Quanto è inclusiva la moda oggi? Facciamo il punto della situazione, a un anno dal Black Lives Matter

Di Federica Caiazzo
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Photo credit: Kevin Tachman/MG19 - Getty Images
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È una domanda semplice, che non necessita di molti giri di parole: quanto è inclusiva la moda oggi? Quanto è inclusiva, a un anno dalla nascita del Black Lives Matter? A rispondere è un dettagliatissimo studio condotto da Madame Le Figaro, da cui abbiamo estrapolato dati, percentuali e dichiarazioni che ci consentono di fare – ad oggi – il punto della situazione su quanto l’industria del lusso si sia effettivamente impegnata nel perseguimento di obiettivi (e risultati) concreti. Il movimento Black Lives Matter ha attraversato ogni ambito, smuovendo le coscienze e sensibilizzando ogni strato della società. Anche la moda – e tutto ciò che ruota intorno ad essa – è stata chiamata in causa. E questo è quanto è accaduto negli ultimi 12 mesi.

Qual è la fashion week più inclusiva oggi?

Rappresentazione: è una parola chiave e va tenuta bene a mente. La moda ha una responsabilità fondamentale: offrire – in linea con i valori e l’estetica di ciascuna casa di moda – un ideale di bellezza. Un ideale che però può e DEVE essere inclusivo, perché ognuno si senta parte dello stesso immaginario collettivo. La piazza, se così può essere definita, è la passerella: secondo i dati della fonte, ad oggi la multiculturalità in passerella ammonta solo al 41,3%. La settimana della moda meno inclusiva di tutte è quella di Milano (e non è un dato di cui andar fieri), con il 35,6% di diversità in passerella. Seguono Parigi (38,9%), Londra (52%) e New York (57,1%). A sua volta – scrive la fonte – la NYFW ha avuto “un calo di 7 punti (50,7%) per la stagione Autunno Inverno 2021 2022”.

Photo credit: Victor Boyko - Getty Images
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Quanto è inclusiva l’industria della moda in generale?

Ma, per le passerelle, il tema dell’inclusività nel mondo passa – anzi, sfila – soltanto. “La moda prometteva più diversità, ecco cosa abbiamo scoperto”, annuncia un articolo pubblicato dal New York Times lo scorso marzo 2021. Ebbene, i dati non sono ancora quelli che vorremmo sentire: l’autorevole testata statunitense ha infatti condotto un’indagine inviando lo stesso identico questionario a 64 grandi marchi femminili di prêt-à-porter europei e statunitensi, oltre che a 15 e-commerce e media influenti del settore. “A questionario ricevuto – riporta ancora Madame Le Figaro – solo pochi marchi americani hanno tentato di completarlo per intero, mentre 16 lo hanno riempito a metà. In Italia come in Francia, a causa della legge che vieta la compilazione di statistiche etniche (Autorizzazione generale al trattamento dei dati genetici, ndr), nessuna delle aziende contattate è stata in grado di fornire le informazioni necessarie, pur spiegando di voler fare di più per l'inclusione”.

Photo credit: Victor Boyko - Getty Images
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Altrettanto interessanti sono i dati di uno studio condotto nel 2019 – torniamo indietro nel tempo, un anno prima del Black Lives Matter – dall’American Fashion Designers Union negli USA: “Nel settore dell'abbigliamento e della bellezza, solo il 16% delle posizioni dirigenziali e il 15% dei posti in consiglio sono occupati da persone di colore, che rappresentano il 32% delle posizioni principianti”. Non meno diversa è la prospettiva europea: si pensi ad esempio a Olivier Rousteing, alla guida di Balmain dal 2009, e l'americano Virgil Abloh, direttore artistico di Louis Vuitton homme dal 2018. Sono loro gli unici designer rappresentativi delle black communities nella scena della moda francese.

Quanto è inclusiva l’istruzione nel settore moda?

L’inclusività del settore moda dal punto di vista puramente istruttivo dipende dalla città. Londra si riconferma la città europea più inclusiva per i rappresentanti delle black communities che desiderano studiare moda. Come sottolinea ancora Madame Le Figaro, la prestigiosa università Central Saint Martins School di Londra offre borse di studio che consentono di fare della multiculturalità un autentico valore aggiunto. Non a caso, la LFW è a sua volta molto più inclusiva di Milano e Parigi. A proposito dell’Inghilterra, consentiteci una breve digressione sull’impegno del British Fashion Council, che nel luglio 2020 ha creato un comitato dedicato specificamente ai temi di diversità e all'inclusione. "Un altro segno dei tempi – ricorda la fonte - è la nomina di Edward Enninful, inglese di origini ghanesi e già direttore di British Vogue dal 2017, a direttore editoriale di tutte le edizioni europee di Vogue".

Photo credit: Dave Benett/FFR - Getty Images
Photo credit: Dave Benett/FFR - Getty Images

A mettere in questione il sistema dell’istruzione in Francia è invece Jean-Marc Chauve, professore all'Istituto Francese di Moda ed ex direttore artistico dell'Accademia internazionale di moda di Parigi: “C'è poca diversità nei percorsi verso l'eccellenza perché le grandi scuole private di moda sono molto costose - afferma. - Tuttavia, la moda è diventata un ambiente sempre più esigente e competitivo. E nel lusso è anche peggio. A un certo livello manageriale è necessario possedere competenze nel campo degli affari e della moda e quindi uscire dalle scuole superiori con un diploma di maturità +5 ”. Il sistema della moda – istruzione compresa – è dunque considerato troppo elitario, motivo per cui anche le scuole di Parigi hanno creato borse di studio dedicate. È il caso del French Fashion Institute, che nel 2019 ha lanciato in collaborazione con la Fondazione Culture & Diversité (nata nel 2006 per favorire l’accesso nelle grandes écoles dei talenti provenienti da contesti più modesti), un programma per promuovere la diversità e le pari opportunità.

Quanto è inclusiva la moda in Italia?

Lasceremo che a rispondere questa volta sia una delle massime rappresentanti dell’inclusività in Italia: stando alla fonte, la designer Stella Jean considera l’inclusività nel Belpaese ancora “un’illusione”. “In Italia – spiega la designer italo-haitiana, - le minoranze etniche che rappresentano la multiculturalità appaiono estremamente attraenti solo se presentate sotto forma di ispirazione esotica e colorata. Questo stesso entusiasmo diminuisce notevolmente quando lo sguardo si volge verso la black community, in particolare quando questa fa sentire con audacia la propria voce”. Impegno concreto da parte di Stella Jean è stata infatti la creazione del collettivo We are Made in Italy che, con il supporto della Camera Nazionale della Moda Italiana, ha aperto le danze della scorsa edizione della settimana della moda di Milano. Stop alle ipocrisie, è tempo di smettere di credere che essere italiani significhi essere obbligatoriamente bianchi.