Perché l'atleta e attivista Gwen Berry ha voltato le spalle alla bandiera americana dal podio

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Photo credit: Patrick Smith - Getty Images
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Inginocchiarsi o non inginocchiarsi, questo è il dilemma, e mentre i calciatori della nazionale di calcio italiana si perdono nell'abisso che, a quanto pare, ancora separa lo sport e l'attivismo, Gwendolyn (Gwen) Berry dimostra a tutto il mondo come essere un'atleta e sostenitrice dei diritti dell'uomo fuoriclasse.

Classe 1989, Gwen è una martellista americana, detentrice del record mondiale di lancio del martello indoor e presente sia alle Olimpiadi di Rio 2016 che agli imminenti Giochi di Tokyo 2021. Proprio durante le qualificazioni olimpiche degli Stati Uniti del 26 giugno a Eugene, Oreon, Gwen ha compiuto un gesto simbolico che ha scatenato un enorme putiferio, ma anche tanta ammirazione. La martellista sta occupando il terzo posto del podio quando comincia a suonare, pare fuori programma, l'inno americano. A quel punto Gwen decide di voltare le spalle alla bandiera stelle e strisce e sfoderare una maglietta nera con scritto Atleta / Attivista. Prima l'appoggia sulla testa, poi la lega in vita e posa con un sorriso a 32 denti per le foto di rito.

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Intervistata il lunedì seguente (28 giugno) da Black News Channel, Gwen Berry ha spiegato che a metterla a disagio dell'inno è "la storia. Se conosci la tua storia, conosci la canzone completa dell'inno nazionale. Il terzo paragrafo parla degli schiavi in America: il nostro sangue viene sparso su tutto il pavimento. È irrispettoso e non parla per i neri americani". L'atleta ha poi aggiunto: "Non ho mai detto di non voler andare ai Giochi Olimpici. Non ho mai detto di odiare il Paese. Tutto quello che ho detto è che rispetto la mia gente abbastanza da non sopportare o dare credito a qualcosa che manca loro di rispetto. Amo la mia gente, punto".

Un gesto che nel suo piccolo ha saputo creare un enorme dibattito, compresi i commenti dei politici repubblicani come Dan Crenshaw che ha invocato la squalifica di Berry dalla squadra, aggiungendo a Fox & Friends: "Non abbiamo bisogno di altri atleti attivisti. Il punto centrale della squadra olimpica è rappresentare gli Stati Uniti d'America". Dallo schieramento politico opposto si è alzata nientemeno che la voce di Joe Biden, che ha fatto sapere attraverso una nota diffusa dal segretario stampa della Casa Bianca Jen Psaki: "Joe Biden onora il diritto di Berry di protestare pacificamente. È incredibilmente orgoglioso di essere un americano e ha un grande rispetto per l'inno e tutto ciò che rappresenta [...] parte di quell'orgoglio nel nostro paese significa riconoscere che ci sono momenti in cui noi, come Paese, non siamo stati all'altezza dei nostri più alti ideali. E significa rispettare i diritti delle persone loro garantite dalla Costituzione di protestare pacificamente".

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Ciò che pensano le federazioni sportive poi è tutt'altra cosa, come la UEFA ha dimostrato di voler rimanere neutrale verso la richiesta di illuminare l'Allianz Stadium di Monaco nei colori dell'arcobaleno per protesta alla proposta di legge Ungherese, anche il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) vieta le proteste. D'altro canto però il Comitato Olimpico e Paralimpico degli Stati Uniti (USOC) ha iniziato a consentire dimostrazioni durante i giochi quest'anno, cambiando le sue regole a marzo. Nel 2019 Gwen Berry era stata messa in libertà vigilata dall'USOC perché quando ha vinto l'oro ai Giochi Panamericani di Lima sul podio aveva alzato il pugno contro il razzismo. Oggi però sono arrivate delle scuse ufficiali per quella vicenda da parte dell'USOC, a dimostrazione che il cambiamento c'è e si vede.

Si tratta di piccoli gesti simbolici, riti che in sé non servono per sconfiggere la discriminazione, non lavano le coscienze e non restituiscono anni di soprusi. Ma sono gesti in grado di scatenare maree, perché se compiuti da chi ha un vasto pubblico, come un'atleta olimpica o una nazionale di calcio, portano le persone a parlare di queste tematiche, essere sensibilizzate. Non è vero che lo sport e l'attivismo non possono condividere le battaglie. Non è vero che un atleta non possa cambiare il mondo, Gwen Berry insegna.

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