Resilienza è la parola di Federica Angeli contro la violenza sulle donne

a cura di Monica Ceci
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Photo credit: Stone Lyons - Getty Images
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From ELLE

Abbiamo chiesto a 15 autori di libri, spettacoli, canzoni di raccontare la violenza con una parola. Le loro 15 scelte sono diventate il nostro dizionario. Per ricordarci che ci sono tanti modi di fare o subire un abuso. E altrettanti di liberarsene.

Resilienza: è la parola di Federica Angeli, il suo ultimo libro è Roma. 2000 anni di corruzione (Baldini+Castoldi), sulle mafie di ieri e di oggi

Visionaria, pazza, mitomane, paramafiosa. Quando denunci un fenomeno che per secoli è stato negato – l’esistenza di una mafia romana – il diavolo diventi tu. Lo diventi e lo sei fino a quando un soggetto con più credibilità di te, in questo caso la magistratura, non dice che sì, la mafia a Roma esiste. E nei cinque anni trascorsi tra la mia inchiesta denuncia e i primi arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso del clan di Ostia, c’è stata solo una corazza a proteggermi: la resilienza. Per capire bene la potenza esplosiva di questa parola bisogna pensare intensamente alla violenza della mafia, al suo linguaggio sporco della minaccia, alla sua capacità di creare consensi laddove lo Stato non si è mai visto, ai suoi soprusi che scivolano sotto forma di benzina sotto la porta di casa. Bisogna poi pensare a una cittadinanza che ti volta le spalle perché si stava meglio quando nessuno li costringeva a guardare la realtà per quello che è.

Ma la riflessione va anche a tutta quella parte sana dell’opinione pubblica che, per non fermarsi a capire un fenomeno che una volta scoperto andava giocoforza combattuto, ha pensato di creare dossier e documenti su di me, additandomi come la vera mafia di Ostia. Fango, maldicenze, minacce, ma mai, neanche una volta, l’idea di tornare indietro. L’ostinazione di chi sa di essere nel giusto fa fare grandi passi rispetto alla costruzione di una corazza inizialmente di fili d’erba che via via si fanno acciaio.

Ecco, quell’ostinazione, mista all’orgoglio e consapevolezza di sapere che lo tsunami di calunnie fa parte del gioco, ha fatto sì che in cinque anni le persone del mio quartiere prendessero fiducia e rialzassero la testa e sconfiggessero la paura di pronunciare il nome di quelle famiglie. Riappropriarsi del sogno di vedere che le cose possono ancora cambiare e che le regole storte di un quartiere si possono raddrizzare ha portato negli occhi dei romani uno sguardo fiero, mai indossato prima. Se qualcuno mi chiedesse cos’è la resilienza non saprei che spiegarla così: la lungimiranza di aver visto nella negazione della realtà e nella calunnia la voglia di crederci ancora. Senza buttarsi troppo giù e sapendo aspettare il momento della verità e della giustizia, che arrivano sempre. Sempre.