Perché tutti vogliono una tuta Pangaia?

Di Viola Stancati
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Photo credit: Jeremy Moeller - Getty Images
Photo credit: Jeremy Moeller - Getty Images

From Harper's BAZAAR

Sono passati poco più di due anni da quando Pangaia, il marchio di moda statunitense, è apparso per la prima volta al ComplexCon di Long Beach, lo stand ricoperto da un mare di bottiglie di plastica, le pareti tappezzate con fiori di campo, menta peperina, alghe e limoni. La plastica richiamava la loro prima collezione: cappelli e felpe di poliestere riciclato ma anche, già allora, t-shirt in fibre di alghe e canapa. I fiori erano parte della loro invenzione più fantasmagorica: il piumino FLWRDWN, imbottito con fiori selvatici essiccati e un derivato degli scarti del mais, completamente biodegradabile.

Da allora, il brand si è aggiudicato un posto speciale nel cuore della young Hollywood e del fashion system. Ad aprile, le loro tute botanical in cotone biologico e tinte vegetali si sono esaurite in poco più di 15 minuti, anche grazie al momento particolare, che ha visto il loungewear diventare una delle tendenze chiave del 2020. Bella Hadid e Chiara Ferragni sono tra i fan della prima ora; tra gli investitori spiccano Jaden Smith e Carmen Busquets, co-fondatrice di Net-A-Porter e da anni impegnata nella salvaguardia dell’ambiente. Il successo di Pangaia cavalca anche l’onda di un trend in crescita: sempre maggiore è, infatti, nei consumatori, la consapevolezza dell’impatto ambientale e sociale del settore moda, che li porta a premiare le aziende che producono in modo responsabile.

Pangaia, tuttavia, non è semplicemente una casa di moda sostenibile. Dietro le t-shirt e le canotte crop top c'è un collettivo di designer, ricercatori e scienziati che stanno rivoluzionando la nozione stessa di moda sostenibile, dai materiali al design del prodotto. La loro brand philosophy è “high-tech naturalism” che unisce natura e biotecnologie. E gli scarti alimentari sono una preziosa risorsa per creare nuovi materiali: “Dove parte della pianta diventa cibo, un’altra si trasforma in materiali o fonti energetiche… è questo il processo alla base di un’economia realmente circolare” dice Amanda Perkes, Chief Innovation Officer, in una recente intervista radiofonica. Pangaia sostiene laboratori di avanguardia nel settore dei materiali innovativi: uno di questi si trova in Italia, vicino a Firenze, e lì è stata formulata l’imbottitura del piumino FLWRDWN. Il marchio si è fatto promotore di un nuovo modello di business collaborativo e non esclusivo, vero e proprio spartiacque nel processo di accelerazione del cambiamento: rende infatti disponibili ad altre aziende le sue soluzioni attraverso una piattaforma open access capace di unire scienziati e innovatori di tutto il mondo. I fiori destinati alla imbottitura dei piumini sono selvatici, coltivati in aree che favoriscono la ripresa della biodiversità e preservano le farfalle locali. La coltivazione dei fiori punta su un modello rigenerativo, che, come tale, non richiede irrigazione ed assorbe fino a 12 tonnellate di CO2 per ettaro. L’esterno del piumino è invece realizzato in materiali riciclati e pigmenti vegetali. Il risultato è un giaccone caldo e ultraleggero che garantisce l’equilibrio termico fino a 20 gradi sottozero, traspirante e cruelty-free, visto che non vengono usate piume d’oca. Il design è minimalista, unisex e oversize in linea con il resto della collezione.

Ogni lancio è legato a una causa: dalla tutela delle api con la collezione disegnata con Takashi Murakami, alle t-shirt in fibra d’alga per la campagna globale di #TogetherFund insieme alla fondazione di Will Smith, che fra le altre cose sostiene i soccorsi nella pandemia da COVID-19. E poi c'è il lavoro svolto con SeaTrees per la salvaguardia degli ecosistemi costali: per ogni capo venduto, Pangaia pianta un albero di mangrovia in Indonesia, che equivale a una tonnellata di CO2 catturata nel suolo. L’ultimo annuncio è di qualche settimana fa: una collezione di capi loungewear incluse felpe, pantaloni e berretti in cashmere rigenerato per il 70% da vecchi indumenti. Il team dietro Pangaia è composto per il 90% da donne, tra cui l'imprenditrice e icona glamour russa Miroslava Duma. Attraverso la sua piattaforma creativa Future Tech Lab, Duma investe dal 2017 in start up che puntano su nuove strategie di economia sostenibile nel mondo della moda. Con lei, Amanda Parkes, una laurea a Stanford e un dottorato al MIT, nonché un passato a capo dei progetti del Science Museum di Londra. Tecnologia e innovazione, collaborazione e impegno ambientale. È questa la nuova frontiera del lusso.

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