"Ridete, finché ci siete", Anthony Hopkins suona, dipinge e sparge ottimismo sui social

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Photo credit: Sean Gleeson/Trademark Father Ltd 2019
Photo credit: Sean Gleeson/Trademark Father Ltd 2019

Porta il suo stesso nome - Anthony - il personaggio immenso di The Father che ha regalato a Sir Anthony Hopkins un premio Bafta e il secondo Oscar a 83 anni, a distanza di 29 da quello vinto per Il silenzio degli innocenti. Come lui, ha una figlia, che nel film ha il volto e l’anima vibrante di Olivia Colman. È ugualmente burbero, istrionico, magnetico. E no, non è un caso che gli assomigli tanto.

Il regista Florian Zeller, autore della pièce da cui il film è tratto, ispirata alla nonna che lo ha allevato come un figlio, ammalandosi poi di demenza senile quando lui aveva solo 15 anni, ha dichiarato di aver sempre avuto in mente l’attore gallese nella scrittura del film, la sua opera prima al cinema, nelle sale dal 20 maggio in edizione originale e dal 27 doppiata in italiano. «Per questo è difficile per me distinguere tra il personaggio e l’uomo», ha confessato Zeller a Elle. «Conosciamo Hopkins come un attore intelligente, uno con un grande autocontrollo. Ho pensato che sarebbe stato stimolante, e inquietante, proiettarlo in un mondo in cui l’intelligenza non significa più nulla. E vederlo perdere quel controllo. Confrontarci con il suo personale sentimento di mortalità, con le sue paure, e alla fine lasciarcene sopraffare».

Photo credit: SEAN GLEASON
Photo credit: SEAN GLEASON

Ecco, The Father è proprio questo: un’esperienza spiazzante, l’esplorazione senza reti di un’emozione umana: costruito come un thriller, il film costringe lo spettatore ad assumere il punto di vista di un uomo a cui la malattia progressivamente scippa ogni saldo ancoraggio con la realtà, non può più fidarsi dei ricordi, non ha più certezze. Le somiglianze però si fermano prima: Sir Anthony è lucidissimo, non smette di toccarci il cuore con le sue interpretazioni, nel tempo libero suona il piano e dipinge, è molto attivo sui social e continua a essere l’uomo intelligente e disincantato che ha disertato, anche da remoto, la cerimonia degli Oscar... ringraziando l’indomani, fresco come una rosa, con un video su Instagram dalla sua campagna gallese.

La penuria di gossip, ai tempi degli Academy pandemici, ha incoraggiato qualcuno a ipotizzare un “giallo”, a gridare allo “scandalo”: in realtà, le probabili ragioni della sua latitanza le aveva anticipate in tempi non sospetti, quando sull’onda dell’entusiasmo per il film ci scappò di evocare quel podio: «Sarei molto onorato di vincere un altro Oscar», rispose, inarcando le sopracciglia. «Ma mi ripaga di più l’aver fatto parte di questo progetto, che ha un cast strepitoso, prima tra tutti Olivia Colman; il fatto che molte persone che stimo l'abbiano amato. Non voglio sembrare snob o cinico: per me, anzi, il cinismo è una forma di codardia, ma vivo ormai in uno stato di totale assenza di aspettative: non chiedere nulla per non aspettarsi nulla, e accettare tutto. Così non si resta troppo delusi. Questo mi basta. Insieme alla chance, se la vita me lo consente, di andare avanti ancora un po'».

Una disposizione d’animo in linea con il film, che mette al centro la vecchiaia, la fragilità umana, senza indulgere nel melò.

Capisco che ora la gente abbia voglia di divertirsi, ma molti in mezzo a questa pandemia, soprattutto tra il pubblico non giovanissimo, sono diventati più consapevoli di quanto la vita sia fragile. Il mondo è sopravvissuto a tremende catastrofi, il secolo scorso ha visto due guerre mondiali e ora ci troviamo a combatterne una contro un nemico invisibile. Non abbiamo idea di cosa stia succedendo. Non sappiamo cosa fare: in tanti ci sentiamo vulnerabili e impotenti.

Photo credit: SEAN GLEASON
Photo credit: SEAN GLEASON

Ci resta la nostra umanità, questo dice il film.

Credo che The Father ci insegni ad accettare il decadimento come parte del processo della vita. Partiamo tutti giovani e pieni di speranze, di sogni. E poi, a un certo punto, cominciamo a perdere colpi e certezze, torniamo a una seconda infanzia. Non è un messaggio allegro, ma è ugualmente profondo, credo, e il film l’affronta in modo non morboso: cos’è la vita se non una lotta disperata? Essere vivi e arrivare fino in fondo è una terribile battaglia.

Un labirinto che sul finale disorienta: accade anche agli spettatori del film: proprio come succede al protagonista, perdono via via ogni punto di riferimento affettivo, spaziale e temporale. Interpretarlo ha confuso anche lei?

No, è una sceneggiatura così buona. E Florian, il regista, è un uomo notevole e uno scrittore meraviglioso. Sul set lo chiamavo “il genio”: era alla sua prima regia, eppure aveva tutto sotto controllo: mi sono messo nelle sue mani, cercando di evitare di pensare troppo, di smettere di analizzare ogni scena, provando semplicemente ad entrarci e a viverle. Ho lasciato al pubblico ogni senso di confusione e spiazzamento, ho lasciato a voi il caos.

Lo spiazzamento accompagna lo spettatore fino al colpo di scena finale: come è stato girarlo?

