Può esistere una finanza etica? Ce lo spiega il premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus

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Photo credit: AFP Contributor
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Vincitore del premio Nobel per la pace nel 2006 (insieme alla Grameen Bank da lui fondata in Bangladesh nel 1976), l'economista Muhammad Yunus teorizza da decenni un cambiamento del sistema economico, in particolare attraverso il microcredito, cioè la concessione di prestiti a coloro che non riescono ad accedervi attraverso le banche tradizionali. Nonostante il suo operato sia stato talvolta oggetto di critiche (nel 2010 il documentario Caught in Micro Debt della tv norvegese denunciò una sottrazione di fondi, accusa poi caduta; nel suo Paese è entrato più volte in conflitto con la Prima ministra Sheikh Hasina), Yunus ha il merito di aver portato all'attenzione mondiale la necessità di un cambio di paradigma di cui ha scritto in molti libri, tutti pubblicati in Italia da Feltrinelli, tra cui Il banchiere dei poveri (1998) e Il mondo a tre zeri (2018).

Da tempo lei parla della possibilità di Un mondo a tre zeri: zero emissioni da combustibili fossili, zero concentrazione della ricchezza, zero disoccupazione. Il mondo post-pandemia sembra andare nella direzione opposta, eppure lei sostiene che è proprio questo il momento per cambiare…

La pandemia ci ha mostrato in maniera convincente che l’attuale sistema economico si fonda su false premesse che conducono a false promesse. Quando la macchina economica si è fermata per colpa del virus, la sua debolezza è apparsa più evidente che mai. Ci è stato detto che il sistema ha liberato milioni di persone dalla povertà e abbiamo celebrato questo successo. Era illusorio: la pandemia ha rapidamente risospinto quelle persone nella povertà e ha mostrato che la macchina economica è costruita per consegnare la ricchezza a un gruppo ristretto di persone. E mentre quasi un miliardo di uomini e donne hanno perso i mezzi di sostentamento e centinaia di milioni sono stati spinti sotto la soglia di povertà, gli introiti dei miliardari – circa 3.000 individui – sono aumentati di 4 trilioni di dollari. La nostra macchina economica ci ha portato su una strada disastrosa: e mi sorprende che i governi si stiano impegnando per farci tornare nuovamente lì. 14 trilioni di dollari di incentivi sono stati già mobilizzati per riportare l’economia alla velocità di prima. Ma la vecchia strada è suicida e lo sappiamo: causa la distruzione del mondo con il riscaldamento globale e la disparità nella distribuzione della ricchezza. È pensata per concentrare la ricchezza nelle mani di poche migliaia di persone, ignorandone 7 miliardi. La pandemia ci fornisce un’occasione per prendere una decisione coraggiosa sul futuro: non si torna indietro. Quei 14 trilioni di dollari dovrebbero essere usati per costruire un nuovo motore, non per riparare quello vecchio.

Lei auspica la diffusione di social business: imprese sostenibili che operano per raggiungere un determinato obiettivo sociale, non producono perdite, non distribuiscono dividendi e utilizzano gli eventuali profitti per espandere il business o crearne altri, in opposizione al business a scopo di lucro. Accade già?

L’economia convenzionale definisce gli esseri umani come mossi da interessi personali, un'attitudine che viene perfezionata attraverso la massimizzazione del profitto, celebrato come il più grande successo del nostro sistema economico. Ma rappresentare l’essere umano come mosso esclusivamente da interesse personale equivale a distorcere la realtà, perché in verità sono due interessi a muoverlo: personale e collettivo. E quest’ultimo può essere perseguito attraverso altri tipi di business. Quando una persona vuole risolvere un problema collettivo, non è interessata a trarne un beneficio personale. Questo è ciò che io chiamo social business. Si potrebbe creare un’economia a due livelli di business: uno con la massimizzazione del profitto personale, l’altro con zero profitto personale. È un’idea che piace a molti perché le opzioni si moltiplicano e soprattutto i giovani vi vedono la possibilità di esprimersi in modo più ampio. Si rendono conto che fare soldi può dare la felicità, ma rendere felici altre persone garantisce una felicità ancora maggiore. Anche le aziende hanno iniziato a guardare con favore questa opzione e molte hanno iniziato a creare social business. Circa un centinaio di università nel mondo hanno istituito corsi di laurea in materia. Un’area in cui il principio del social business appare particolarmente interessante è quella dell’imprenditoria giovanile. Dico da sempre che gli esseri umani sono nati imprenditori, non “cercatori di lavoro”. Quello del “lavoro” è un concetto dannoso per gli esseri umani, che hanno capacità creative illimitate. Il lavoro li costringe a sospendere la loro creatività, perché implica prendere ordini e ricevere istruzioni. Noi abbiamo creato un Fondo di venture capital per il social business al fine di fornire capitale ai giovani che vogliono diventare imprenditori e non “cercatori di lavoro”. Il Fondo diventa partner dei giovani nell'impresa: quando il capitale iniziale viene restituito, loro ne diventano proprietari esclusivi. Il Fondo non realizza profitti perché è un social business. Migliaia di giovani donne e uomini ottengono capitali dal nostro Fondo in Bangladesh, diventando imprenditori.

