"Quello che non posso cantare". Cesare Cremonini si racconta in esclusiva a Elle

Di Federica Furino
·7 minuto per la lettura
Photo credit: Kimberley Ross
Photo credit: Kimberley Ross

From ELLE

Per molti anni, Cesare Cremonini ha dato alle canzoni la responsabilità di dire chi era. Ha preso la musica e l’ha fatta diventare vita, con l’artista libero di crescere e tutto il resto in ombra, pensando che fosse giusto così. Lì dietro però, all’ombra del successo, dei dischi di platino e del sogno diventato realtà, l’adolescente sensibile e timido che era ha continuato la sua strada, germogliando al buio tra alti e bassi, inciampi, amori finiti, nani di cuore e mostri da domare. Finché, alla boa dell’età adulta, con un certo fragore, ha reclamato il suo spazio e la sua quota di luce.

«Ho iniziato il 2020 con la sensazione che il mio film fosse ai titoli di coda», racconta in diretta telefonica da Bologna. «Poco prima della pandemia ho perso mio padre. E poi stavo per compiere 40 anni, l’età in cui sai di dover risolvere quello che non va. In pieno lockdown, ho cambiato management, ho fondato un’etichetta discografica, ho costruito un nuovo studio di registrazione e mi sono operato alle corde vocali. E poi ho scritto un libro». Il libro, appena uscito per Mondadori, si intitola Let them talk e racconta la vita di Cesare nascosta dietro i dischi. «Crescendo la vita si fa più pressante e mi sono sentito costretto a ricucirla alla mia storia professionale per non arrivare al punto, un giorno, di dover scegliere tra la vita e la carriera».

Photo credit: Mondadori
Photo credit: Mondadori

La carriera per lei è iniziata quasi prima della vita. Distinguerle è difficile.

Ho più ricordi attorno alla musica che a tutto il resto. Da quando ho 18 anni sono dentro il mondo dello spettacolo: sono cresciuto lì. Eppure da quando ho iniziato sento che vorrei avere un’altra possibilità oltre a questa. A volte mi fermo a cercarla, ma poi tutto perde di significato lontano dalle canzoni.

Come è finito a fare il musicista?

La musica è sempre stata una strada che mi portava lontano da qualcosa: da esperienze familiari e personali complicate, da un futuro che i miei genitori avevano scritto per me, dal dolore, dalla noia. La mia carriera è stata un’infinita fuga dalla realtà. Oggi è la prima volta che mi fermo.

Vent’anni di carriera per uno di 40 sono un’enormità.

È più antico il mio spirito del mio fisico. Ho attraversato il tempo, cercando la leggerezza che da piccolo non mi è stata concessa. Dentro di me ho due vite: il quarantenne con tutte le possibilità davanti. E l’artista, lì da 20 anni.

Come è riuscito a non bruciarsi?

Credo sia per l’educazione che ho ricevuto. Mio padre si è dedicato alla medicina tutta la vita, avevo sotto gli occhi il suo esempio di etica professionale.

Che famiglia era la sua?

Normale. C’erano il lavoro, gli impegni e la condivisione di quasi tutte le esperienze. Guardavamo i film di Rai1 tutti insieme, sul divano. Solo di amore non si parlava mai. Temi come il rapporto con una donna o con i sentimenti a casa li ho portati io, con le mie canzoni. I miei genitori mi hanno insegnato a essere preparato, diligente, studioso, corretto: tutti elementi che mi sono stati utilissimi nella professione. Ma l’amore no. E ho sofferto la mancanza di un manuale che lo spiegasse. È con le canzoni che ho attraversato i miei sentimenti. D’altronde, quello che sapevo dei sentimenti umani l’avevo imparato dalla musica classica. Ero un ragazzo preparato a guardarsi dentro, meno a vivere l’incontro con gli altri. Bravo a capire che cosa proviamo e un po’ meno bravo a praticare quello che cantavo.

Perché?

Ho sempre avuto paura della felicità. Soprattutto in amore, come se determinarmi grazie a qualcuno mi rendesse più fragile. L’equazione dell’incontro con gli altri, nella mia testa, ha sempre dato un risultato negativo: uno più uno uguale meno. Solo oggi ho imparato a guardare senza paura verso la felicità.

