Quasi alla fine del 2021 dobbiamo ancora fare i conti con il burnout genitoriale (eccome)

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Photo credit: Halfpoint Images - Getty Images
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Il suono dolcissimo della campanella che, dopo una delle estati non solo più calde ma anche più lunghe (e in questo caso parliamo di durata percepita, per lo meno per chi ha figli) ha dato il via alla ripartenza della scuola i genitori - tutti - lo hanno aspettato come si fa con il Natale. Al netto del connaturato senso di colpa che accompagna madri e padri fin dal secondo zero (o forse pure prima) della nascita della progenie, il ritorno sui banchi di scuola, accompagnato dal corollario di dovuti scongiuri anti Dad, è un enorme sollievo. Perché siamo esauriti, strizzati, prosciugati dagli ultimi 18 mesi di pandemia che hanno spostato e stretto insieme tra le mura di casa tutto: lavoro, studio, vita famigliare, vita di coppia. E se è vero che da qualche tempo le maglie delle restrizioni si sono parecchio allargate e la vita sta tentando di tornare ad una simil normalità, molti genitori devono ancora fronteggiare un parental burnout che, al contrario, non ha mollato la presa. Che sia un malessere ancora in corso, o che a farsi sentire siano i suoi strascichi, di fatto l'esaurimento che affossa è una questione aperta e assolutamente non sotto valutabile. Sui social è impossibile non notare come ancora adesso il solito stress della genitorialità sia stato intensificati dalla pandemia. I genitori scrivono delle difficoltà dell'istruzione a casa, da seguire insieme a figli troppo piccoli per auto gestirsi, mentre al contempo cercano di lavorare; parlano anche dell'auto isolamento vissuto con bambini piccoli o di come abbiano dovuto prendersi cura di un neonato senza un aiuto esterno.

Da 18 mesi c'è, inoltre, in ballo anche il delicato compito di gestire le ansie dei bambini durante la pandemia (il 4enne di casa, qui, chiede regolarmente se "c'è ancora il Covid", come da bollettino, e pensare che quella parola sia diventata famigliare nel suo vocabolario fa una certa impressione, ndr) e far fronte alla pressione finanziaria causata da un periodo così turbolento. E, al solito, per le donne è peggio: un anno fa raccontavamo come La quarantena da coronavirus ci avesse resi quasi tutti smart worker, ma come dietro all’apparente levità del termine vivessero sentimenti polarizzati tra odio e amore, specie nelle lavoratrici, catapultate in una re-immersione totale nella dimensione domestica. La fase 2 della ripartenza italiana, infatti, come ricorderete, aveva visto tornare al lavoro più di 4 milioni di cittadini, il 72 per cento dei quali uomini. Insomma, con tutto ciò che è successo e sta ancora accadendo, non c'è da meravigliarsi che il tipo di stress costante, solitamente associato a carriere eccessivamente impegnative e gravose a livello di tempo e di sforzo, sia improvvisamente esploso, stando così tanto a casa.

Un sondaggio condotto da Savanta ComRes all'inizio di quest'anno ha rilevato che il 45% dei genitori si sente esaurito, mentre uno studio dell'università di Oxford ha rilevato che i livelli di stress, ansia e depressione sono aumentati nei genitori e negli assistenti durante i blocchi della pandemia. Da noi Andrea Maggi, scrittore e professore di latino e greco de Il Collegio, ha raccontato a La Repubblica come "Questo burnout l’ho visto con i miei occhi: è come se a un certo punto madri e padri abbiano iniziato a non poterne più dei loro figli, con conseguente senso di colpa e gran dispiacere. Sono arrivati a un tale livello di stress che, appena le scuole hanno riaperto, hanno scaricato sugli insegnanti la loro tensione. C’era chi ci chiedeva rigore, chi ci pregava di far togliere ai figli la mascherina, siamo stati subissati di richieste assurde. Troppo facile criticare e basta, al contrario ho iniziato a pormi molte domande”. Già, perché di pari passo all'esaurimento dei genitori, un capitolo a sé lo meriterebbe la situazione impossibile che si sono trovati a fronteggiare maestri, professori, tate, tati, babysitter. E sempre su questo, Maggi dice qualcosa di importante: “Per aiutare madri e padri a superare questo burnout famigliare è necessario che la scuola si impegni, con pazienza e tenacia, per ricreare un senso di comunità e collaborazione, per essere un punto di riferimento per i ragazzi, certo, ma anche per tutti gli adulti che si sentono isolati ed esausti. Connettere i bambini alle loro famiglie, perché oggi abbiamo un sacco di orfani emotivi”.

L'origine del burnout dei genitori è, tuttavia, ben antecedente la pandemia: è stato, infatti, identificato per la prima volta nei primi Anni 80 dalle ricercatrici di psicologia belghe Isabelle Roskam e Moïra Mikolajczak, ed è stata descritta come "una sindrome da esaurimento, caratterizzata dal sentirsi sopraffatti fisicamente e mentalmente" dall'essere genitori. Sarah Naish di The Center of Excellence in Child Trauma afferma che mentre prendersi cura dei bambini può essere fisicamente stancante, nel migliore dei casi, nel burnout dei genitori, questo esaurimento diventa così grave che i genitori iniziano a sentire il bisogno di prendere le distanze dal loro bambino. "Il nostro cervello è bravo a proteggerci e quando c'è uno stress implacabile c'è un cambiamento fisiologico nel cervello per cercare di alleviare lo stress", dice. "Questo è il motivo per cui un modo comune in cui possiamo identificare il momento in cui la fatica supera la soglia-limite, e è quando un genitore descrive i sentimenti di terrore che prova quando vede o sente avvicinarsi il bambino".

La terapeuta familiare Michelle Qureshi ha spiegato al The Guardian di aver visto sempre più burnout genitoriale: “Quello che sento nelle mie sessioni sono genitori che cercano costantemente di dare il meglio ai loro figli, lavorando moltissime ore, badando alla casa, mantenendo una sana collaborazione e cercando anche di mantenere attiva una vita sociale. C'è un'immensa pressione sociale e tra pari per essere il miglior genitore possibile, e se sei un genitore single questo può essere ancora più opprimente". La psicoterapeuta e autrice Philippa Perry consiglia ai genitori preoccupati di raggiungere il burnout di stabilire dei limiti molto prima che vengano raggiunti i limiti. "È importante rispettare i nostri limiti di stanchezza, ma bisogna farlo mentre abbiamo ancora la pazienza per metterli a fuoco". E, dice, è utile comunicare correttamente perché lo si sta facendo. “Quando stabilisci un confine, non bisogna fingere che sia per i bambini, perché capiranno che è una menzogna, e questo li farà impazzire. Quindi meglio dire "tra cinque minuti ce ne andiamo dal parco perché ho freddo e ho fame" piuttosto che "ce ne andiamo perché devi pranzare e riposare". A volte dobbiamo metterci al primo posto, senza fingere”. Insomma, come si diceva all'inizio, bisogna ammazzare il senso di colpa, e non pensare di essere dei mostri, solo perché non amiamo ogni minuto trascorso con i nostri figli. E, come per ogni problema di salute mentale, bisogna parlarne, uccidere anche il tabù, insieme alla colpa, e sentirsi liberi di dire di non vedere letteralmente l'ora che suoni, quella benedetta campanella.

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