Questo nuovo materiale vegano è la svolta green verso una moda più sostenibile

Di Vittoria Meloni
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Photo credit: Armando Grillo
Photo credit: Armando Grillo

From Harper's BAZAAR

L’urgenza di una moda sostenibile è ormai evidente: dai materiali ai processi, scegliere metodi che permettano di preservare il pianeta intatto è diventata in breve una priorità per il settore. Secondo un recente studio di McKinsey & Company, il 66% della popolazione americana intervistata considera attentamente l’ecosostenibilità dei materiali prima di effettuare un acquisto di lusso. E se molti progressi (e anche velocemente) sono stati fatti, è vero d’altra parte che la ricerca oggi non può permettersi di fermarsi, neanche in tempi di Covid-19.

Tra i materiali la cui produzione oggi ha l’impatto più negativo sull’ambiente, riporta CNN, c’è senza dubbio la pelle, la cui industria globale vale circa 100 miliardi di dollari l’anno. I sostituti di questo materiale, sebbene esistano e abbiano moltissimi lati positivi, non sembrerebbero comunque in grado di operare un vero e proprio sostanziale cambiamento. La pelle vegana e quella sintetica, entrambi materiali cruelty-free ed ecosostenibili in commercio, riescono senza dubbio a ridurre l’impatto e il quantitativo di gas serra emessi dalle aziende produttrici, tuttavia utilizzano nei processi sostanze chimiche pericolose, combustibili fossili e plastiche che impiegano poi centinaia di anni e più per decomporsi.

Una soluzione a questi problemi potrebbe venire direttamente dalle foreste e dai boschi, spiega sempre CNN, che ha interpellato Antoni Gandia, studioso di funghi e consulente per aziende impegnate nello sviluppo di materiali che partono proprio da questo elemento naturale. "Lo tocchi ed è caldo. Non assomiglia alla plastica,” ha spiegato l’esperto parlando di questo materiale innovativo, "Ha quella fibrosità che puoi trovare nella vera pelle. Caratteristiche come la porosità, le piccole imperfezioni - non puoi vederle nella pelle sintetica". Per realizzare questo materiale gli scienziati partono dal micelio, la parte più fibrosa del fungo, che viene stesa e lasciata crescere su un materiale organico come segatura o melassa ed elaborato poi per ottenere una stuoia dalla massima dimensione di 2.5 mq. A questo punto la “pelle” può essere tinta, ammorbidita e anche incisa, secondo quanto riportato da uno studio apparso sulla rivista Nature Sustainability e co-firmato da Gandia. Il processo a livello di tempistiche è relativamente rapido: la crescita del micelio richiede poco più di una settimana.

L’impronta ambientale in fattore di emissioni di questo materiale è praticamente nulla, al contrario è questi tessuti sono in grado di catturare e trattenere carbonio che altrimenti rimarebbe disperso nell’atmosfera. Inoltre, sottolinea sempre lo studio, i funghi non necessitano di luce o di energia a parte quella per la sterilizzazione e i tempi di decomposizione si aggirano intorno ai due anni e non più.

Ad oggi, spiega il sito di CNN, il materiale non è ancora sul mercato nonostante diverse aziende si stiano impegnando per avviarne la produzione. Tra queste, la californiana MycoWorks potrebbe essere la prima a riuscire a mettere in commercio il proprio biomateriale di lusso chiamato Reishi, come hanno dichiarato i due cofondatori, Sophia Wang e l'artista Philip Ross. L’italiana Mogu di Maurizio Montalti potrebbe seguire, insieme alle newyorkersi Ecovativ e Mycotech. Una delle sfide più grandi nella creazione di questa tipologia di materiali, sempre secondo l'articolo apparso sulla rivista scientifica, sarebbe quello di riuscire a creare un tessuto compatto che abbia in tutti i punti uguale spessore, colore e aspetto, oltre che il trovare il perfetto equilibrio tra biodegradabilità e durevolezza. La strada è dunque lunga ma il percorso pare ben segnato.