Che cosa è cambiato?

Alla mia età, inizi a chiederti se sei simile alla persona che speravi di diventare e fai dei bilanci. Poi pensi che magari avrai dei figli a cui insegnare come vivere la vita. Allora fai scelte più importanti.

Ha smesso di fuggire?

Dialogo con quella voce fuori campo in maniera più autorevole.

Come si dimentica un amore finito?

Non occorre dimenticare per andare avanti. Sono i ricordi con cui hai deciso di fare i conti che ti permettono di voltare pagina.

Che cosa sono le donne per lei?

Per molto tempo ho vissuto con la convinzione che la felicità si compiesse solo grazie a loro, e solo adesso sono riuscito a capire che, invece, dipende da me. Oggi ho un equilibrio che mi permette di impegnarmi perché chi è di fianco a me sia altrettanto felice. L’energia che riesco a dare alla mia ragazza è doppia se non devo faticare per dedicarmi a me stesso.

Prima non era così?

C’era una mia fidanzata, qualche anno fa, alla quale ho dedicato una canzone. Lei mi ha risposto: “Vorrei un uomo, più che una canzone”. Sarebbe stata più felice di sentirsi promettere delle cose, vedere comportamenti concreti. Ho fatto una t-shirt con quella frase e gliel’ho regalata.

Chi era quella fidanzata?

Malika.

Perché regala canzoni?

Per uno come me, una canzone contiene una grande parte di quello che sono e quello che provo. Le canzoni trasformano i momenti bui in luminosi, e creano ponti con i giorni che verranno. Sono sempre messaggi in una bottiglia.

Dice di rimpiangere il tempo dedicato ai nani di cuore. Che cosa intende?

Ho sempre cercato di conquistare gli altri e condividere con loro la fortuna che avevo. Ci ho messo anni a diventare più selettivo, e ancora oggi la strada da fare è lunga. Chiunque abbia a che fare con me sa che sono facile al perdono perché tendo a capire le ragioni di chi sbaglia e a giustificare gli errori, anche quando mi feriscono. E questo mi espone inevitabilmente alle delusioni.

Nel libro ha raccontato di un mostro che per un po’ ha vissuto dentro la sua gola. Una psicosi a cui ha dato il nome di schizofrenia, uscita dopo due anni passati chiuso in uno studio a comporre un disco. Un mostro che ha domato curandosi, tornando con i piedi per terra e facendo pace con le parti di vita sacrificate sull’altare del talento. Perché parlarne ora?

Perché anche questo faceva parte dei punti della vita da ricucire con la carriera. E poi perché chi vive esperienze come la psicosi sa che il muro dell’indifferenza coincide con quello della paura e della vergogna. Il timore di aprirsi fa sì che migliaia di persone arrivino troppo tardi alle cure. E invece la tempestività nelle diagnosi è fondamentale. Per questo ho voluto parlare di me. Strutture di Bologna e Milano hanno raccolto la mia testimonianza con entusiasmo e inizieremo un percorso a lungo termine.

È quasi un anno che la musica è ferma. Come sta senza concerti?

Mi sembra di avere un vulcano dentro che non riesce ad esplodere. All’inizio della pandemia le canzoni avevano ancora il significato di sempre. Adesso no. L’energia che hanno dentro deve sfogarsi su un palco. Non è un’opzione: è qualcosa di necessario.

Il 2020 è quasi finito. Si sente ancora ai titoli di coda?

Non più. Non ci sono manuali che possano dirti che cosa è giusto e cosa è sbagliato come speravo da piccolo. Quello che conta è ribellarsi al dolore e rivoluzionare il modo di affrontarlo. E io l’ho fatto. Spero di poter dire che è stato un anno fondamentale, di aver costruito sull’imprevisto qualcosa di importantissimo.

Con una fidanzata di 24 anni non può concedersi cedimenti.

Mi spiace deluderla ma sono più energico di lei. Martina è molto molto tranquilla. Sono io che scalpito.