Quali sono le 3 parole che abbiamo pronunciato di più quest'anno

Di Fabrizia Mirabella
·8 minuto per la lettura
Photo credit: Getty Images
Photo credit: Getty Images

From Marie Claire

Premessa intima: questa intervista è stata difficile da scrivere. Se il tuo lavoro è fatto al 99,9% di parole, trovare e usare quelle giuste per parlare con la personificazione vivente dell’enciclopedia italiana più famosa di sempre può creare parecchia ansia. Per scrivere il curriculum di Massimo Bray, direttore editoriale dell’Istituto Treccani, ci vorrebbe una collana di enciclopedie. Leccese di nascita, fiorentino e romano d’adozione, classe 1959, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo sotto il governo Letta, autore e editore, direttore della rivista Italianieuropei, presidente della fondazione Notte della Taranta, “collega” in Treccani di Rita Levi-Montalcini, tra le altre cose… La sua voce è rilassante e rilassata, le sue parole sono illuminate e illuminanti, i minuti scorrono e non voglio fermarli, questo periodo ci costringe a incontrarci in un luogo non meglio specificato dell’etere, una conversazione sospesa e filtrata da uno schermo, ma le sue risposte bucano ogni confine virtuale, sono parole, parole, parole, sì, ma concrete più di un gesto.

Com’è cambiato il modo in cui usiamo le parole nella nostra conversazione, le posiamo o le gettiamo?
Oggi utilizziamo le parole molto spesso, soprattutto in forma scritta, in modo aggressivo, che non è proprio il modo migliore per costruire un dialogo… Tendiamo a volerci affermare sugli altri a tutti i costi, non ammettiamo controbattute o silenzi, abbiamo l’insulto facile contro alcune fasce della popolazione come extra comunitari, donne, omosessuali, fedeli di un altro credo, un modo di fare ed essere che oggi definiremmo hate speeching in cui, sì, gettiamo in aria le parole senza riflettere.

Quali sono le nuove parole dell’odio?
Sono in continuo fermento e movimento. In Treccani, ad esempio, abbiamo seguito il processo di formazione e evoluzione di parole come bullismo, la cui comparsa si attesta intorno al 1500, nel 1958 invece assume il significato di comportamento tendente al prepotente, nel 2006 è stato poi ufficializzato il termine cyber bullismo. Altre parole sono mobbing, dall’inglese to mob, assalire, o stalking, pedinare una persona, togliergli la libertà. Sembra quasi che un’ondata di violenza e volgarità abbia invaso la nostra lingua, dobbiamo reagire, dobbiamo sottolineare il valore delle parole, accompagnare il lettore/interlocutore a scoprire come usare le parole in un dialogo costruttivo. Anche per questo qualche anno fa abbiamo lanciato la challenge #leparolevalgono, una campagna per salvare certi vocaboli italiani dall’oblio.

Qual è la parola che vale di più per lei?
Speranza. Sono ottimista per natura, spero sempre si possa migliorare, è un sentimento che cerco di trasmettere anche sul lavoro. Creare occasioni, incoraggiare alla partecipazione di un uso della lingua in modo positivo, sono fra i capisaldi di Treccani.

Ci sono dei termini che hanno subìto una ridefinizione o ridescrizione negli ultimi dieci anni?
Continua a cambiare il significato della parola crisi. Inizialmente era legata al mondo medicina, poi a quello dell’economia, dopo ancora alla società, alle istituzioni statali, alla globalizzazione. Oppure il verbo finalizzare, nell’Ottocento veniva utilizzato come sinonimo di portare a termine, nel 900 attribuire un fine, oggi è uno sportivo andare in rete. Anche l’aggettivo giallorosa, un tempo faceva parte del lessico dei film polizieschi con un po’ di drama nella trama, oggi allude a una posizione politica della sinistra moderata.

Mi dica che anche lei odia l’uso della locuzione piuttosto che a sproposito…
(Ride). Qualche anno fa avevo difficoltà anche ad ascoltare l’esclamazione “alla grande”. Però sa cosa le dico? Non odiamo questi nuovi costrutti, dimostrano che la nostra lingua è viva!

Che letture consiglia a chi vuole (ri)scoprire l’italiano?
Le parole valgono di Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, due linguisti che hanno letteralmente scelto le parole della lingua italiana più significative, da Dante a Bella Ciao, proprio per reagire all’ondata di violenza e di sciatta volgarità che ha invaso il nostro parlato, e lo scritto. E poi, La bella lingua. La mia storia d'amore con l’italiano di Dianne Hales, un’autrice americana che ci fa riflettere su come l’italiano sia una lingua da tutelare e proteggere. E se ce lo “rinfaccia” persino un’americana…

Il significato di “cultura personale” è cambiato negli anni o è un concetto atemporale?
Entrambi. Sicuramente le grandi innovazioni digitali e la nuova ricerca delle fonti del sapere hanno influenzato molto la sua evoluzione. Ogni tanto mi chiedono ancora, è meglio un libro o un sito? Dobbiamo prendere atto che tutti e due ci formeranno, quello che deve rimanere invariato è il valore della lettura, che si legga attraverso uno schermo o sfiorando delle pagine.