Quando parla con capi di Stato o grandi capitalisti, che risposte ottiene? Pensa che ci sia una reale possibilità che chi può fare la differenza consideri questo nuovo modello di business?

Incontro persone in ruoli di grande responsabilità solo su loro invito. Non sono mai io a propormi. È evidente che se mi invitano è perché conoscono la mia visione e il mio lavoro. Solitamente il loro interesse nei miei confronti consiste nell’approfondire le mie idee e sondare la possibilità che queste possano applicarsi nei loro Paesi. Ho sempre ricevuto incoraggiamento, nonostante le differenze di posizione. Certo, quando parlo dell’imprenditorialità come tratto comune a tutti gli esseri umani all’inizio fanno fatica ad accettare l’idea, ma sono curiosi di verificare l'applicazione della teoria. Le persone in ruoli di responsabilità vengono sempre colpite da un pensiero intellettualmente sofisticato, ma alla fine sono le applicazioni pratiche di quel pensiero che gli interessa. Le nostre discussioni ruotano intorno alla necessità di risolvere i problemi delle persone. I policy makers sono circondati da problemi e da montagne di soluzioni convenzionali per farvi fronte. Se l’idea del social business verrà accettata in maniera estensiva o dimenticata in fretta dipenderà interamente dalla sua capacità di risolvere problemi. Se sarà in grado di farlo in modo economicamente sostenibile, sarà inarrestabile. Altrimenti verrà dimenticata.

Molte aziende stanno adottando criteri ESG (Environmental, Social and Corporate Governance): lo considera uno sforzo efficace che può portare a un reale cambiamento?

Il fatto che le aziende stiano cercando di soddisfare criteri sociali e ambientali è un buon segno. Questa volontà è importante, le porterà a sperimentare nuovi concetti e metodi. Niente è più convincente del successo. Noi non presentiamo le nostre idee per ottenere risultati garantiti. Invitiamo a sperimentare i nostri metodi. Il business non è una religione. Si possono provare diverse possibilità finché non si trova quella che si adatta di più al proprio business. Un certo modo di fare impresa può essere facilmente abbandonato in favore di un altro, se quest’ultimo produce un risultato migliore. Il business deve produrre risultati positivi senza creare dannosi effetti secondari.

Quanto è diffuso oggi il microcredito e perché funziona?

Il microcredito è nato per fronteggiare la grande disuguaglianza del sistema finanziario, che esclude più di metà della popolazione mondiale. Le persone hanno sempre bisogno di denaro, ma le banche non se ne occupano, adducendo come motivo la non solvibilità dei più poveri. Quindi entrano in campo individui senza scrupoli che concedono prestiti e rendono poi difficile la vita dei debitori. Il microcredito ha riempito quel vuoto, estendendo i servizi bancari alle persone povere, in modo finanziariamente sostenibile. Il mondo ha celebrato questo passo avanti. Il concetto di microcredito si è diffuso nel mondo. Ma è rimasto legato all'attività delle ong, perché il sistema bancario non lo ha adottato. Il motivo è che l'attuale ordinamento bancario è stato creato per le banche e per le esigenze dei ricchi. Affinché il sistema bancario sia alla portata di chi non ha mezzi, occorrerà un ordinamento separato. L’economia relega i poveri nel settore della “economia informale”, ma non si tratta di una grande massa di gente in attesa di un lavoro, bensì di piccoli imprenditori. La finanza è l’ossigeno dell’imprenditoria: quando questo ossigeno non è disponibile, i poveri non possono usare il proprio potere creativo. Solo se ricevono “ossigeno” possono diventare imprenditori attivi e creativi. Se il sistema finanziario non verrà ridisegnato in modo da includere tutti, non risolveremo il problema della povertà.

Cosa intende quando dice che siamo tutti imprenditori?

Esattamente questo: tutti gli esseri umani sono nati imprenditori. La struttura economica attuale ci ha convinto che il lavoro è il nostro destino. Siamo arrivati ad accettare – sbagliando – che siamo nati per lavorare per qualcun altro. Ne siamo talmente convinti che l'idea che ogni essere umano sia un imprenditore appare audace. Il nostro sistema educativo è progettato per produrre giovani pronti per il lavoro e non prende in considerazione l’imprenditorialità. I nostri programmi di microcredito prestano denaro a milioni di donne in contesti urbani e rurali, che diventano imprenditrici. Avviene in maniera naturale, perché è un'attitudine insita in ogni essere umano. Le teorie economiche convenzionali e la totale assenza di istituzioni finanziarie inclusive hanno spinto gli esseri umani verso una moderna versione della schiavitù, rappresentata dal mondo del lavoro. E fanno in modo che non possano fuggirne. L’imprenditorialità è la via di fuga dalla povertà.|