Perché non bastano i vaccini per sconfiggere un virus, e varrà anche per il Covid-19

Di Simone Cosimi
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Photo credit: Hollie Adams - Getty Images
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Basteranno i vaccini a sconfiggere Sars-CoV-2? Senza dubbio a mitigarne gli effetti della sindrome che provoca, cioè della Covid-19. Tirandoci fuori dall'emergenza sanitaria. Ma forse la (comprensibile) speranza che vi stiamo riponendo, almeno sotto l’aspetto di sanità pubblica su scala globale, è esagerato.

Lo spiegano Caitjan Gainty ed Agnes Arnold-Forster su The Conversation. Sono due scienziate e ricercatrici del King’s College di Londra e dell’università di Bristol, in Gran Bretagna, specializzate in storia della medicina e della scienza. E ci raccontano come ripescare il caso dell’eradicazione del vaiolo – una spietata malattia virale provocata da due varianti del virus Variola, Variola maior e Variola minor, con un tasso di letalità del 30-35% - non sia del tutto corretto a meno di non trarne le giuste lezioni. O almeno, non è corretto affermare che solo i vaccini contro il vaiolo abbiano condotto alla sconfitta del patogeno, di cui da ormai quarant’anni possiamo parlare al passato (l’ultimo caso venne diagnosticato nel 1977 in Somalia e riserve del virus, per motivi di studio, sono mantenute almeno in via ufficiale solo in due laboratori in condizioni di massima sicurezza: uno negli Stati Uniti e uno in Russia, da anni dobbiamo capire cosa farne).

Photo credit: GETTY
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La malattia del vaiolo ha ucciso 300 milioni di persone solo nel corso del Novecento, prima di essere ufficialmente dichiarata eradicata l’8 maggio 1980. Un giorno storico che l’attuale direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, definisce come “il più grande trionfo per la salute pubblica nella storia mondiale”. Lo è, senz’altro, ma non ci si è arrivati da un giorno all’altro e non, come ha spiegato un esperto che le due scienziate citano, “solamente attraverso la vaccinazione”. Che è condizione necessaria ma non sufficiente di fronte a certe pandemie. Lo stesso copione di queste settimane, confortanti e di speranza ma con una narrazione profondamente basata sulla convinzione che le sole campagne vaccinali faranno sparire virus e sindrome dalla faccia della Terra.

Photo credit: DEA PICTURE LIBRARY
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In un certo senso, dicono le due esperte, i nostri sforzi dovrebbero continuare – imparando da quello che la storia delle campagne contro il vaiolo ci ha insegnato – su diversi fronti. Per quanto l’eradicazione della malattia sia appunto ricordata come la prova del definitivo successo dei vaccini, “non dovremmo dimenticare che il vaiolo ha imperversato per secoli prima di essere sconfitto”. Uno dei primi round della battaglia contro di esso avvenne nel 1796 quando, come vuole la leggenda, Edward Jenner – padre dell’immunizzazione - iniettò del pus estratto dalla lesione di una lattaia locale che aveva superato il vaiolo bovino al figlio del suo giardiniere, l’ottenne James Phipps, testando due mesi dopo la sua immunità a seguito dell’inoculazione di materiale infetto. “I 150 anni seguenti sono stati contraddistinti dalle preoccupazioni sull’efficacia del vaccino, dalla sicurezza e dagli effetti collaterali – proseguono le scienziate - nel 1963 i medici britannici erano allarmati dalla scarsa adesione alla vaccinazione rutinaria contro il vaiolo, avvertendo che questa indifferenza avrebbe richiesto un vasto programma rieducativo”.

Non solo esitazione o sfiducia. Ci furono ovviamente problemi distributivi in termini geografici, dunque ingiustizie e ineguaglianze nella diffusione, ed epidemie periodiche hanno consentito al vaiolo di rimanere endemico in gran parte del pianeta, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Nel 1967 venne lanciato un programma decennale dall’Oms, proprio quando altri quattro programmi simili (dedicati ad anchilostoma duodenale, febbre gialla, framboesia e malaria) erano falliti. Perfino molti degli esperti coinvolti erano scettici sulla possibilità di eradicare del tutto il vaiolo: fra questi, tanto per dire, c’era l’allora direttore generale dell’Organizzazione, Marcelino Candau.

Photo credit: GETTY
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Quello che possiamo imparare dal vaiolo è dunque esattamente che “i vaccini da soli non sono abbastanza per contenere o eradicare la malattia. Al contrario, all'epoca si rivelò essenziale combinare sviluppi tecnologici - come l’introduzione dei vaccini liofilizzati termostabili e dell’ago biforcato – con gli sforzi di sorveglianza, individuazione dei casi, contact tracing e vaccinazioni ad anello (cioè una strategia per inibire la diffusione di una malattia vaccinando solo coloro che hanno maggiori probabilità di essere infettati intorno al caso individuato) e le campagne di comunicazione per trovare, tracciare e informare le persone infette”.

Sono sforzi su tanti livelli diversi che ovviamente affrontano problemi di ogni genere, dal finanziamento statale e internazionale al sostegno politico alle pratiche culturali fino alle norme (basti per esempio pensare all’obbligo di vaccinazione). Un programma che costò il 20% del budget dell’Oms, un decennio di lavoro intenso e a spese di altri interventi, magari più basilari, per la salute. Ma alla fine il vaiolo – virus umano che non si trasmetteva ad altri animali semplice da individuare, “candidato ideale all’eradicazione” dice la coppia di esperte – fu appunto sconfitto alla fine degli anni Settanta.

Insomma, il vaccino è senz’altro “la luce in fondo al tunnel”, specialmente numerosi ritrovati che puntano su tecnologie differenti, e così sarà anche con i farmaci a base di anticorpi monoclonali in arrivo da marzo, fra cui uno sviluppato in Italia dal team di Rino Rappuoli a Siena. Eppure la storia del vaiolo e di come lo abbiamo sconfitto ci ricorda che le campagne di vaccinazione funzionano solo quando combinate con strategie di salute pubblica assai meno sofisticate, per certi versi. Isolamento e quarantena, tracciamento e contact tracing, così come una comunicazione efficace e in generale la creazione di un clima di fiducia generalizzato. Non solo: “Anche uno sforzo globale che rispetti i bisogni locali. Un imperativo etico ma anche pratico. Viviamo in un mondo con confini comunicanti anche in tempi di lockdown. Se il programma di eradicazione del vaiolo ci ha insegnato qualcosa, è che una tregua duratura dalla pandemia è difficile, se non impossibile, da ottenere se le nazioni insistono nell'agire da sole, ciascuna per proprio conto”.

Photo credit: Smith Collection/Gado
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“La vaccinazione non ha sconfitto il vaiolo. Il risultato è stato raggiunto da un piccolo esercito di persone e organizzazioni che hanno lavorato in modo intenso e cooperativo in tutto il mondo, inventando e perfino improvvisando una serie di misure di salute pubblica”.