Reclaim Her Name, la collana che ripubblica con il vero nome le scrittrici che usavano uno pseudonimo

Di Sara Mostaccio
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Annie Spratt su unsplash
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From ELLE

Quando sugli scaffali in libreria comparve il primo dell’esordiente Robert Galbraith nessuno se ne curò granché, ma appena fu svelato che dietro quello pseudonimo si celava J.K. Rowling le vendite schizzarono alle stelle e i successivi 4 romanzi hanno ripetuto il successo, pur tardivo, del primo. L’autrice diventata famosa per Harry Potter ha raccontato di aver vissuto come una liberazione la possibilità di scrivere senza tutti i riflettori puntati addosso. Qualche mese dopo, languendo le vendite, ha deciso che quei riflettori tutto sommato servivano.

Ma se Rowling ha potuto scegliere di usare un nome maschile e poi tornare al suo secondo logiche di libertà espressiva (e di mercato), non così è stato per molte altre scrittrici del passato che allo pseudonimo sono state costrette per poter sperare di arrivare in libreria. È per restituire loro nome e identità femminile che il Women’s Prize for Fiction ha deciso di celebrare il proprio 25° anniversario pubblicando una speciale collana dal titolo Reclaim Her Name.

La collana si compone di 25 titoli, in gran parte del 19° secolo, pubblicati originariamente con un nome maschile. E ora scaricabili liberamente in ebook nella nuova edizione che riporta in copertina, ciascuna affidata a una illustratrice, il nome femminile dell’autrice che aveva dovuto o voluto nascondersi. Ma se riconosciamo facilmente in Mary Ann Evans l’autrice di Middlemarch pubblicato come George Eliot, è più difficile rintracciare chi si celasse dietro Christian Reid (Frances Tiernan), George Egerton (Mary Bright) o J Gregory Smith (Ann Smith).

Iniziativa lodevole ma c’è qualche ma. Tanto per cominciare è finita subito al centro di una polemica quando ci si è accorti che su una delle copertine compariva il personaggio sbagliato: si tratta di The Life and Public Services of Martin R. Delany, biografia di un giornalista afro-americano scritta da Frances Rollin Whipper. In copertina al posto di Delany è comparso l’abolizionista Frederick Douglass. Un errore presto corretto. Le critiche più sostanziali però hanno riguardato il cuore stesso dell’iniziativa. Le scrittrici non sempre sceglievano uno pseudonimo perché costrette a celarsi per ragioni di opportunità morale o per ottenere credito da un mercato che a una donna non ne avrebbe concesso alcuno. A volte erano scelte dettate da motivazioni diverse perciò la nuova collana è stata considerata controversa: da una parte appiattisce le sfumature considerandone una sola, dall’altra priva quelle stesse donne della libertà di scelta su come presentare il proprio lavoro e se stesse.

Pur essendo vero che alcune scrittrici avevano bisogno di ricorrere a uno pseudonimo maschile perché il loro lavoro fosse riconosciuto, la realtà è più complessa. Non sempre si usava un nome maschile per conformarsi a una imposizione patriarcale e far emergere la propria voce che altrimenti non avrebbe trovato orecchio. Scrittrici come Mary Wollstonecraft e Elizabeth Barrett Browning pubblicavano con il loro nome. Altre optavano per pseudonimi – maschili, femminili o anche neutri, come Auber Forestier che celava l’identità di Aubertine Woodward Moore – come forma di auto-identificazione con un sé diverso, scelto per se stesse. Come Vernon Lee che rispondeva al vero nome di Violet Paget ma usava lo pseudonimo anche per firmare le sue lettere private. O George Sand, al secolo Amantine Aurore Dupin, che non solo usava un nome maschile ma indossava anche abiti da uomo. E qui si apre un altro aspetto controverso per via della scelta di usare il pronome Her nel titolo della collana visto che non tutte le autrici si riconoscevano univocamente in esso.

La risposta alla collana si è spaccata in due. Da una parte chi l’ha applaudita come un’iniziativa femminista e lodevole, dall’altra chi ha sollevato più di una perplessità. Di sicuro la campagna Reclaim Her Name ha dimostrato che c’è ancora molto da fare, da dire e da riflettere sulla presenza delle donne nel canone femminile. O sulla loro invisibilità.