Renzi d'Arabia, che plot. Il punto critico di Corrado Formigli

Di Corrado Formigli
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Photo credit: ALBERTO PIZZOLI - Getty Images
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Ci sono alcune semplici ragioni per le quali, sulla vicenda saudita, Matteo Renzi dovrebbe fare chiarezza. L’aver partecipato alla conferenza annuale a Riyadh realizzando una memorabile intervista al principe Mohammed bin Salman, nella quale gli porgeva enfaticamente la parola elogiando il “rinascimento saudita”, pone infatti diversi interrogativi. Il primo riguarda il suo compenso, pari a 80mila dollari l’anno per far parte del board dell’FII, organismo controllato del fondo sovrano arabo.

A che titolo il senatore Renzi percepisce quel denaro? È vero che il regolamento del Senato non lo proibisce. Ma ci troviamo di fronte all’unico caso in Occidente di un ex premier che faccia il conferenziere a pagamento esercitando ancora il ruolo da parlamentare, per il quale – ricordiamolo – viene pagato oltre 15mila euro netti al mese. I nostri rappresentanti sono retribuiti per rappresentare gli interessi italiani nel mondo. Siamo sicuri che ciò sia avvenuto a Riyadh? Renzi sottolinea i passi avanti dell’Arabia Saudita sui diritti umani e la partecipazione alla guerra contro l’Isis. Dimentica di citare l’assassinio e la macellazione del giornalista Kashoggi, critico del regime saudita, avvenuta nel consolato saudita di Istanbul nel 2018 e la cui responsabilità diretta è stata attribuita dall’intelligence Usa a una squadra di sicari inviata da bin Salman. Oppositori incarcerati o uccisi. Decapitazioni, lapidazioni, bombe a grappolo sui civili nella sporca guerra yemenita. Nulla di tutto questo viene mai menzionato nell’apologetica intervista di Renzi al sovrano.

È vero, anche con i regimi più crudeli si intrattengono rapporti. Ma i nostri ambasciatori sono pagati esclusivamente dai contribuenti italiani, non ricevono parcelle dai Paesi nei quali agiscono. Insomma, Renzi è un lobbista per proprio conto o un senatore italiano (peraltro membro della strategica commissione Difesa) che fa gli interessi del suo Paese? Questa ambiguità va sciolta. E non con un'autointervista sbrigativa, come ha fatto qualche giorno fa. Sottoponendosi piuttosto alle domande della stampa. Come forse non si usa a Riyadh, ma da noi fortunatamente ancora sì.