Reskilling: per competere in un mondo in continua evoluzione la riqualificazione è un must

di Roselina Salemi
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Photo credit: Gabrielle Henderson su unsplash
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From ELLE

Ecco la parola magica, quasi un sinonimo di futuro. Non è ancora popolare, ma presto lo sarà: reskilling, in italiano “riqualificazione professionale”. È un ombrello ampio, e sotto ci sta tutto. L’imprenditrice che cerca nuove soluzioni di crescita, la manager che vuole cambiare area per fare carriera, la quarantenne che ha avuto l’idea di un’attività autonoma (però una buona idea non basta), la giovane laureata che ha competenze digitali generiche e non sa ancora verso quale direzione orientarsi. La verità è che un processo di reskilling potrà riguardare chiunque voglia avere un valore nel mercato del lavoro, cogliere opportunità, ottenere posizioni. Nessuno dorme sugli allori.

Nei prossimi dieci anni 375 milioni di lavoratori, il 14 per cento a livello globale, potrebbero aver bisogno di riciclarsi per l’impatto che la digitalizzazione, l’automazione e l’intelligenza artificiale stanno già avendo oggi. La portata del fenomeno, per dare un’idea delle dimensioni, è simile a quella della prima rivoluzione industriale, con la fuga dal mondo contadino per entrare in fabbrica. Adesso siamo alla quarta rivoluzione e non abbiamo molto tempo per digerire i mutamenti. Presto nasceranno nuovi mestieri in settori come la robotica, i trasporti automatici, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie, la genomica e i materiali hi-tech. Le dieci professioni più richieste attualmente dal mercato non esistevano al giro di boa del nuovo millennio. Il 65 per cento dei bambini che hanno iniziato le scuole elementari nel 2016 avrà a che fare con un lavoro che oggi nessuno conosce, al massimo immagina. Che fare?

Dice Flaminia de Romanis, responsabile Academy di Valore D: «Noi cerchiamo di portare un messaggio a tutte, giovani e meno giovani: non si finisce mai di imparare, non perché bisogna essere più brave degli uomini, ma perché se vuoi essere scelta è necessario avere le giuste competenze professionali e accademiche. Devi chiederti subito: quello che so e imparerò, è sufficiente? Lo sarà da qui al 2030? Per rispondere a queste domande portiamo nelle aziende storie di donne, professional ambassador che si sono rimesse in discussione e ripartite con un nuovo bagaglio. Una comandante dell’esercito ha spiegato come si sviluppa e si esercita la leadership femminile in un ambiente maschile; l’esperta di robotica bioispirata, Laura Margheri ha parlato dell’importanza della multidisciplinarietà e dell’essere visionari per creare i lavori del futuro; l’esploratrice di ghiacci Chiara Montanari, si è focalizzata invece su cosa significa avere coraggio».

E ce ne vuole di coraggio. Lo sa bene Odile Robotti di Learning Edge, società di formazione di eccellenza che collabora spesso con Valore D e che ha scritto un libro, Il magico potere di ricominciare, partendo dall’idea che oggi esistono buoni strumenti per chi vuole aggiornarsi. Da coach e formatrice, suggerisce le strategie per passare dalla modalità cerbiatto (spaventata, come un povero Bambi abbagliato dai fari di un’auto) a quella camaleonte (velocemente adattabile) e usa come guida il proverbio cinese: «Quando soffia il vento meglio costruire mulini a vento che muri».

L’Italia vanta la forza lavoro più anziana del mondo, dopo il Giappone e la Germania. Secondo il Fondo monetario internazionale nel 2025 gli occupati di 55-64 anni saranno uno su quattro. Questo significa che si sono formati in un’epoca in cui non esisteva internet, non c’era Google e l'intelligenza artificiale era fantascienza. E dovranno rimboccarsi le maniche.

«Ma il tema è trasversale», dice de Flaminis. «Le donne giovani non possono fermarsi alla laurea, capiscono che c’è bisogno d’altro, formazione manageriale soprattutto. Hanno un vantaggio. Il reskilling è più facile su una base generalista, mentre, man mano che vai avanti, ti appiccicano un bollino. Sei direttore marketing, o delle vendite, e se vuoi cambiare devi costruirti un percorso. Il cambio radicale va studiato: a quarant’anni sei già definita, con certe competenze e non con altre. Noi creiamo momenti formativi, una Digital academy (se non sai l’abc dei temi digitali sei fuori dal mercato), spieghiamo come costruire un business plan, come, partendo da un interesse personale possiamo acquisire una competenza». Alcune lo hanno fatto. Valeria, 39 anni, architetto, racconta: «Oggi saper disegnare non è più così importante, e anche per i calcoli ci sono i computer. Ho fatto un master serale e oggi sono socia di una start up tecnologica che si occupa di sviluppare case in 3D. Non l’avrei mai immaginato quando mi sono laureata». Alessandra, agronoma, si è riconvertita in un progetto che ha qualcosa di fantascientifico: serre sottomarine per coltivare ortaggi. Scherza, usando la battuta di un famoso manuale per smettere di fumare: «È facile, se sai come farlo». Serve formazione.

Fondimpresa, fondo interprofessionale per la formazione finanziaria dei dipendenti, nel triennio 2017-2019 ha curato percorsi di aggiornamento per 452.769 lavoratori e il 74 per cento era rivolto a donne con mansioni amministrative. «In Italia c’è un potenziale femminile inespresso che potrebbe colmare le tante lacune professionali», dice Bruno Scuotto di Fondimpresa, «ma dobbiamo superare un pregiudizio: che la formazione sia una perdita di tempo». Tra le professioni più richieste, secondo uno studio del World economic Forum, ci sono: business and financial operations, esperti di management, It e scienze matematiche. Al quarto posto Architettura e Ingegneria, seguita dalle vendite. L’anno prossimo (post Covid, speriamo) Valore D lancerà il progetto Le professioni del futuro. «Non sappiamo ancora quali saranno, ma dobbiamo essere pronte».