Perché l'aumento dei boschi in Italia è una grande notizia, ma anche un problema

Di Ferdinando Cotugno
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Photo credit: Photo by JOHN TOWNER on Unsplash
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From Esquire

Una cosa che ogni tanto mi piace ripetere, parlando di boschi, me l'ha detta l'operatore di una segheria della Valle di Ledro, nel Trentino sud-occidentale. Nei tronchi degli abeti capita ancora di ritrovare le schegge delle Grande Guerra, gli operatori esperti come lui sanno riconoscerle da una specie di ombra quasi blu che si intravede sulla corteccia, è un'abilità utile e apprezzata, perché quelle schegge possono anche arrivare a spaccare una lama. Mi era sembrata la prova migliore dell'idea che ho messo al centro di Italian Wood, il libro che ho scritto per Mondadori Electa: i boschi sono una specie di biografia nazionale, trattengono e raccontano la nostra storia, sono come uno specchio nel quale, a diventare bravi come l'operatore della segheria, si può imparare a vedere il nostro riflesso.

L'informazione che sta alla base del mio libro ancora oggi mi sembra così grande che non riesco bene a contenerla nella mia testa: i boschi in Italia sono raddoppiati negli ultimi cento anni. È l'effetto dell'intrecciarsi delle dinamiche naturali e umane: all'inizio del Novecento gli italiani erano ancora una civiltà contadina, usavano tutto il territorio per passare l'inverno, era una questione di fame e sopravvivenza, rimaneva poco spazio a disposizione. E poi c'era stata la Prima guerra mondiale, che aveva lasciato gli abeti superstiti pieni di schegge e il nord Italia spoglio come ogni fronte dopo anni di combattimenti.

Oggi in Italia siamo il doppio, ma siamo molto più concentrati, viviamo nelle città, lo spazio si è creato e il bosco, senza chiedere il permesso, se lo è ripreso. Campagne, pascoli, terrazzamenti sono stati abbandonati e oggi sono boschi di neo-formazione, soprattutto in alta collina e in montagna. Quando sono stato a Ostana, in Piemonte, una lingua di case in mezzo alla foresta, una persona mi ha mostrato una foto di qualche decennio prima e l'ha sovrapposta al paesaggio, come si fa negli account Instagram sulle location dei film. L'effetto era impressionante. Rispetto alla foto c'erano molti, molti più alberi. Su scala nazionale, significa 11,6 milioni di ettari dove ce n'erano 6, più di un terzo del territorio nazionale.

Photo credit: Itziar Aio - Getty Images
Photo credit: Itziar Aio - Getty Images

La domanda che mi è stata fatta più spesso, dagli amici ai quali raccontavo il libro, era: ma quindi questa è una buona notizia? Mi colpisce sempre molto il riflesso di dividere i fatti in buone o cattive notizie, ma immagino sia una tendenza umana. In realtà è una notizia complessa. Ovviamente l'avanzata del bosco è un'ottima notizia, come ogni rinaturalizzazione durante l'Antropocene, in un territorio inquinato e saccheggiato come il nostro. Ma questo cambiamento non è avvenuto per una programmazione della quale finalmente raccogliamo i frutti, è semplicemente successo mentre guardavamo da un'altra parte e ci occupavamo di altro. Siamo diventati un grande paese forestale, in proporzione più di Francia o Germania, ma a nostra insaputa. La complessità che c'è dentro quest'ottima notizia è che i boschi sono un patrimonio, ma anche una responsabilità. Siamo storicamente propensi ad accogliere la prima parte della faccenda e tendenti a evitare la seconda, e anche qui c'è una dinamica che non si può non ricondurre a una biografia collettiva. Trattiamo i boschi come ogni altra ricchezza nazionale: distogliendo lo sguardo.

Un patrimonio forestale così grande ha un urgente bisogno di gestione. La materia in Italia è regionale, come la sanità, e a gestioni virtuose se ne affiancano altre molto carenti, per usare un eufemismo. Ce ne accorgiamo spesso quando c'è una stagione degli incendi particolarmente violenta: i boschi sono infiammabili, soprattutto durante estati sempre più aride e secche. Pulirli, aprire strade forestali, curarli, è la principale forma di prevenzione che abbiamo a nostra disposizione. La stessa persona che mi aveva mostrato quella foto a Ostana mi aveva anche detto: "se qui scoppia un incendio, finiamo tutti arrosto". Lo stesso discorso vale anche per il dissesto idrogeologico: Marco Bussone, il presidente dell'Uncem, l'Unione dei comuni e delle comunità montane, una delle voci del mio libro, mi ripete spesso che il vero problema del territorio nelle aree interne non è tanto l'uso eccessivo del suolo (catastrofico in pianura) ma l'abbandono.

Abbiamo tutti un rapporto sentimentale con i boschi, quasi ogni persona che conosco ne ha uno di affezione, un brandello di natura nel quale rifugiarsi, camminare, stare bene. I boschi fanno davvero stare bene, sono un immenso patrimonio di benessere e, direi, di salute mentale a nostra disposizione. È una visione individuale molto sana. Quello che manca è una visione collettiva, generale, ed è quello che ho provato a fare con Italian Wood: quando creiamo un legame con la natura tendiamo a idealizzarla e immaginarla come fuori dal tempo. Le nostre vite si spostano, si muovono, vanno a rotoli e poi ripartono, meno male che il mio bosco è sempre lì aspettarmi.

Photo credit: Yuji Arikawa - Getty Images
Photo credit: Yuji Arikawa - Getty Images

Ma anche i boschi si spostano, si muovono, vanno a rotoli, ripartono, ci sembrano immobili ed eterni, da sempre e per sempre, ma sono agitati e fragili, e lo sono più che mai nell'Italia che affronta le conseguenze del cambiamento climatico. La devastazione causata dalla tempesta Vaia, di cui abbiamo contato di recente il secondo anniversario, ce lo ha in parte ricordato ed è stato l'inizio di un risveglio. L'unica strada, per il bene dei boschi, ma soprattutto nostro, è continuare a risvegliare questa attenzione. Le foreste non hanno bisogno di noi, crollano e rinascono secondo i loro cicli, ma noi ci siamo, e finché ci siamo, dobbiamo prenderci la responsabilità di questa convivenza.