Quanti italiani devono essere vaccinati per raggiungere l'immunità di gregge, e quanto ci vorrà?

Di Simone Cosimi
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Photo credit: Antonio Masiello - Getty Images
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Le ultime informazioni in questo senso le avevano date alla fine di novembre gli esperti del Comitato tecnico-scientifico. Per ottenere l’immunità di gregge in Italia dovrà vaccinarsi "grosso modo almeno tra il 60% e il 70% della popolazione”. Parole di Gianni Rezza, direttore della prevenzione del ministero della Salute. Cosa significa in termini assoluti di popolazione? “Ciò vuol dire vaccinare 42 milioni di italiani e questa è una grande sfida. Ma ci sarà un progressivo incremento delle dosi di vaccino a partire dal 2021 e avere più di un vaccino è un vantaggio".

Photo credit: GETTY
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Anche in Europa, dopo le pressioni dei governi e – a quanto spiega la European Medicines Agency – l’acquisizione di nuove informazioni da Pfizer, la campagna vaccinale è ormai pronta a partire. Riassumendo le tappe, è probabile che il 21 dicembre l’Ema dia il via libera a BNT162b2 (nome in codice del vaccino Pfizer-BioNTech), che la Commissione ratifichi la raccomandazione nel giro di due giorni (sbrigando in 48 ore il lavoro di due mesi, come ha spiegato Margaritis Schinas, vicepresidente e titolare di Salute, sicurezza e migranti) e che dunque nel giro di altri due giorni – dopo l’approvazione della nostrana Aifa - le prime dosi possano lasciare l’impianto di Pfizer a Puurs, in Belgio, per raggiungere direttamente gli ospedali dei paesi europei, 291 in Italia.

Sotto le feste si tratterà di un primo stock che molti definiscono simbolico, di poche migliaia di dosi, buono a celebrare una giornata o una settimana di partenza contemporanea della campagna in molti paesi dell’Unione, dalla Germania alla Francia fino, appunto, all’Italia fra Natale e Capodanno. Dal canto nostro, entreremo nel vivo solo a partire dall’Epifania, quando arriverà la prima parte dei 3,4 milioni di dosi previste a gennaio da Pfizer.

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Sarà dunque una maratona, non uno sprint, anche se con tutti i dubbi sulla durata dell’immunità la campagna deve comunque marciare spedita e raggiungere un buon numero di vaccinati in tempi relativamente rapidi. Il problema ruota inoltre non solo intorno all’organizzazione delle somministrazioni di massa ma alla consegna delle dosi. All’Italia spetta una quota del 13,5% del totale degli acquisti effettuati dalla Commissione con Astra Zeneca, Pfizer-Biontech, Johnson & Johnson, Sanofi-Gsk, Curevac e Moderna: dovrebbero essere 202 milioni nel corso dell’anno. Ma si sa già che non saranno così tante.

AstraZeneca non ha per esempio ancora chiarito i tempi su eventuali nuovi test per validare il dosaggio scoperto con una buona dose (scusate il gioco di parole) di serendipità. Per alcuni i ritardi non dovrebbero essere eccessivi e le prime dosi potrebbero essere consegnate entro la fine di gennaio, per altri servirà più tempo. Dall’azienda britannica aspettiamo 40 milioni di dosi che sarebbero dovuti arrivare tutte nei primi sei mesi: dovessero slittare, verrebbe a mancarci il pilastro su cui confidiamo per un adeguato rifornimento. C’è poi il problema di Sanofi, che abbiamo già esposto qui: per quest’anno difficile che si vedano le dosi del ritrovato sviluppato con Gsk. Anche da quel gruppo aspettavamo 40 milioni di dosi per sostenere la seconda parte dell’anno. La sostanza è che stiamo ballando sul fornitore su cui avevamo scommesso per il primo semestre mentre quello che avrebbe dovuto sostenere le operazioni del secondo ha già annunciato che scalerà al 2022.

A disposizione ci rimangono dunque nei prossimi sei mesi – al netto dell’acquisto di nuove dosi da parte della Commissione, sempre possibile e anzi quasi scontato – circa 16 milioni di Pfizer che diventeranno 26 entro la fine dell’anno, e circa 6 milioni di Moderna, sempre nel primo semestre, che diventeranno poco meno di 11 entro l’anno. A Moderna manca ancora l’autorizzazione. Degli altri fornitori dovremmo avere 7 milioni di dosi da CureVac sempre entro giugno e 14 da Janssen di Johnson&Johnson. Nel primo caso saliranno a 30, nel secondo a 53. Ma di queste ultime soluzioni mancano perfino i risultati.

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Ad oggi, insomma, abbiamo certezza di una ventina di milioni di dosi, considerando Pfizer e dando in arrivo Moderna. Buone per poco più di 10 milioni di italiani. Se poi AstraZeneca dovesse farcela, ne riceveremmo altri 40 milioni – utili per vaccinare 20 milioni di persone, forse di più considerando il mezzo dosaggio iniziale – che cambierebbero la partita e ci consentirebbero di avvicinarci all’immunità di gregge magari con qualche fornitura in più dei primi e l’arrivo di (relativamente) poche dosi CureVac. Se infine anche Janssen rispettasse i tempi, e la macchina delle vaccinazioni procedesse senza intoppi, per la fine della primavera potremmo davvero essere a buon punto rispetto all'obiettivo indicato da Rezza.

Sempre che gli italiani scelgano di vaccinarsi e che il dibattito sulle priorità nelle fasce di popolazione non ingolfi il sistema. In Germania ci sarà una specie di corsia veloce per un elenco di personalità impegnate in funzioni vitali nel paese. Soluzione che dovremmo replicare anche in Italia. Tuttavia da noi la seconda fase standard – dopo medici, operatori e ospiti delle rsa coinvolti a gennaio - dovrebbe coinvolgere forze dell’ordine, personale dei servizi di pubblica utilità come scuole e trasporti, detenuti e grandi anziani. Il resto della piramide resta da disegnare.