Ristrutturare le infrastrutture già esistenti è la risposta dell'architettura al cambiamento climatico?

Di Alessia Musillo
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Photo credit: Denys Nevozhai per Unsplash
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Cambiamento climatico chiama, città risponde. I segni del cosiddetto climate change, per dirla all'inglese, li sentiamo con il lockdown, li vediamo nelle calotte glaciali che neanche così lentamente si stanno sciogliendo, con il livello del mare che si sta alzando e il caldo estremo dell'estati secche. La California, l'Australia, e senza neanche andare dall'altra parte del mondo, le nostre calde regioni del sud come la Sicilia o la Basilicata prendono fuoco come micce. Gli scienziati e i filosofi, insieme a un coro crescente di voci esperte, sostengono che il miglior modo per fare fronte al cambiamento climatico sia aggiornare le infrastrutture delle città. Se non ora, quando?

Photo credit: Construction Photography/Avalon - Getty Images
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"Viviamo uno spazio che non possiamo più progettare sulla base del passato", ha dichiarato Constantine Samaras. Il docente di ingegneria civile e ambientale della Carnegie Mellon University, a Pittsburgh, in Pennsylvania, sostiene che i progettisti, gli architetti e i politici dovrebbero iniziare a concentrarsi sul rinnovamento strutturale di edifici, autostrade, aeroporti, dighe, impianti di smaltimento dei rifiuti e reti elettriche in modo che si trasformino in infrastrutture contemporanee in grado di sostenere il peso del cambiamento climatico che stiamo affrontando. Occhio rivolto al futuro: progettare, oggi, vuol dire prevedere ciò di cui la gente avrà bisogno sulla base delle nuove spinte ambientali.

"Prendiamo, ad esempio, l'ipotesi che il livello globale del mare potrebbe aumentare fino a 6,5 piedi e mezzo (2 metri) nel corso del prossimo secolo. Con il 90% delle aree urbane del mondo situate lungo i corsi d'acqua, è necessario adottare immediatamente misure per proteggere le aree a bassa quota dalle inondazioni e sollevare o spostare le strade costiere, i ponti e gli argini", scrive il giornalista statunitense Dave Roos. Sostiene inoltre che le temperature complessive saliranno da 1,3 a 5,6 gradi nel corso dei prossimi cento anni - con conseguenze gravissime in città largamente asfaltate e cementificate, che assorbono per forza di cose più calore.

Photo credit: Spencer Platt - Getty Images
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Alcune city americane si stanno adeguando. New York City, dopo il superstorm Sandy del 2012, prevedendo nuove tempeste lungo la costa, ha già investito 20 miliardi di dollari in misure cautelari a protezione degli abitanti della zona. L'omonimo Stato a cui appartiene ha inoltre pensato di utilizzare 2,8 milioni di chilometri cubi di sabbia per rinforzare 16 chilometri di dune lungo Coney Island. Il Rockaway Boardwalk ricostruito, che è stato fatto a pezzi da Sandy, è stato innalzato in previsione dell'aumento del livello dell'acqua e, sotto, custodisce un muro di contenimento che funzionerà come una sorta di barriera contro le mareggiate. Del resto, in America vige un progetto dal titolo America's Transportation Infrastructure Act che ha stanziato 5,5 miliardi di dollari in cinque anni per riensare le infrastrutture stradali e i ponti.
Salto in Europa. Parigi, sulla scia dell'ondata di caldo fuori dalla norma che nel 2003 ha causato la morte di 700 cittadini, sta trasformando 761 istituti scolastici in "isole verdi" che funzioneranno come oasi urbane - specie d'estate -, vantando temperature più basse. Come? 30 scuole, già oggi, hanno tetti su cui vivono alberi e altro tipo di vegetazione. Queste piccole foreste a contatto con il cielo hanno impianti di raffreddamento dell'aria e catturano l'acqua piovana. Le restanti scuole saranno adeguate in prospettiva entro il 2050.

Photo credit: Xavier TESTELIN - Getty Images
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"Tutte queste diverse parti delle infrastrutture devono essere progettate per resistere alle intemperie estreme per tutta la durata della vita", ha dichiarato Samaras. Ci vogliono soldi, tanti. E ci vuole del tempo. Soprattutto, c'è bisogno di un dialogo continuo fra architetti e ingegneri, che, insieme alle forze politiche delle città e dei Paesi, possano mettere a budget progetti per rinforzare strutture già esistenti e renderle durature, resistenti. Possiamo provare a prevedere le prossime mosse della natura? E saranno proprio le città a rispondere alla nostra sicurezza?