il 1977. Il libro prende il via dalla fine dell’amicizia con Carla Accardi e dal distacco dell'autrice dal mondo degli artisti, che incarnano una creatività di tipo patriarcale. Il suo pensiero si fa sempre più estremo. “Adesso esisto”, scrive Carla Lonzi giunta al termine del suo diario, “questa certezza mi giustifica e mi conferisce quella libertà in cui ho creduto da sola e che ho trovato il mezzo di ottenere. Tutte le distinzioni, le categorie che esprimevano appunto il costituirsi della mia identità a partire dal dissenso - non vedevo altra via in quanto donna - non mi appartengono più: faccio ciò che voglio [...]”. Ed è questo "faccio ciò che voglio" il messaggio più forte e radicale che Carla Lonzi ci lascia, prima di morire, prematuramente, nel 1982.

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