Samoa ha la sua prima donna premier ed è l'inarrestabile Fiame Naomi Mata'afa

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Photo credit: Hagen Hopkins - Getty Images
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L'ormai ex primo ministro di Samoa Tuilaepa Sailele Lupesoliai Malielegaoi, il cui partito governa l'isola da 39 anni, 22 dei quali con lui in veste di premier, l'ha soprannominata "il diavolo". In un paese fortemente conservatore e profondamente legato alla tradizione cristiana più oscurantista, Malielegaoi si diceva convinto d'essere al potere per volere di Dio. Qualcosa, però, deve essere andato storto nel suo mandato divino, dal momento che la candidata dell’unico partito di opposizione, il Fa’atuatua i le Atua Samoa ua Tasi (Fede nell’Unico Vero Dio, o FAST) capitanato da Fiame Naomi Mata’afa ha vinto, non senza fatica e a breve vedremo in che senso, le elezioni dello scorso aprile. Mata'afa è diventata dunque, per decisione della Corte Suprema che il 17 maggio ha definito il risultato elettorale legittimo, la prima premier donna dell'isola del pacifico, andando a raggiungere il primato di un'altra collega, Vjosa Osmani, neo eletta Presidente della Repubblica del Kosovo a soli 38 anni. Entrambe hanno avuto vita dura, per arrivare all'obiettivo, ma nel caso di Mata'afa i commentatori hanno parlato addirittura di "elezioni più drammatiche nella storia di Samoa", con tanto di colpi di scena, decisioni presidenziali sorprendenti, interventi salvifici della Corte Suprema e manipolazione della legge per le quote rosa.

Che cosa è successo, quindi, prima della decisione finale della Corte Suprema? Ebbene, in un momento di forte crisi per lo Human Rights Protection Party (Hrpp), partito unico da oltre quarant'anni, e di scontento nei confronti del premier 75enne (soprattutto da parte di Savai'i, l'isola più grande e più trascurata in termini di sviluppo) è arrivata una candidata dalla carriera politica robustissima e dalla competenze incontestabili. Prima donna a entrare nel Consiglio dei ministri samoano, dove ha ricoperto cariche in diversi ministeri (istruzione, pari opportunità, sviluppo sociale, ambiente e giustizia), Mata'afa ha conquistato la stima del popolo proprio per la sua competenza in materia legislativa, grazie alla quale l’anno scorso è riuscita a stoppare una riforma costituzionale ad opera del premier che tentava di accentrare poteri sul proprio partito.

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Ma al di là della sua preparazione, la neo premier ha soprattutto gestito la campagna elettorale in maniera opposta a quella dell'avversario, seduto sugli allori delle sue due decadi e passa di potere. La giornalista Sapeer Mayron delSamoa Observer ha spiegato che "durante la campagna elettorale Mata’afa è stata in grado di interagire con gli elettori in una maniera molto più diretta di quanto fosse mai stato fatto, invitandoli a casa sua per discutere di problemi e possibili soluzioni e incontrandoli a loro volta nelle varie isole". Eppure ancora non basta a spiegarne fino in fondo il successo: c'è da tenere anche conto, in uno Stato che ha voglia di progresso ma che è anche così attento ai valori religiosi, della provenienza della primo ministro. Questa sessantaquattrenne risponde anche a questo bisogno di "rassicurazione" del popolo samoano, essendo essa di nobile lignaggio, figlia del primo premier della nazione, indipendente dal 1962, e nipote di uno dei padri della Costituzione. Ed anche, fatto non trascurabile, ex vicepremier di Malielegaoi.

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Sempre vestita di rosso, e stanca delle politiche retrograde del suo partito (prima fra tutte la strenua opposizione ai diritti della comunità LGBTQI+, ed anche da queste parti ne sappiamo qualcosa) Mata’Afa ha deciso di sparigliare tutto e di scommettere su un proprio progetto politico, andando a fondare il suo partito, pieno di molte altre donne, quel "Fa’atuatua i le Atua Samo ua Tasi", il cui acronimo è Fast, ovvero “veloce” in inglese. Com'è stata velocissima la sua ascesa, che l'ha vista da un lato raccogliere consensi tra nuove generazioni, dichiaratamente stanche dello strapotere dell’Hrpp, e dall'altro incamerare fondi dall’entusiasta diaspora samoana in America. Idealismo e pragmatismo, insomma, proprio come la collega e vicina di casa (si fa per dire) Jacinda Ardern. Quindi ecco che è arrivata giustamente ottimista alle elezioni del 9 aprile, dove è però successo che il Parlamento con 51 seggi si sia spaccato in due: 25 e 25. L

’ago della bilancia è stato l’unico parlamentare indipendente, Tuala Tevaga Iosefo Ponifasio, che dopo settimane di tensione ha annunciato che si sarebbe unita al Fast, decretando la vittoria della sua leader. Il giorno stesso, però, la Commissione elettorale ha preso una decisione eclatante, citando una legge del 2013 che prevedeva il 10% di quota rosa in Parlamento: “Non ci sono abbastanza donne, cinque parlamentari sono solo il 9,8% quindi ce ne vuole un’altra.” Subito l’Hrpp, fingendo di farlo nel rispetto della parità di genere, ha aggiunto una parlamentare. E si è tornati allo stallo con 26 seggi a testa. Allora che allora il presidente ha provato ad indire nuove elezioni per il 21 maggio, ma è qui che è intervenuta la Corte suprema, decretando, senza pensarci manco troppo su, che il presidente non aveva l'autorità costituzionale per indire elezioni, annullando al contempo la decisione della Commissione elettorale sulle quote rosa.

La consulente legale samoana Fiona Ey ha scritto sul Guardian che negli ultimi tempi il governo di Samoa aveva provato a mantenere il potere tentando di fare quello che ha definito "un colpo di stato senza spargimento di sangue". Secondo Ey, Malielegaoi avrebbe indebolito progressivamente la democrazia del paese, accentrando sempre di più il potere attorno al partito di governo e scoraggiando il dissenso anche attraverso la censura; in più, durante la campagna elettorale, avrebbe tentato di bloccare Facebook citando preoccupazioni sulla possibilità di tenere elezioni libere e pacifiche. Ora il compito di Mata’Afa, oltre a quello di traghettare Samoa fuori dalla condizione di paese ancora in via di sviluppo, è azzerare questo clima da quasi regime e ripartire, veloce come il suo motto, verso il promesso progresso. Lei, che diavolo decisamente non è.