Quanto, come e perché le eroine delle serie tv possono (veramente e finalmente) aiutarci a fiorire

Di Sara Mostaccio
·3 minuto per la lettura
Photo credit: PHILIPPE ANTONELLO
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From ELLE

Da quando le piattaforme di streaming hanno reso possibile creare il proprio palinsesto e fruire le serie tv ovunque e secondo i propri tempi, la narrazione televisiva è diventata più pervasiva che mai e ha svelato un potere non solo ricreativo. Da qui parte Marina Pierri scegliendo le 22 Eroine del libro omonimo dal sottotitolo eloquente: Come i personaggi delle serie tv possono aiutarci a fiorire. Intrecciando i principi dell’intersezionalità agli archetipi del Viaggio dell’Eroina teorizzato da Maureen Murdock, l’autrice suggerisce che i personaggi delle serie tv attuali possono fornirci rappresentazioni della realtà che prima non avevano spazio perché marginalizzate o del tutto assenti dalla narrazione.

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Partendo dall’assunto che il viaggio dell’eroe è una freccia il cui tragitto procede verso l’alto mentre quello dell’eroina è una discesa agli inferi e ritorno, passa in rassegna 22 personagge che corrispondono a 12 archetipi, tappe di un viaggio che racconta una femminilità molto più sfaccettata di quanto il male gaze fin qui prevalente sia stato in grado di indagare. La domanda chiave che ci pone Pierri è se riteniamo ancora necessario empatizzare con i personaggi e riconoscersi in essi. Non è più importante mettersi in ascolto? Lo spettatore diventa così partecipante e il risultato è la costruzione di una nuova percezione di sé e degli altri che non esclude ma include esperienze distanti e non (ancora) raccontate. Si cerca uno sguardo liberato da quello dominante – cioè maschio, bianco, cis – si produce una narrazione che non è solo intrattenimento ma agisce anche a livello politico e sociale scardinando stereotipi e dando voce e spazio a culture, corpi, esperienze capaci di agire sull’inconscio collettivo e sulla normalizzazione di quelle esperienze, quei corpi, quelle culture.

Per ogni archetipo Pierri ha analizzato sia gli aspetti positivi che quelli negativi individuando un personaggio come figura guida e uno come figura ombra. Dall’Innocente alla Guerriera, dall’Angelo Custode alla Cercatrice, dalla Distruttrice alla Maga, scopriamo quali personaggi delle serie tv recenti ne incarnano le caratteristiche. Nel corso del libro attraversiamo, tra gli altri, il vissuto di Lila de L’amica geniale a cui si vieta di autodeterminarsi e quello della musulmana Sana in Skam Italia, di Kimmy Schmidt che rifiuta di farsi definire dal suo dolore e della donna transgender Bianca in Pose, di Mrs. Maisel che cerca la sua voce rifiutando un ruolo tradizionale e di Poussey Washington in Orange is the new black che scardina lo stereotipo della strong black woman. Non si mette in scena la vulnerabilità come caratteristica femminile fondamentale ma neanche si rifiuta in nome della retorica del “personaggio femminile forte”. Le donne del piccolo schermo sono invece sempre più personaggi “stratificati danneggiati e fastidiosi per cui, francamente, è difficile fare il tifo. Questo slittamento – scrive Pierri – ha contribuito ad allargare l’orizzonte dello sguardo sulle donne”.

Anche quando le esperienze sullo schermo sono lontanissime dalle nostre possiamo metterci in ascolto secondo l’assunto del femminismo intersezionale: “passando il microfono” per assumere consapevolezza della pluralità di vissuti e da questa pluralità trarre strumenti per decodificare il mondo attuale. In questa prospettiva l’identificazione è una trappola ma l’ascolto un’occasione. Nelle serie tv analizzate da Pierri trovano voce donne complesse e contraddittorie finora escluse dal racconto, niente affatto rassicuranti ma capaci di sollevare domande e stimolare riflessioni. Come la protagonista di Fleabag di Phoebe Waller-Bridge, diventata termine di paragone di ogni nuova scrittura femminile per la tv.

Le eroine che si riappropriano del female gaze non sono una versione surrogata dell’eroe né l’incarnazione sessualizzata del desiderio maschile. Sono se stesse. E quando le redini della rappresentazione sono affidate direttamente a chi quella esperienza l’ha vissuta la narrazione si fa più complessa e inclusiva e spezza l’invisibilità a cui molte voci sono state costrette. Il cast di Pose ne è l’esempio più dirompente: non solo racconta personaggi che in televisione non avevano spazio ma è composto da persone trans e queer che ora possono rappresentarsi.