Ricominciate a farci la corte. L'ode al corteggiamento di Lidia Ravera

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Photo credit: Kathrin Ziegler - Getty Images
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«I tuoi occhioni blu sono i dolci tiranni dei miei sogni». Lei gli occhi li aveva grigi e a me non era mai sembrata questa gran bellezza, ma lui, quello del banco in fondo, bocciato in quarta ginnasio e quindi già uomo, le aveva scritto quella frase sul diario e a me era partita un’invidia intollerabile. Come tutte sappiamo l’invidia è facile da trasformare in ammirazione. E l’ammirazione in amore. Così mi innamorai di lui, quello dell’ultimo banco, e di lei, che diventò la mia migliore amica. Quando lei, l’anno dopo, lo rifiutò, fu gioco facile prendermelo. Restammo insieme sette anni, uscimmo insieme dalle pastoie del liceo e insieme affrontammo la vita da grandi. Era un ragazzo mediamente bello, intelligente, tenace e sincero, ma la sua qualità principale era un’ altra: sapeva fare la corte alle ragazze. E non come i corteggiatori compulsivi che scaricano manciate di complimenti su qualsiasi essere di genere femminile sperando che prima o poi qualcuna abbocchi e, con rispetto parlando, gliela dia. No, no, quelli li riconosciamo subito e li scartiamo rapidamente. Lui sapeva concepire piccole frasi poetiche che ti calzavano alla perfezione e ti rimandavano un’immagine di te luminosa e speciale.

Dopo decenni ancora rimpiango le sue accurate metafore, i suoi paragoni nobili e indecenti, i suoi complimenti semplici e attenti. «Sei come una buona bottiglia di vino: invecchiando diventi più pregiata». Questo avrei voluto sentirmi dire, quando l’ho rivisto, l’anno scorso. Non l’ha detto naturalmente. Ho dovuto accontentarmi di un «Ti trovo bene», frase che non si nega a nessuno, nemmeno a chi ha un piede nella fossa. Il fatto è che il corteggiamento è un’arte scaduta. Non la esercita più nessuno. Nessuno ha bisogno di conquistare nessuno. Perché dovrei perdere tempo in chiacchiere, pensa il ragazzo moderno, quando c’è una app che mi segnala la disponibilità sessuale di tutte le femmine nel raggio di due chilometri da casa. Il corteggiamento serviva a far sapere alla corteggiata che ti struggevi per lei. Era composto di esagerazioni e circonfuso di iperboli: senza di te non dormo più, non mangio più, non vivo più.

Ci credevamo? No, ma era bello pensare di essere desiderate, preferite, sognate, magari anche un po’ inventate, perché chi corteggia è uno che sa sopravvalutare, mitizzare, idealizzare, è uno che esegue ritratti, non fotografie. Ormai il fornitore di complimenti è un personaggio così raro che anche noi (noi donne, intendo) abbiamo disimparato a riceverli: lui ti dice che sei snella come un giunco e tu ribatti che hai il punto vita di una vacca gravida (l’ho sentito io, sulla spiaggia). «Guardami bene», gridava lei, rifiutando ogni gratificazione. Ma no, non guardarmi bene, guardami da lontano, sotto una luce morbida, con gli occhiali appannati dalla voglia di innamorarti! Guardami vedendo quello che ti piace vedere!

Niente da fare: fra donne e uomini, ormai, vige un fiacco cameratismo. Ci frequentiamo troppo, ci conosciamo troppo, ci siamo troppo omologati? Forse. Certo è che vorrei rinascere maschio, al prossimo giro di vita, oppure donna in una società in cui le donne scelgono e i maschi, semmai, vengono scelti. Mi piace corteggiare le persone. E so come si fa.

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