Quanto inquina la moda? Uno studio svela l'impatto sulle acque dell'Africa (e, sì, riguarda tutti)

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Photo credit: YANICK FOLLY - Getty Images
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Non è abbastanza, e questo è un dato di fatto. Quanto si sta facendo per rendere la moda più sostenibile non è affatto abbastanza. Un nuovo report di 100 pagine pubblicato da World Water International (è consultabile su www.waterwitness.org) parla chiaro: l'impatto dell'industria della moda low cost sull'acqua dei fiumi dell'Africa non è sostenibile. Né ambientalmente né umanamente. E a rimetterci sono anche e soprattutto donne e bambini.

Quanto inquina la moda: l'impatto ambientale sull'acqua

"Sebbene esistano tante buone pratiche, la nostra ricerca mostra che la produzione di abbigliamento, inclusa quella dei marchi low cost in Europa, nel Regno Unito e negli USA, sta distruggendo i fiumi dell'Africa attraverso gli scarichi inquinanti di acque reflue industriali non trattate", si legge in apertura nel report di WWI. Ethiopia, Lesotho, Madagascar, Mauritius e Tanzania sono solo alcuni dei paesi africani coinvolti nello studio di Water Witness International. In ciascun paese, inoltre, l'impatto sulla qualità della vita - già di per sé bassissima - delle comunità locali. Un impatto che lascia spazio anche una domanda (retorica) che tutti siamo doverosamente chiamati a porci, con annessa mano da passare sulla coscienza: ma possono mai le necessità delle fabbriche avere la meglio sui diritti umani?

Si consideri che l'80% della manodopera africana per i marchi fast fashion è costituita da donne, private dell'accesso ad acqua pulita, lavatoi e servizi igienici. Un diritto - quello all'acqua - che una volta negato "lede dignità, benessere e salute, anche attraverso l'esposizione alla trasmissione di Covid-19". "In particolare - precisa il report, - la mancanza di accesso all'acqua pulita e ai servizi igienici sul posto di lavoro è riconoscibile come indice della schiavitù moderna".

L'appello con WWI mette nero su bianco quanto inquina la moda non chiede ovviamente la fine della manodopera in Africa (nota bene, può essere fonte minima di sostentamento economico, ma allarga il discorso a un minimo salariale che dovrebbe essere di gran lunga più dignitoso per i lavoratori). "Vogliamo che si agisca e chiediamo maggiore sicurezza - continua il report. - Che l'approvvigionamento e la produzione di beni in Africa si basino sull'uso sostenibile delle risorse, sul condizioni di lavoro dignitose e principi fondamentali della giustizia sociale". La call to action è rivolta a tutti e, a ciascuno, WWI indirizza delle raccomandazioni, con soluzioni da attuare nell'immediato: "Produttori, marchi, rivenditori, investitori, governi e clienti di alto livello devono agire ora per garantire che l'industria della moda abbia un'impronta idrica equa in Africa". La domanda resta aperta: possono mai le necessità delle fabbriche avere la meglio sui diritti umani?

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