«Perdersi non faceva paura»: Salvatores e i trent’anni di Mediterraneo

Di Ezio Azzollini
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Photo credit: Pentafilm
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«Sei in barca e c’è una tempesta forte, per Henri Laborit hai soltanto un modo per salvarti: tirar via tutte le vele e chiuderti dentro. Sarai sballottato di qua e di là, non saprai dove vai. Ma uno: sarai salvo. Due: quando uscirai sul ponte sarai in un posto che non conosci e in cui non saresti mai stato, con cose che non avevi contemplato». Gabriele Salvatores racconta il suo Mediterraneo a trent’anni dall’uscita come una filosofia, un modo di stare al mondo, o per il mondo.

Il 31 gennaio del 1991 arrivava in sala per veleggiare verso l’Oscar un film travolgente e singolare: un film di viaggio nel quale si è bloccati su un’isola, un film di guerra in cui gli unici colpi vengono sparati contro se stessi o al massimo contro un pollo, un film di fratellanza il cui legame è tra un pugno di scappati di casa, tutti lì esplicitamente per caso. «Era un film che effettivamente giocava con i generi per diventare qualcos’altro, mischiare i generi è qualcosa che mi porto dietro dal teatro: mettevamo in scena Shakespeare in forma di musical, negli anni del Teatro dell’Elfo abbiamo fatto davvero di tutto».

Dentro il racconto di una generazione senza più nave madre a portata visiva, il peso specifico di Mediterraneo fu nel restituire nella miscellanea di genere lo smarrimento, la confusione nel non riconoscersi più anche del cinema italiano: «Ma il senso di spaesamento non è necessariamente qualcosa di negativo, piuttosto una sensazione piacevole, la sorpresa di trovarti in un posto nuovo senza la paura di perderti».

Qualcuno in effetti rimase disorientato dalla rappresentazione di quella brigata raffazzonata, avanzi di altri battaglioni incapaci di organizzarsi persino per una ronda, la radio sfasciata neanche sbarcati: «Eravamo in un questo famosissimo ristorante di italiani in America, ed erano quasi offesi per questo film nel quale ritenevano che l’immagine degli italiani in guerra non fosse rappresentata in maniera abbastanza dignitosa ed eroica. ‘Si saluta con la sinistra, non con la destra’, altre osservazioni strane, cose che a noi interessavano molto relativamente, perché certo, non era un film di guerra e certamente non intendeva parlare di quello».

Italiani, giovani e più o meno belli, quel gruppetto di soldati della campagna di Grecia torna a casa perché c’è da rifare un Paese: fuori dalla sala era il 1991 e nel giro di due tre anni sarebbe iniziata la Seconda Repubblica. Per i reduci di Mediterraneo non sarebbe andata esattamente come immaginavano: «Una delle cose che credo abbia contribuito al successo del film è il periodo in cui venne fuori. L’inizio degli anni Novanta per chi aveva pensato di cambiare qualcosa e poter immaginare una società diversa era il periodo delle disillusioni, di Berlusconi e delle tv private, di quell’abbassamento del gusto anche visivo che è stato uno dei grandi danni che ci portiamo ancora dietro. Questa cosa si respirava, la sensazione di cosa si stava preparando era nell’aria: il film doveva chiamarsi Lasciateci perdere, giocando sui due significati. In quel periodo c’era un bellissimo film di Bruce Weber su Chet Baker che si chiamava Let’s get lost, quindi cercammo altro. Mediterraneo è stata una scelta più felice, ma quella prima soluzione rendeva l’idea, le stesse sensazioni di quella citazione dell’Elogio della fuga di Laborit, quel tipo di sentimento».

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Quanto alla fuga e alla trilogia che lo ha consegnato alla storia, è forse necessario un rebranding al tema, che secondo Gabriele Salvatores nel corso di questi trent’anni ha corso il rischio di essere travisato nel suo senso originario:

«Non ho mai voluto parlare di un’evasione o di una vacanza, o l’avrei chiamato Méditerranée… La fuga non è il rifiuto della responsabilità ma la ricerca della libertà e di un posto nuovo: più che di una trilogia della fuga, mi piace parlare di trilogia del cambiamento. Sono sempre stato influenzato da Sogno di una notte di mezza estate che mettemmo anche in scena a teatro, questi quattro ragazzi di Atene, privilegiati figli di corte che fuggono a una vita prestabilita dalle famiglie per perdersi durante la notte in un bosco abitato da spiriti che li stravolgeranno tanto da farli tornare da bravi a casa. Mi ha sempre colpito questa doppia dimensione della vita: a fianco di quella razionale e illuminata quest’altro mondo misterioso e buio, meravigliosamente bello ma terrorizzante. Nei tre film i protagonisti grazie a uno spostamento trovano se stessi e valori che avevano perso, o ne trovano degli altri. Turné sulla spiaggia, Marrakech Express nel deserto, Mediterraneo sull’isola, per tutti avviene in quegli stessi luoghi deserti dove i saggi, i pensatori e persino Gesù Cristo potevano ritrovare se stessi o scoprire qualcosa di nuovo».

