Quello che non sappiamo delle nostre badanti

di Monica Ceci
Photo credit: subman - Getty Images
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Si chiama "catena della cura" l'insensata ma del tutto normale situazione del mondo nella quale le donne di un Paese ricco, per andare a lavorare, pagano altre donne di un Paese povero che lasciano i propri figli per andare nel Paese ricco a prendersi cura dei figli (o dei vecchi) di quelle che vanno a lavorare. Si chiama "paradosso del valore" l'insensata ma del tutto normale regola di mercato secondo cui l'acqua, senza la quale non possiamo vivere, costa poco mentre i diamanti, senza i quali viviamo benissimo, costano una fortuna.

Daniela è un anello della catena della cura: una notte esce di nascosto dalla sua casa, in un paese della Romania, e si infila su un pullman per andare a fare la badante a Milano. Daniela è un danno collaterale del paradosso del valore: anche se le famiglie per cui lavora non andrebbero avanti un giorno senza di lei, guadagna così poco che non può affittare un appartamento e chiamare in Italia i suoi due figli. Può solo mandare a casa soldi e regali, iscriverli a scuole private e sperare che capiscano; in fondo, che perdonino. Angelica è alla fine del liceo, un po' capisce; e mentre aspetta la sua occasione per scappare via, a modo suo aiuta. Manuel è alla fine delle medie; non capisce, non perdona.

Photo credit: Einaudi
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Marco Balzano ha scritto un romanzo in tre atti (Quando tornerò, Einaudi), ascoltando la voce della madre e dei figli, per «guardare da vicino la vita di queste donne che sono una parte fondamentale della nostra impalcatura sociale, ma che noi raramente ci fermiamo a osservare». Ha incontrato le badanti nei parchi di Milano e in Romania i loro figli, l'anello spezzato della catena della cura, affidati ai parenti o alle comunità. «La questione è la cura», dice. «Il mondo occidentale e ricco, che è anche il più vecchio, ha bisogno di cura. Queste donne portano cura togliendola ai propri figli. Noi lo sappiamo benissimo, ma non ci facciamo caso. Io occidentale riesco a tenere i miei ritmi di vita se qualcun altro si cura dei miei bambini, dei miei vecchi. Sui libri di scuola tutti abbiamo visto l'immagine di Enea che si porta sulle spalle il padre anziano. Questa immagine ci ha descritto fino a un paio di generazioni fa, ma ora non ci descrive più. Il figlio non porta sulle spalle il padre anziano. Lo fa portare a qualcun altro perché lui deve andare a lavorare, e non c'è nessuna critica in questo, nessun moralismo. Tutti facciamo i figli e i genitori come possiamo, come lo consentono i nostri tempi».

Nel suo libro, in momenti diversi, tutti dicono di sentirsi invisibili: Daniela, Angelica, Manuel. Perché nessuno vede nessuno?

C'è l'invisibilità concreta di queste donne, che sono sempre chiuse nelle case, e c'è l'invisibilità affettiva dei figli abbandonati. La madre è da un'altra parte a carezzare un altro bambino, ad aiutare un altro vecchio.

Alla fine partire è il destino di tutti?

Non di tutti. Angelica va, Manuel resta. Ed è una cosa che ho sentito dire a tanti ragazzi in Romania: se andare via significa fare la vita di mia madre o di mio padre, io preferisco piantare le fragole e i pomodori nell’orto del nonno e cercare di raccontare al mondo quanto è bello questo posto. Si stanno organizzando per rimettere in piedi questi villaggi svuotati, provano ad avere dei sogni diversi.

Se dovesse assumere una donna come Daniela, avere scritto questo libro cambierà qualcosa?

Mi insegnerà spero a pensare a quale vita si nasconde dietro quelle persone di cui consideriamo solo la funzione. Daniela, quando torna in Romania, porta tante cose per i figli, ma quando parte per l'Italia non porta niente, perché tanto “lì servono solo le braccia”. Vorrei che la Daniela che magari prima o poi si prenderà cura anche di me, quando torna dalla Romania, mi portasse qualcosa.