Perché la vittoria-record di Biden ci sembra sul filo del rasoio

Di Simone Cosimi
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Photo credit: Drew Angerer - Getty Images
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From Esquire

Passeranno forse alla storia, nella narrazione giornalistica e nella percezione delle persone, nel loro ricordo che tenderà a sbiadire e a confondersi impedendo un’analisi ragionata, come le elezioni sul filo di lana. Più di quanto non avvenne nel 2000 fra George W. Bush e Al Gore. Quelle sì che finirono per il cosiddetto “rotto della cuffia”, con 50,9 milioni di voti per il secondo e 50,4 per il primo ma col famoso riconteggio nella contestata Florida bloccato dalla Corte Suprema che assegnò la vittoria a Bush figlio. E invece non è così.

Photo credit: Bill Pugliano - Getty Images
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In realtà la sfida fra Biden e Trump si sta risolvendo in modo molto netto, per certi versi storico visto il voto popolare che sì, certo, per il sistema statunitense non decide chi vince ma ci spiega cosa pensano gli americani. Distorce ferocemente la rappresentatività, per cui con una preferenza in più ti aggiudichi tutti i grandi elettori di un certo stato, ma non il messaggio politico. E il messaggio politico dice che Trump è licenziato, proprio come in uno dei suoi reality show amava apostrofare i masochistici candidati: con ogni probabilità Joe Biden arriverà a sfiorare gli 80 milioni di voti e Trump supererà i 70. Grazie all’affluenza, certo, ma in ogni caso l’ex vicepresidente sarà il più votato della storia americana.

Sul fronte del risiko dei grandi elettori, invece, il suo recupero in Pennsylvania e il sorpasso in Georgia, senza contare quello che accadrà in Nevada e Arizona, appare ormai scontato: nel primo caso a dividerli ci sono poche migliaia di voti e la dinamica premia Biden da ore. Così come lo premierà definitivamente a breve, forse con l’ufficialità nella giornata di venerdì 6 novembre. La situazione si aggiorna di minuto in minuto con lo spoglio delle schede arrivate per posta o dalle contee metropolitane a maggioranza democratica. Senza quei due stati Trump non ha più strade verso i 270 grandi elettori necessari: è scacco alla Casa Bianca.

Photo credit: Twitter
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Joe Biden ha dunque vinto nelle urne, non altrove. Perché nelle urne ci finiscono tutti i voti, con buona pace di chi avrebbe voluto passarne al tritacarte oltre 100 milioni. Anche quelli che Trump ha fatto di tutto perché non ci arrivassero (e con ogni probabilità molti verranno annullati in base ai regolamenti dei vari stati proprio perché il boicottatissimo servizio postale li avrà recapitati oltre i limiti massimi previsti, che in gran parte dei casi erano fissati allo stesso 3 novembre). E nelle urne ci ha vinto bene, se la democrazia premia chi prende un voto più degli altri. Ha recuperato il “muro blu”, la rust belt del Midwest, compresa la Pennsylvania che d’altronde negli ultimi trent’anni aveva ceduto ai repubblicani solo con Trump e con ogni probabilità si aggiudicherà la Georgia che voltava le spalle ai democratici dai tempi di Clinton. Senza dimenticare il probabile successo in Arizona e molte altre situazioni in cui, anche quando ha perso, ha perso non tanto male come Clinton.

C’è quindi da domandarsi cosa sarebbe accaduto se quelle schede fossero state nelle urne già la sera del 3 novembre, e il loro spoglio fosse stato contemporaneo. In molti casi, infatti, i sorpassi democratici visti giorni dopo in molti stati-chiave (ma anche lo spaventoso allargamento del consenso in altri serenamente attribuiti a Biden fin dalle prime ore) sono avvenuti perché le commissioni elettorali hanno scelto di aspettare il più possibile il recapito delle schede – ne sono arrivate 350mila solo lo stesso 3 novembre - iniziando lo scrutinio dei “mail-in ballot” e degli “absentee ballot” in un secondo momento, solo dopo aver concluso quello dei voti espressi in presenza.

Se così non fosse stato, e se la corrispondenza avesse viaggiato rapida, il risultato che va delineandosi dopo tre lunghi giorni di attesa, tre giorni che hanno convinto molti analisti da bar a urlare alla vittoria di Trump e in generale hanno alimentato la percezione di una sfida vinta per un soffio, sarebbe stato più chiaro già la mattina dopo. Altro che soffio: è Trump che verrà soffiato via dalla Casa Bianca, per quanto possa spingere al limite il suo complottismo sui brogli, la corruzione e le frodi buono per le bacheche dei fari 4chan e compagnia (q)anonima. L’unica frode che si è vista è stata appunto quella tentata sullo United States Postal Service, infiacchito fino al collasso pur di precipitare nel caos e non recapitare per tempo le schede di chi, per le ragioni più diverse, non ha voluto andare ai seggi.

Photo credit: Alex Wong - Getty Images
Photo credit: Alex Wong - Getty Images

Senza quest’attesa, cercata e voluta da Trump quando era presidente, la vittoria di Biden sarebbe apparsa secca, storica e per certi versi perfino miracolosa: l’ex vicepresidente è sostanzialmente un candidato centrista, una stimata ma vecchissima conoscenza della politica statunitense e della stessa Casa Bianca, un campione dell’establishment con qualche trascorso non proprio edificante per esempio nelle politiche verso gli afroamericani, un turboatlantista che non ha scaldato i cuori di moltissimi dei suoi, non ha sfondato praticamente su nulla e ha avuto contro la più formidabile macchina da disinformazione che la storia recente ricordi. Un candidato più amato in Europa che fra i suoi, se non per il fatto che l'età avanzata non dovrebbe permettergli di ricandidarsi nel 2024 e dunque, per questo, non sarà un presidente da "four more years". Ciononostante porterà a casa 80 milioni di preferenze, passerà alla Storia e lo farà con una prestazione che lo premierà anche nel labirintico sistema dei grandi elettori. Bastava aspettare, ma anche aspettando il risultato non cambierà.