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Trenta per trenta: a trent’anni da quei trentenni, questi trentenni. La fine degli Ottanta e delle ideologie incarnata nei reduci senza un posto nel mondo alla fine della guerra, e gli attuali trenta-trentacinquenni, altrettanto disillusi, i segni dello smarrimento, delle guerre con se stessi e dei bilanci in rosso:

«Credo tocchi un po’ a tutti, i trent’anni sono l’età in cui ti sei affacciato alla vita e devi decidere in che direzione andare, se mettere su famiglia o perderti per il mondo, dice il tenente. Se quello in cui hai creduto fino a quel momento diventa non più presente e visibile, quell’età è difficile per tutti. Oggi forse anche di più: quella visione collettiva e quella voglia di stare insieme, hanno fatto di tutto per farcele perdere. Credo sia un isolamento cominciato in quegli anni lì, più tardi amplificato dai social, dal crearsi delle zone dove essere autosufficienti e smettere di condividere. Questo è qualcosa che questa generazione di trentenni ha subìto tanto: il perdersi non è più un perdersi per cercare qualcos’altro».

Poi c’è il mare, la forma rotonda di una millenaria piazza di acqua contaminata di culture, anche se il Mediterraneo oggi ha più l’aspetto circolare dei camposanti nei film western: un memoriale liquido di quelli che stanno scappando, come nella dedica che chiudeva il film. «È la direzione pericolosa impressa al mondo da chi tira su muri anziché ponti, che è esattamente quello che sembra l’Italia: un ponte di terra gettato nel Mediterraneo, con la stessa forma di quei moli d’approdo per le barche, mi sembra quasi logico che debba essere così». Circolare come pure una storia che fa il giro e chiede il conto: «La crepa tra povertà e ricchezza si sta allargando, era una crepa ma si basava su una situazione di ruolo: tu hai più risorse di me, ma qualcosa arriverà anche a me. Si è rotto completamente quel patto di fiducia tra la gente e chi dovrebbe avere la responsabilità delle cose, e che nella grande crisi sembra abbia pensato solo a salvare se stesso». E per chi vive sperando? «Pepite sparse, da cercare nei posti nascosti: l’oro veniva cercato nel greto dei fiumi, l’uomo ce l’ha sempre fatta a superare le crisi. Questa oltre che economica è sanitaria, ecologica, ideologica e culturale: questo virus ha fatto venire al pettine molti nodi, speriamo che qualcuno aiuti a scioglierli».

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Il tempo del virus e della stasi: bloccato nel nulla dell’Egeo, nel film qualcuno del plotone è particolarmente insofferente, eppure al momento del bilancio ricorderà quegli anni come i più importanti. Al volgere di un anno che ci sembra per molti versi perso nell’immobilità, può essere un pensiero confortante: «Il primo lockdown mi sembrava quasi qualcosa di interessante, la possibilità e la voglia di sentirsi forse per la prima volta parte di un unico Paese. Il documentario Fuori era primavera racconta questo senso di solidarietà. Ora la gente è più incattivita, arrabbiata, sembra scordarsi che nessuno si salva da solo: la tendenza è quella di chiudersi nella caverna delle nostre case e passare l’inverno. Ma non passa da solo, bisogna aiutarlo a diventare primavera».

Nella lunga primavera di Mediterraneo l’incantesimo inizia con una radio rotta e si spezza quando i soldati apprendono dell’8 settembre e di cosa succede nel mondo. La bolla si rompe e viene da pensare all’Ulisse dantesco, alla conoscenza che è un passaggio doloroso ma forse inevitabile: «Finché sei fuori dalla storia, non ti rendi conto di cosa sta succedendo. I nemici sono diventati amici e gli amici sono diventati nemici, era accaduto nella seconda guerra mondiale ma era appena successo anche negli anni Ottanta: i tradimenti, i cambi di bandiera, quella confusione dalla quale finché rimani fuori, come in un lockdown, ti illudi di rimanere su quell’isola. Ma forse è più giusto ripartire».