Perché non possiamo più parlare di città resilienti?

Di Alessia Musillo
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Photo credit: Martina Birnbaum / EyeEm - Getty Images
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L'urbanista Paolo Bedini, su Internazionale, ha recentemente ragionato sul futuro di Roma dichiarando che la Capitale dovrebbe "ripartire" da un sistema di città ecologica integrato basato su tre pilastri: "la terra, e cioè l’ambiente da ricostruire, il tessuto verde che dovrà permeare l’intera città; l’abitare, concetto che supera il soddisfacimento del bisogno di casa ma esige anche la ricostruzione del sistema dei servizi alle persone; il lavoro, vale a dire la costruzione di una città che dia a tutti la possibilità di sperimentare la proprie capacità di costruire occasioni di futuro". Questo pensiero, ambizioso e bellissimo, ricorda che la ripartenza delle città è protagonista di un grande cambiamento, che, oggi, è un braccio di ferro continuo con il concetto di città resilienti.

L'epidemia terminologica dell'uso del vocabolo "resiliente" si è diffusa in sordina all'inizio del nuovo Millennio, da quando, al posto di associare (tecnicamente) l'aggettivo a tutti quei materiali in grado di assorbire energia e resistere elasticamente, deformandosi, ha concettualizzato atteggiamenti di natura diversissima. È entrato nel gergo di numerose discipline: scientifiche, economiche, artistiche e psicologiche. Si è trasformato in un vocabolo tanto trasversale da risvegliare pure l'Accademia della Crusca, che ha sentito il bisogno di riscriverne le origini. Se prima di diventare nazionalpopolare, il vocabolo si leggeva solo sui libri di educazione tecnica - reminiscenza delle scuole medie -, poi si è ampliato del suo significato trasformando la resilienza nella capacità di un sistema di fare fronte ad eventi che ne minacciano l’equilibrio - per cui, in ecologia, se associato all'ambiente, racconta della capacità di un ecosistema di mantenere stabile il proprio funzionamento anche di fronte a situazioni di stress.

Il termine "resiliente" ha collezionato il suo acclamato trionfo anche nel campo dell'urbanistica: dalla politica all'architettura, è diventata una prassi associare l'aggettivo "resiliente" al sostantivo città - trasformando, concettualmente, la metropoli in un complesso in grado di rispondere a difficoltà ed emergenze (oggi per lo più climatiche) con un'attitudine di sopportazione. Ci aspettiamo davvero questo dalle nostre città? Abbiamo bisogno di luoghi che rispondano sopportando, e quindi sostenendo, le difficoltà? Oggi sappiamo che lo spazio che viviamo ha bisogno di cambiare - specie in relazione all'emergenza climatica. E se la resilienza va a braccetto con la sopportazione e la sopportazione è sinonimo di sostenibilità, allora trova consenso il filosofo contemporaneo Timothy Morton quando dice che "se siamo realmente interessati a considerare il problema delle condizioni ecologiche del nostro futuro, dobbiamo comprendere che il concetto di sostenibilità di fatto non ci serva".

Progetti urbanistici nati sotto la bandiera della resilienza stanno piano piano scomparendo. Nel 2013, la Rockefeller Foundation aveva lanciato il programma delle 100 città resilienti per aiutare le metropoli di tutto il mondo, da Boston a Cali, da Città del Messico a Milano, a prepararsi alle minacce del climate change. Poi, nel 2019, la fondazione ha dichiarato di voler sciogliere il progetto. Al di là dei motivi economici, ago della bilancia della decisione, le città non hanno più bisogno di resistere al cambiamento climatico. Devono cambiare prima di tutto, ridando speranza ai cittadini. Al posto di città resilienti, oggi, si può parlare di slow city. Escludiamo ovviamente che le metropoli si trasformino da smart a slow, da veloci a lente, ma a voler scoccare il dardo a sostegno del cambiamento climatico e della frase slow for a better life, la città cambia ripensando lo sviluppo e senza perdere di vista la qualità della vita. Per questo oggi si parla tanto dei borghi, di Heritage Innovation e di metropoli che ripartono dai quartieri - la loro dimensione più raccolta.

Nel tempo, ci siamo affezionati alla città resiliente perché l'aggettivo porta con sé una carica emotiva non indifferente, un significato sociale rassicurante: la città resiliente pare essere una casa certa ed energica, dura da distruggere. Di contro, il cambiamento fa paura e oggi non si sa nemmeno se ce ne siano le risorse. Ma - pensiamoci bene - è meglio restare fermi e sopportare o fare la rivoluzione?