"Qui e ora". È questo il mantra di Christy Turlington oggi, che si racconta in esclusiva a Elle

Di Laura Somoza
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Regan Cameron
Photo credit: Regan Cameron

From ELLE

"Qui e ora", è questo il mantra di Christy Turlington oggi: «Mi piace concentrarmi sul presente, senza fossilizzarmi nel passato e senza pensare troppo al futuro», spiega con un sorriso solare a Elle, dopo aver posato nel servizio di moda e per la cover story. Nel suo qui, a New York, Christy è (anc)ora una delle meravigliose creature per le quali il fashion system coniò, anni addietro, il termine "top model".

Le va di raccontarci chi è, davvero, Christy Turlington?

Una donna curiosa, avventurosa, perfezionista, seria e con una mente aperta. I valori che apprezzo maggiormente sono l’onestà, l’autenticità e l’integrità. Ma credo che la mia dote migliore sia una memoria straordinaria.

Con il suo permesso proviamo a viaggiare nel passato. Quali sono i primi flashback lavorativi che le vengono in mente?

Uno dei più memorabili è stato a inizio carriera, quando ricevetti una chiamata da Calvin Klein in persona. Mi chiedeva di lavorare in esclusiva per il suo brand, avevo solo 19 anni. Ricordo perfettamente i miei 33 anni di storia vissuti con lui, anzi, con loro. Io e questo marchio siamo praticamente sinonimi.

Dopo tanto tempo fa ancora parte della famiglia. È la protagonista della nuova campagna per il profumo Eternity...

Il nostro è un rapporto speciale, unico. Sono orgogliosa di ogni singola immagine che mi ha visto protagonista: dagli shooting dei jeans a quelli della biancheria intima, a tutte le collezioni che ho interpretato. Senza dimenticare, ovviamente, Eternity.

Photo credit: Regan Cameron
Photo credit: Regan Cameron

Condivide la luce dei riflettori con suo marito, l’attore e regista Edward Burns. Qual è il segreto di un amore duraturo?

Pur non sapendo cosa potrà riservarci il futuro, so che nei vent’anni che abbiamo trascorso insieme abbiamo costruito qualcosa di assolutamente straordinario.


Quali ricordi serberà per sempre?

Tutti i traguardi che ho raggiunto. Il giorno della laurea, il primo incontro con mio marito, il nostro matrimonio, la nascita dei nostri figli… Sono tutte cose che non si possono dimenticare.

Immagino sia lo stesso anche per Every Mother Counts, la Ong in difesa della salute delle mamme che ha fondato dopo le complicanze legate al parto di sua figlia Grace. Com'è giunta alla conclusione che fosse una causa per cui lottare?

Non conoscevo le pessime condizioni in cui si trova la maggior parte dei centri sanitari fino a quando non ci sono passata in prima persona. Personalmente ho avuto la fortuna di avere ogni attenzione necessaria, ma questa esperienza mi ha fatto pensare alle donne più sfortunate di me.

Che tipo di aiuto offrite?

Informiamo le future madri sui rischi che possono incontrare al momento del parto, e sulle soluzioni esistenti. Soprattutto, investiamo in personale che possa garantire un’assistenza sicura e rispettosa anche alle donne più fragili e meno "visibili" al sistema sanitario.

Ogni due minuti una donna muore per complicanze legate al parto. Come si può intervenire?

Il 90 per cento di queste morti potrebbe essere evitato. Sappiamo perché succede, e come far sì che non accada. Abbiamo i mezzi necessari, si tratta solo di ripartirli in modo più equo.

Dove portate avanti la vostra azione di solidarietà?

Prima di iniziare con Every Mother Counts, mi sono occupata della regia del docufilm No Woman, No Cry. L’Africa subsahariana ha il maggior tasso di mortalità materna, seguita dal Sud-Est asiatico, dall’America Latina e dai Caraibi. Ci tengo a dire, però, che gli Stati Uniti non sono messi troppo bene, anzi: sono fra i Paesi industrializzati con il più alto tasso di mortalità. Attraverso le immagini che giriamo e grazie ai nostri studi sulla salute pubblica, siamo riusciti a creare una rete globale di organizzazioni che operano in questo settore. Per il momento siamo concentrati su Stati Uniti, Tanzania, Bangladesh, India, Haiti e Guatemala.

Qual è il segreto del successo, parlando di moda?

Non saprei dire con certezza: è un mondo effimero, fatto di continui cambiamenti e novità. Io ci sono entrata quando le cose erano in via di radicale trasformazione, e rimarrò legata per sempre a quell’epoca.

È arrivata a essere una delle top più potenti di quel periodo. Ne era consapevole?

Il potere è relativo. Con gli anni e con l’esperienza, sono diventata più brava negli affari e ho imparato a difendermi. Per fortuna ero nella condizione di poter avanzare delle pretese, anche se in fondo chiedevo solo un trattamento equo.

Che cosa significa, secondo lei, essere una modella oggi?

Ormai lavoro poco nel settore. Quando mi capita di farlo, di solito sono sola e non ho la possibilità di osservare da vicino le colleghe. Quello che noto, invece, è un grande cambiamento tecnico: i fotografi usano macchine digitali e le immagini sono disponibili immediatamente dopo il servizio.

Le piacciono i social network?

Ci sono i pro e i contro, bisogna usarli in modo positivo. Per quanto mi riguarda, sono una via di fuga.

Nei primi anni '90 lei, Linda Evangelista e Naomi Campbell eravate conosciute come "The Trinity". Siete ancora amiche?

Certo! Siamo state legate in quella che io definisco la nostra fashion school. Saremo unite per sempre.

Come descriverebbe il suo presente?

Sono felice di essere dove sono. E non riesco a immaginarmi con nulla di più – o di meno – di quello che ho ora.