Roberto Vecchioni: "La giovinezza senza scuola? È come un matrimonio senza amore"

Di Federica Furino
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Photo credit: Mondadori Portfolio - Getty Images
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«Una giovinezza senza scuola è una cosa ben brutta. È come un matrimonio senza amore». Roberto Vecchioni, uomo dalle molte vite – cantautore, enigmista, scrittore, poeta e per trent’anni professore di greco e latino nei licei milanesi – osserva le immagini degli studenti che chiedono di tornare in classe e sospira. «Certo è un momento tragico», dice, «ma i nostri ragazzi hanno le armi per riprendersi».

L’ottimismo dell’uomo resta acceso così come la vocazione dell’insegnante a cui ha appena dedicato Lezioni di volo e di atterraggio (Einaudi): una raccolta di memorie e pensieri su quel processo magico che è la trasmissione del sapere e la formazione delle coscienze. «In una giornata triste dell’inverno scorso, ho realizzato di aver la testa piena di ricordi. Mi sono detto: "Non puoi scrivere soltanto solo canzoni o libri di cultura”. E siccome di tutti quei ricordi, i più belli sono quelli degli anni passati a insegnare al liceo, ne ho fatto un libro».

Photo credit: Einaudi
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Lei perché ha scelto di fare il professore?

Perché quando trasmetti l’emozione del sapere senti che la vita ha ragione di esistere. Insegnare è un mestiere totale, abbraccia il cosmo delle cose che possono succedere a un uomo.

Oggi la maggior parte dei professori fa lezione da casa. Che effetto le fa?

Molta tristezza. Perché la scuola non è uno che impara da un altro, ma tutto quello che c’è intorno alle materie che si insegnano: è vita, confronto, amore, odio, bacio, primo dolore. È stare insieme a parlare di calcio o di musica. Quando si perde questo, se ne perde il senso.

Peserà sul futuro dei ragazzi?

Questo momento io lo vedo come un inciampone. Come certi bambini che perdono la loro infanzia perché hanno genitori sbandati, i ragazzi stanno perdendo una parte di pubertà. Mandarsi messaggi o parlarsi attraverso uno schermo non basta: bisogna toccarsi. Ma si riprenderanno, ne sono certo, perché prima o poi questa maledetta notte dovrà pur finire.

Anche i professori si riprenderanno?

Se io fossi insegnante soffrirei terribilmente. Ma i dolori sono di tutti e non si può fare una classifica. Come diceva Marco Aurelio, dobbiamo pensare che la nostra gioia sia unica, non il nostro dolore.

La scuola ne uscirà migliore?

La scuola non è peggiorata e gli insegnanti sono degli eroi. Ma la società ha fretta, è competitiva e il tempo della fantasia si è ristretto. Bisogna fermare questo consumare continuo e allargare il momento del pensiero e della spiritualità. La lezione è questa.

A lei cosa è rimasto dei suoi allievi?

Un mondo. Perché non ce n’è uno uguale all’altro. Spesso sono stato come uno zio. Non ho mai interrogato uno che ha lasciato la ragazza il giorno prima, perché la scuola non è una punizione e queste cose non si fanno. Insegnare è stata una lezione di umanità, la cosa più bella della mia vita, anche più che cantare, quando canti, canti te stesso, quando insegni, insegni gli altri.