Ricorda il primo libro che ha letto?
Le mille e una notte. Mamma era nata a Smirne, in Turchia, probabilmente sarà stata lei a regalarmelo.

E quello che le ha fatto dire, “io voglio lavorare con le parole”?
L'isola di Arturo di Elsa Morante.

Nel 1994 ha vissuto in presa diretta l’apertura dell’Istituto Treccani al mondo digitale. Un avvenimento che ha sicuramente scritto la storia, che ricordi ha di quel periodo?
Ero stato appena assunto con la carica di direttore editoriale, il web era nato da pochissimo, partecipavo ogni giorno a riunioni guidate da Rita Levi-Montalcini, allora presidentessa dell’Istituto. Una mattina, con la curiosità, la generosità culturale e l’attenzione alle sfide della contemporaneità che l’avevano sempre contraddistinta, ci disse: “anche Treccani avrà un suo sito”. Oggi siamo orgogliosissimi del nostro portale, dobbiamo tutto alla sua intuizione.

Mi sono sempre chiesta quanto tempo passi prima che una parola coniata “sulla strada” venga poi “ufficializzata”.
In Treccani abbiamo una grande redazione di linguisti che fa questo di mestiere, da sempre. L’Osservatore della Lingua Italiana registra via via tutte le parole nuove, noi monitoriamo la loro validità e uso nel tempo finché non decidiamo se ufficializzarla o meno.

Avete appena pubblicato La Treccani dei Ragazzi, domanda scomoda ma doverosa, qual è il valore aggiunto rispetto a una ricerca su Google?
L’abbiamo immaginata come “una guida alla comprensione del mondo”, agile, facile e ricca di immagini e storie a fumetti a contorno. Il valore aggiunto è l’attendibilità, la certificazione, la validità di ciò che c’è scritto. È questo il nostro lavoro da 100 anni, mediare il sapere e la conoscenza. Per un periodo abbiamo pensato che se ne potesse fare a meno, tutti possono caricare o pescare informazioni sul web, ma dov’è la qualità dei contenuti? Chi ha il coraggio di metterci la faccia? È per questo che non smetterò mai di ribadire la centralità e l’importanza della scuola e dei suoi insegnanti, sono loro a creare i cittadini del futuro, a far germogliare in loro un senso europeo e comunitario.

Quali parole abbiamo cercato di più negli ultimi sei mesi?
Durante la prima fase della pandemia sono state virus, epidemia e la stessa pandemia. Poi, la ricerca si è spostata verso termini legati all’infodemia, ovvero la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza. Insomma, quando ci sentiamo assaliti da notizie non vere, stiamo subendo gli effetti dell’infodemia. Quindi, è stata la volta di parole come paura, lavoro, riapertura, precarietà, chiusura. Treccani.it cerca di colmare la fame di sapere di chi cerca, si domanda, vuole riflettere, e lo fa puntando a tenere alto un senso di responsabilità sociale, in special modo per i più giovani e gli studenti.

La pandemia sembra aver scoperchiato il vaso di Pandora contenente “il male della didattica online”…
Circa 850 mila ragazzi non hanno avuto la possibilità di accedere alle piattaforme digitali per seguire le lezioni scolastiche o universitarie. Ma non lo scopriamo di certo con la pandemia.

Ah no?
È da anni che l’Osservatorio Europeo ci sottopone dati sconfortanti. L’Italia è spesso terzultima o, addirittura, quartultima in termini di investimenti scolastici per superare il divario digitale nell’educazione. Questo non fa altro che incrementare le disuguaglianze sociali. Il che è paradossale visto che proprio la scuola dovrebbe essere l’apripista dell’inclusione sociale.

Quali sono le previsioni per il futuro immediato?
Identiche se non si trovano nuove soluzioni concrete. Magari più vicine ai giovani. In questo senso, un esempio molto positivo per Treccani è stato il lancio del podcast Maturadio in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e Radio3, vere e proprie lezioni e ripassi da ascoltare per supportare gli studenti alle prese con la maturità. Non è vero che le nuove generazioni non hanno voglia di studiare e approfondire, basta essergli vicino con linguaggi e strumenti a loro familiari.

Sostiene che “la cultura nel periodo della pandemia ha dimostrato di svolgere una funzione civile e sociale”. Ci spiega meglio?
La pandemia si è scagliata su di noi come un avvenimento inedito, ci ha costretto soli, anziani e malati in primis, ha complicato i rapporti con i famigliari, ha accentuato le distanze, e non solo quelle fisiche. Di fronte e per far fronte a tutto questo è nato il bisogno di mettere al centro delle nostre vite la parola comunità. E la cultura è un collante straordinario per la comunità.

E noi, ci siamo riusciti a dare la giusta importanza alla comunità?
Direi di sì. Anche se personalmente mal sopporto l’uso di parole e metafore legate al mondo della guerra. Credo sia sbagliato paragonare una pandemia a un periodo del genere. Siamo in guerra, nemico invisibile, stare in trincea, anche in questo caso, l’uso delle parole è importante, può distruggere o costruire la comunità. E noi tutti abbiamo il dovere di trasmettere, in maniera pacata, un senso di forte responsabilità.

Photo credit: Barbara Zanon - Getty Images
Photo credit: Barbara Zanon - Getty Images