Complicato, è una delle scene più difficili, con un sacco di parole. I primi ciak erano venuti un po’ troppo... drammatici, credo. Florian mi ha chiesto se potevamo farne un altro. Ho acconsentito, chiedendo però dieci minuti di pausa. Credo di essere tornato nel camerino, il tempo di sedermi, prendere una tazza di tè, ascoltare il brusio del mio cervello, ma intanto stavano di nuovo illuminando il set. Tornando, mi è caduto l’occhio su una fotografia di scena, nella cornice c’ero io con le mie due figlie nel film. Non avevo ancora inforcato gli occhiali e la vedevo sfocata: deve aver toccato un nervo sensibile. Ho pensato agli oggetti che ci accompagnano, i libri, le penne. A quanto sia fragile la vita e al fatto che, quando sarà, non potremo portarli via con noi. Ho pensato a quanti affetti se ne siano andati per sempre, come se non fossero mai esistiti.

E poi cos'è successo?

Questo mi ha commosso da matti, mi sono ricordato di quando ho ritrovato le cose di mio padre, i suoi occhiali da lettura, la penna, il suo quadernino e la mappa dell’America. L’ho trovato straziante. Ho pensato che nulla davvero rimane. Cosa si fa coi sogni svaniti nella polvere? Sono cose difficili da accettare. E a quel punto mi ha pervaso un meraviglioso senso di pace. Non saprei descriverlo, ma per me, alla mia età, è stato straordinario diventare consapevole della mia mortalità. Mi fa sentire bene sapere che... beh: un giorno i miei sforzi saranno finiti, ecco.

L’altro Anthony quella pace non riesce a darsela: è spesso piuttosto ruvido, irascibile, specie con la figlia.

Fa battute che non sono esattamente divertenti, è anzi piuttosto dispettoso: mi ricorda Re Lear, che non aveva molta considerazione per due delle sue tre figlie, la terza invece era la sua preferita. Anthony è spesso così crudele da fare paragoni infelici tra la figlia superstite e la sorella morta. Ogni tanto le fa dei complimenti, ma c’è quel lato irriducibile della sua natura... qualcosa, forse una delusione che ha radici nel suo passato. Succede, nelle famiglie.

Anche nella sua?

Penso che mio padre, verso la fine della sua vita si sia dimostrato piuttosto cattivo con mia madre e in particolare con me, era come se fosse sempre in collera. Ma ogni volta che ci si metteva, sapeva davvero farti male. Quand'ero bambino, mi diceva cose come: “sei senza speranza. Non so proprio cosa sarà di te”. Era probabilmente un uomo frustrato, arrabbiato, ma era anche meraviglioso. Aveva un grande senso dell’umorismo. E solo ora riesco a pensare a lui con grande affetto e compassione. Anche l’altro Anthony con la figlia è sgradevole. Le lancia continue frecciatine, ma, come ho detto, è quello che di solito succede nelle famiglie.

Ma non sono mica tutte così, le famiglie, Sir Anthony.

Quella di mio padre sì. Aveva due sorelle e i loro figli, tutti i miei cugini, sono ancora vivi: mi è capitato di rivederli l’anno scorso in Galles. Sembravano contenti di ritrovarsi, ma ricordo che quand’ero piccolo c’erano tante rivalità tra noi, litigi, invidie. Sembrava fossi l’unico rimasto là a rammentare tutti quei commenti amari, i dispetti, le rappresaglie. Che ci vuol fare? Questa è la vita. Siamo pieni di imperfezioni, rancorosi, egoisti. Ma dobbiamo anche imparare a perdonarci.

È pittore e musicista, quanto tempo dedica a queste passioni?

Amo suonare il piano. Non lo faccio per darmi un tono, mi dà piacere il suono: la bellezza di Rachmaninoff, Schubert. E poi mi diverto a dipingere, insomma: mi dò da fare, pasticcio: anche qui non sono un’artista, amo la pennellata, il colore. Tutta colpa di mia moglie. Dopo aver visto alcune mie vecchie tele, mi ha detto: “voglio che tu torni a dipingere”. Le ho risposto che non sapevo dipingere. Ha replicato: “dipingi e basta!”. Sicché questo faccio: suono il piano, dipingo, faccio qualsiasi cosa per mantenermi attivo. Mando anche messaggi alla gente sui social. Stiamo attraversando momenti duri, è un mondo che sembra senza speranza, pieno di polemiche e di odio, ci siamo dentro tutti. Allora ogni tanto cerco di trasmettere un po’ di speranza, di inviare qualche messaggio umoristico alla gente: coraggio, fatevela una risata. Non staremo qui a lungo.

Olivia Colman: «Tony, che spettacolo!»

Photo credit: SEAN GLEASON
Photo credit: SEAN GLEASON

Per tutta la durata del film il suo viso è una specie di mappa emotiva, ma come fa?

Non c’è un metodo o un approccio particolare. Penso che dipenda dal copione e dalla persona con cui lavori. Sa, Tony (Hopkins, ndr) ti guarda e tu lo sai che lui sente le cose che dice e fa come se fossero vere. È sincero e io lo percepisco. Ho paura che non ci siano segreti: cerco di essere molto presente e sentire.

Se dovesse scrivere un libro sulla recitazione, che consigli darebbe?

Sarebbe il libro più breve che abbiate mai letto: cerca di non recitare, sii sincera. Attieniti alla sceneggiatura. Diventa difficile solo quando il copione è davvero pessimo.

Nella folgorante scena finale lei non c’è, cosa ha provato quando l’ha vista girata?

Ero in una sala di proiezione nell’ufficio dei miei agenti. E grazie al cielo il suono e l’immagine nel video erano leggermente fuori sincrono. È stata una fortuna, perché vederlo recitare così mi ha tolto il fiato. Non lo scorderò mai: ero lì, seduta in mezzo ai miei agenti, ci tenevamo per mano piangendo e pensando a come sarebbe stato se la sincronia fosse stata a posto. Ma già così era uno spettacolo.