"Povero figlio mio, costretto al tampone". Guida semiseria alle chat delle mamme #16

Di Carlotta Sisti
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Photo credit: Juj Winn - Getty Images
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From ELLE

Prima di tutto, questo pezzo viene scritto dall'Emilia Romagna. Mi geo-localizzo perché questo dettaglio non è affatto irrilevante ai fini della narrazione: senza ombra di campanilismo alcuno, cosa, questa, che onestamente poco mi appartiene, devo riconoscere che la regione in cui abito sta davvero facendo un lavoro di screening enorme, partito, per altro, abbastanza in anticipo rispetto ad altre zone del paese. Qui, infatti, già da metà settembre sono stati resi disponibili i test sierologici gratuiti per genitori e alunni di tutte le scuole (da qualche settimana la possibilità di testarsi è stata estesa anche ai nonni che stanno a contatto con i nipoti). L'accordo siglato dalla giunta di Bonaccini con le associazioni dei farmacisti era stato presentato come “un'ulteriore, non obbligatoria, rete di protezione e prevenzione che mettiamo sul territorio- come aveva spiegato l'assessore regionale alla Sanità, Raffaele Donini, prima di ricordare, saggiamente, che "nulla può essere efficace se non c'è un generale senso di responsabilità". Per dare un'idea ancora più chiara dello scenario di riferimento, Mauro Eufrosini, ufficio stampa della AUSL (cioè la ASL) di Bologna, ha spiegato che "i tamponi per tutte le comunità scolastiche (sì, quelle nelle quali parte dei genitori altro che tamponi, vorrebbe persino le finestre ben chiuse) sono gestiti direttamente dal Dipartimento di Sanità pubblica, che convoca la persona che deve fare il tampone molecolare dando un appuntamento preciso. Le unità mobili si spostano sul territori, andando direttamente vicino alle scuole, mentre a Bologna abbiamo tre punti dove fare il tampone: un drive through, che è quello meno utilizzato perché i bambini hanno difficoltà a farsi fare il tampone in auto, e due punti tampone in luoghi molto centrali, che sono dedicati alle comunità scolastiche". Eufrini ha aggiunto che in media il risultato arriva entro le 48 ore.

Photo credit: Diy13 - Getty Images
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Di questa attenzione capillare, mi sono resa conto la prima volta quando, con una solo giornata di "febbre" (mi preme, già che mi sono allargata, anche sfatare il falso mito delle donne più resistenti al dolore: per me 37 e 2 è già qualcosa di totalmente invalidante) molto bassa sia l'asl che il medico di base mi hanno mandata a fare il tampone, e nel giro di 4 giorni sono stata prenotata, tamponata e risultata negativa. La seconda volta, più recente e rocambolesca, è capitata lo scorso venerdì, nella scuola materna di quello piccolo dei due figli. Ed è andata così (attenzione, materiale sensibile per nervi deboli, valutate voi se continuare nella lettura). Arrivo, saluto ben felice il pargolo, la maestra mi dice che una signora mi deve parlare, la signora risulta essere dell'assessorato dei servizi educativi e vuole comunicarmi che, anche se la sezione del treene è e rimane aperta, vogliono fare tamponi a tutti i bambini perché è risultato positivo un bambino o un genitore (per questioni di privacy non lo si piò specificare) che non sta frequentando da moltissimo tempo, così tanto che, appunto, la classe non è in quarantena, ma vorrebbero comunque scongiurare ogni possibile dubbio. Ecco, io l'avrei abbracciata, ed invece l'ho solo ringraziata di cuore per il mazzo che si stanno facendo. Sull'onda di questo entusiasmo a tratti folle, mi rendo conto, per il sistema sanitario, ho guardato il telefono ed in particolare quel luogo che di solito tengo silente e che è la chat delle mamme, aspettandomi lodi e giubilo, immemore della tragedia del "chi ci salverà, se non possiamo festeggiare Halloween", e trovandovi, al contrario, le tre p: panico, polemica, piantini.

Photo credit: Images By Tang Ming Tung - Getty Images
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I messaggi, infatti, erano composti per 3/4 da genitori disperato-isterici, che battevano su i testi compulsivamente dicendo quale tragedia fosse, questo tampone, e chissà se tutto sarebbe mai tornato quello che era, dopo di esso. Certo, nessuno ha amato farlo e nessuno ne conserva un dolce ricordo, ma per quanto pessimi, si tratta comunque di 15-20 secondi della nostra vita, spesi, soprattutto, per una buona causa. Di quella buona causa e della cura per essa della nostra amministrazione abbiamo parlato in 3 su 28, la restante parte era fatta di "poveri cuccioli" "aiuto" video di tamponi e "ho l'ansia". Il giorno dopo, alle otto e mezzo (e anche qui non conto i "ma sono matti") eravamo al drive in, e puntuale è arrivato il resoconto delle reazioni di tutti: quanto hanno pianto, cosa hanno detto, "al mio non sono riusciti a farlo nel naso perché si dimenava troppo" "scusate entro quanto l'esito? La mia piangeva così forte che non ho sentito". Dopo uno sforzo immane per contenere la fierezza del mio infante che non ha né pianto né protestato, ma ha solo, finita la procedura, reclamato la sua colazione, è arrivata domenica, ed è stato il giorno peggiore, quello in cui avrei voluto abbandonare, anzi segnalare la chat.

Photo credit: Pornnapa  Phetthai  / EyeEm - Getty Images
Photo credit: Pornnapa Phetthai / EyeEm - Getty Images

Scadute, infatti, le 24 ore entro le quali ci avevano detto che sarebbe arrivato il risultato, in primis a chi ha il fascicolo elettronico (che, azzardo, forse è piuttosto utile da avere, quando si è in mezzo a una pandemia), il nervosismo è cominciato a montare e a mitragliarmi le orecchie ogni due minuti e mezzo con il suono di messaggi che, a quel punto, non potevo silenziare, metti che ci fosse un positivo. E a quel punto non c'era più nulla da fare, nemmeno ricordare timidamente che era domenica e che forse ci avrebbero messo qualche ora in più, niente: era come l'orda degli zombie in "The Walking Dead", poteva solo andare avanti e diventare più grossa e spaventosa. E così da i "ma quanto ci mettono", siamo ben presto finiti nel capslock e nell'avvilente "COMUNQUE ORGANIZZAZIONE ZERO". Zero, cara Emilia Romagna, ti meriti zero, lo dice la mamma di, boh, Ippolito, che ha ricevuto la premura di veder l'intera classe di suo figlio fare un tampone super precauzionale, appena saputo del remoto pericolo, ma ancora, ben 36 ore, cara regione, non ha avuto il suo risultato. "Roba da matti". Davvero, dico io. Poi il caso ha voluto che proprio la suddetta madre del capslock abbia saputo per prima che quel suo "povero cucciolo" era negativo, e via via tutti noi altri, e del servizio che ci hanno reso non s'è parlato più. La morale di questa storia? Ho di nuovo silenziato la chat.