Roma città eterna è lo stereotipo più falso di sempre?

Di Federico di Vita
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Photo credit: Andrea Boccalini
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Era da tanto che non correvo in libreria il giorno d’uscita di una rivista, l’ho fatto per il numero di The Passenger dedicato a Roma e non me ne sono pentito. Io sono romano ma vivo da tempo lontano dalla mia città, circostanza che mi qualifica come atipico immagino, tuttavia persiste in me un rapporto doloroso e complesso con l’Urbe, che mi spinge episodicamente a confrontarmi con la sua immagine, e soprattutto con il gorgo ipnotico di discorsi, manipolazioni e interpretazioni con cui il destino della città irretisce il dibattito nazionale. Il problema è che la situazione di Roma, già disastrosa quando me ne sono andato, ormai una decina di anni fa, non ha che continuato a peggiorare in modo perfino grottesco in tutto questo tempo, e la possibilità di visitare la città solo saltuariamente non ha fatto che rendere più chiari ai miei occhi scarti che essendo per chi ci vive progressivi (per quanto rapidi, vi assicuro) risultano meno evidenti. I paradossi sono riassunti in modo perfetto nella pagina di presentazione del magazine:

I suoi confini si spingono enormemente più in là del capolinea della metro e ben oltre la cerchia della più grande autostrada urbana d’Italia, il GRA, che ne racchiude solo una frazione. Ma soprattutto, in contrasto con lo stereotipo più falso di sempre, per quanto fondata oltre 2770 anni fa, Roma è una città profondamente moderna, come il 92 per cento dei suoi palazzi, e tutt’altro che eterna, se la sua crescita dal dopoguerra a oggi ha “distrutto vestigia di migliaia di anni e sconvolto la geografia di mezza regione”. E per capirla e guarirla – o quantomeno provarci – bisognerebbe considerarla una città normale “allo stesso titolo di Chicago o Manchester”. Solo, dannatamente più bella.

Photo credit: Courtesy Photo
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Il viaggio a Roma di The Passenger si articola in una serie di reportage e lunghi articoli firmati da scrittori e intellettuali scelti con attenzione tra quelli che conoscono la città per lunga frequentazione o per nascita – e anche per essersene a lungo occupati (mi viene in mente Christian Raimo, attualmente assessore al terzo municipio; così come Matteo Nucci, da sempre legato a spunti di mitologia classica), e la rivista diviene dunque un prisma in grado di offrirci tagli diversissimi e profondi sulla realtà capitolina, interpretazioni che spaziano da letture più letterarie e intime – penso ai 39 appunti di Francesco Piccolo, o al quasi onirico viaggio acustico di Letizia Muratori –, così come giornalistiche e feroci – come “Il format della ribellione delle periferie” di Leonardo Bianchi o L’eco della caduta di Christian Raimo. Nel suo insieme la caduta di Roma, avvinta alla sua malia e al suo paradossale senso di libertà, cui Nicola Lagioia si dichiara assuefatto, producono letture apparentemente centrifughe e disorganiche che riescono nell’incantesimo di restituire un quadro realistico dell’esperienza conoscitiva che può trasmettere la frequentazione della città, anche a livelli piuttosto intimi. Roma può così essere vista con gli occhi del rituale esclusivissimo del calciotto (e sa Dio quanto mi manca, dato che fuori dall’Urbe non esiste questa versione ridotta del calcio a 11: il calcio a 7, diffuso altrove, non riesce a mimarne in vitro l’esperienza, finendo per somigliare piuttosto a un calcetto ipertrofico senza neanche il dono della sintesi), come ce la mostra Daniele Manusia, con tanto di riti di iniziazione adolescenziali a base di 270 km/h toccate in sella a una moto sulle consolari o intensità di momenti condivisi su un campo d’erba sintetica. Altri istanti sono quasi surreali: Letizia Muratori alle prese con una commessa di un negozio per abiti talari – se ne vedono diversi e sempre deserti nel centro di Roma, nessuno invece mi è mai capitato di scoprirne altrove. Altre rivelazioni non possono che attingere alla sorgente più profonda del simbolo, e ci portano insieme a Matteo Nucci a ripercorrere le orme del fiume cui è ancorata l’anima della città, un’anima strappata dalla città stessa con i muraglioni eretti nell’800 e che è possibile riscoprire, come giustamente racconta l’autore, andando ad ammirare gli splendidi acquarelli con la Roma Sparita di Ettore Roesler Franz. È un argomento che mi appassiona, lasciatemi qualche riga. Prima della costruzione di argini colossali e completamente sproporzionati per il fiume che contengono, le fondamenta dei palazzi del centro storico affondavano nel fiume, e lungo le sue acqua i caseggiati si specchiavano, di fronte al via-vai delle imbarcazioni che solcavano i flutti tra il porto di Ripa Grande e quello di Ripetta, come in una piccola Venezia fluviale. Il disastro è incolmabile, unico superstite allo sfacelo è stata l’Isola Tiberina, uno dei cuori magici della città (anche in senso prettamente esoterico).

Osservare la Roma contemporanea tuttavia non può che significare fare i conti con le campagne fasciste di aggressione alle periferie, quei disegni politici che hanno portato sigle come Casa Pound, la Lega e Forza Nuova a provare a gettare benzina sul fuoco del disagio sociale, tentando di mettere i residenti contro gli immigrati (residenti a loro volta, spesso da decenni) e che hanno avuto anche un certo successo fino a che un ragazzino di quindici anni, Simone, non ne ha spazzato via la retorica oscena con quattro parole in grado di ridicolizzarne lo schifo latente: “Nun me sta bene che no”. Un altro sguardo nel mistero del gorgo oscuro che paluda le notti della capitale ce lo offre Nicola Lagioia, che nel suo articolo racconta il making of del lavoro che lo ha portato a scrivere La città dei vivi, ovvero il suo romanzo in cui ricostruisce le vicende dell’omicidio Varani – un fatto di cronaca nera agghiacciante e di difficile interpretazione.

Photo credit: Andrea Boccalini
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Eppure, la malia avvincente di Roma sa sedurre anche in questo tempo di dissoluzione e fallimento amministrativo. Ce ne rendiamo conto per esempio leggendo i 39 appunti per un libro su Roma di Francesco Pacifico, in cui vediamo scaturire una nostalgia (Pacifico è di Salerno), e un certo coefficiente di stupore, del resto simile a quello provato da tanti, lungo secoli diversi, al cospetto dell’Urbe. In uno degli appunti lo scrittore racconta di un vecchio dibattito televisivo tra Fellini e Parise, incentrato sull'opposizione tra Roma e Milano. Nel dialogo il regista ricordava che appena arrivato a Roma fu colpito da una frase che sentiva pronunciare dai suoi padroni di casa, viveva in una stanza ammobiliata, e il figlio spesso la sera diceva alla madre e alla moglie: “annamo a vede’ Roma”. L’idea era di godersi una passeggiata per la città come fosse uno spettacolo, cosa che per Fellini non poteva avvenire a Milano, dove nessuno avrebbe pronunciato un’esclamazione del genere. Mentre penso che vorrei vedere il filmato mi viene in mente che mi piacerebbe anche tornare a Roma, ormai è più di un anno che non ci passo, con 'sta pandemia.

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