Perché nella classifica delle migliori università al mondo l'Italia è arretrata al 142esimo posto?

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Photo credit: Craig Hastings - Getty Images
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Neanche il tempo di goderci il buon piazzamento delle università italiane nel mondo dell'anno scorso, che l'Italia torna a retrocedere. Il prestigioso Qs ranking, la classifica inglese che dal 2014 stila una graduatoria delle migliori università, vede per il decimo anno consecutivo il Mit di Boston al primo posto, seguito da Oxford e Stanford. Una partita che sembra già vinta in partenza dato che, gira e rigira, i nomi delle prime top 20 sono sempre gli stessi: Cambridge, Harvard, ma anche il Caltech della California, l'Imperial College di Londra e i due politecnici di Zurigo (ottavo posto) e Losanna (14esimo).

Photo credit: Simona Balconi - Getty Images
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A parte un paio di atenei di Singapore, due della Cina e il caso della Svizzera, il dominio delle università angloamericane è praticamente incontrastato e per vedere rappresentata l'Europa bisogna attendere la 50esima posizione in giù. Ma che dire dell'Italia? Il nostro Paese cala le sue carte migliori a partire dal 142esimo posto, occupato dal Politecnico di Milano, che resta la migliore università italiana, ma che rispetto all'anno scorso retrocede di cinque posizioni, seguito dall'Alma Mater di Bologna che da 160esima passa a 166esima e da La Sapienza, che si conferma 171esima. Nonostante i nostri atenei continuino a sfornare ottimi professionisti che, non a caso, nei concorsi internazionali riportano sempre risultati lusinghieri, arrivando ad aggiudicarsi importanti finanziamenti europei per la ricerca, l'Italia non è ancora riuscita a sfondare la soglia psicologica delle prime cento posizioni e quest'anno, anzi, è di nuovo retrocessa. Come mai?

Photo credit: tupungato - Getty Images
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Prima di tutto occorre dire che il Qs ranking, a differenza delle altre classifiche internazionali, come Times Higher Education o l’Arwu di Shanghai, conferisce in assoluto maggior peso alla "reputazione" di un’università, cioè al giudizio che colleghi e aziende esprimono sull'ateneo. Un criterio che è stato più volte negli anni oggetto di polemiche, dal momento che sono poi gli stessi autori a offrire servizi di consulenza agli atenei per aiutarli a promuovere la propria immagine e a scalare posizioni in classifica. Nell’edizione di quest’anno, per esempio, sono stati intervistati in tutto 130 mila docenti e 75 mila datori di lavoro e il loro giudizio è pesato in totale per ben il 50% sulla valutazione (40% docenti e 10% imprese).

A formulare il risultato finale contribuiscono anche altri tre indicatori ossia le citazioni per docente (20%), il rapporto docenti-studenti (20%) e la proporzione di docenti e studenti internazionali (5% ciascuno). Proprio questi ultimi due punti, paradossalmente, sembrano pesare negativamente sulle università italiane, che pagano lo scotto di una scarsa internazionalità e di un basso numero di docenti in rapporto agli studenti, sebbene quest’anno l'Italia abbia perso posizioni anche nella cosiddetta reputazione accademica, cioè in quello che è appunto l’indicatore più significativo e controverso di questo ranking.

Photo credit: Nikada - Getty Images
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Il nostro Paese purtroppo continua a non essere attrattivo né per gli studenti stranieri né per quelli italiani, che dopo la laurea fanno le valigie e vanno a lavorare all'estero. Se a questo aggiungiamo il cronico sotto finanziamento del sistema universitario (0,9% del Pil), e del mondo della ricerca (circa l’1,45%), non c’è da sorprendersi che le nostre università finiscano sempre in fondo alla classifica. Peccato perché per i programmi di studio l'Italia è una vera eccellenza: sempre secondo una ricerca condotta da Qs e pubblicata qualche mese fa, La Sapienza si piazza come la migliore università al mondo per gli studi classici, il PoliMi al quinto posto in Arte e Design e al decimo in Architettura e la Bocconi al settimo in Business and Management.

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